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In quante case un essere umano mette piede nella vita? Risponde Francesco Bianconi

«Vagando tra gli scaffali, al supermercato – spesso le idee mi vengono lì». Francesco Bianconi racconta la sua Milano, le case, il suo romanzo, la musica – l’ultimo singolo Perduto insieme a te con Malika Ayane

Dovevamo cominciare dalle parole e invece abbiamo cominciato con la città. Una città di monolocali in affitto, il mio in Ripamonti, di zone borghesi, come piazza Risorgimento dove Bianconi si sta per trasferire che rimangono più autentiche di altre, e di quartieri ormai così affollati che rendono impossibile anche solo percepirla, la città. «L’Isola, dove abito e ho lo studio dal 2017, ormai è così. Sono sempre stato un amante della movida, ma è degenerata. Sembra che abbiamo un incolmabile bisogno di pizza – c’è una pizzeria al metro quadro. Vero che è sempre più buona, ma hanno chiuso un kebab che resisteva da vent’anni e anche la merceria storica accanto. Tutto è diventato intensivo, come un allevamento». 

Le parole. «Sono importanti, come diceva Nanni Moretti. Ce ne sono alcune più adatte ai romanzi e altre alle canzoni? Io credo di no, non ce ne sono alcune che servono più per una cosa e altre per qualcos’altro. Una questione di modalità, di messa in discorso. Si può allargare il lessico o si può decidere di usarne poche. Ci sono quelle indispensabili, magari 40/50 che usiamo in una conversazione con un amico, nelle canzoni ne servono di più, e in prosa ancora di più. Quello che cambia sono i linguaggi. Io ne pratico parecchi e una cosa che ho imparato è che le parole sono quasi infinite, si possono anche inventare, ciò che importa è come tu le usi a seconda del mezzo che hai a disposizione».

Lampoon intervista a Francesco Bianconi

Hai mai paura che qualcuno non ti capisca? «Non mi è mai importato se qualcuno non mi capisce. Io vengo dal rock and roll. Lì quello che conta è il suono. Con le parole non mi pongo il problema. Bisogna avere libertà e spregiudicatezza espressiva, non darsi limiti. Spesso nel rock ci sono parole che non vogliono dire niente o hanno poco bacino semantico ma funzionano foneticamente. Ho ascoltato canzoni senza capire nulla del significato eppure sentendo di capire tutto. Soprattutto da ragazzino ci sono state canzoni, per me all’epoca incomprensibili, che mi hanno detto molto. Penso all’album La voce del padrone di Battiato e le strofe lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco, la lotta pornografica dei Greci e dei Latini io non lo capivo ma rappresentava un mondo di senso brulicante e mi accendeva lampadine che poi avrebbero trovato una stanza precisa negli anni a venire o che mi hanno spinto alla ricerca». 

Ci si preoccupa troppo spesso di andare incontro alle esigenze di chi sta dall’altra parte, di chi legge o ascolta, appiattendo ogni volo dell’intelletto. Ce n’è davvero bisogno o stiamo facendo soltanto un torto a noi stessi e agli altri? «Non è  giusto nei linguaggi artistici chiedersi: la gente mi capirà? Non c’è niente di male a innescare nuove pratiche comunicative nel pubblico, anzi fa bene. Mi sembra viviamo nell’epoca della non fatica interpretativa. anche l’attività di leggere un libro – pare che non abbiamo tempo. La lettura è un atto cognitivo, ma siamo diventati strani animali non più dotati di questa capacità. Tutto deve essere assimilabile a un cliché, anche le canzoni. Se c’è qualcosa di strano, ci sentiamo persi, non più rassicurati. Viviamo in un’epoca pigra e a maggior ragione bisogna cercare di offrire delle alternative. In generale nella vita, non solo chi fa mestieri creativi».

Atlante delle case maledette – di Francesco Bianconi

Tu hai scritto un libro sulle case in un momento in cui di case scrivono in molti – penso a Bajani con Il libro delle case o a Carmen Maria Machado con La casa dei tuoi sogni –, Atlante delle case maledette, edito Rizzoli Lizard, che ha vinto la 38esima edizione del Premio nazionale di narrativa Bergamo. «Sì, un paio di anni fa c’erano tanti libri sui funghi, ora la corrente è le case. A me l’idea era venuta prima della pandemia. Ero al supermercato, spesso le idee mi vengono lì, vagando tra gli scaffali entro in una specie di trance e mi si pongono degli strani quesiti. Quel giorno fu: ma in quante case un essere umano mette piede nella vita? Ho iniziato a pensare a me, alla mia esperienza privata. Mi era sembrato potesse essere una buona idea il racconto di un uomo di mezza età costretto nella propria casa perché per colpa di qualcosa di alieno e traumatico, e fa un archivio. Poi è arrivato il covid e sono stato cavalcato dalla realtà. Mi sembrava ridicolo bloccarlo in casa da qualcos’altro che non fosse un virus che nella realtà esisteva davvero».

Lampoon, Francesco Bianconi
Francesco Bianconi

Quanto c’è di vero e quanto di finzione nel tuo romanzo? «C’è un 85% di vero. Il protagonista Dimitri parla di case che anche io ho vissuto, sperimentato. Si tratta di un romanzo piuttosto autobiografico». Nasceva dal desiderio di far conoscere qualcosa di te a chi ti segue? «No, mi sembrava fossero delle belle storie. Pensavo che l’idea avesse valenza in assoluto, non per raccontare qualcosa di me che il pubblico non sa. Sono un’esibizionista, ma sono anche timido, ci tengo al mio privato. Sono un esibizionsta moderato. Anche nelle canzoni, non scrivo e canto mai per dire dovete sapere questo di me, ma piuttosto questa cosa per me  è significativa, spero lo sia o possa esserlo anche per voi». 

Al di là del romanzo, come l’hai vissuta la pandemia? «Forse non ne sono ancora uscito. Ho ancora difficoltà nelle relazioni sociali, mi accorgo che mi annoio facilmente. A un aperitivo pretendo maggiore sostanza. Ne ho parlato anche con altri amici che come me si trovano a un certo punto a non sapere cosa dire. Siamo diventati esseri umani che possono incappare nello spiacevole inconveniente di non saper cosa dire. Per me è un vantaggio, io sono favorevole all’uomo che abbia un pochino vergogna di sé. Il mito della libertà nel dire tutto, fare tutto, non fermarsi mai, ecco forse questa disavventura della pandemia ha turbato questa visione. L’idea che tutto debba crescere sempre, dall’economia alle nostre manie di conquista. Ci ha ricordato di avere pietà di noi». 

La guerra, cosa ci ricorda? «La guerra – come la pandemia – ci ricorda che la vita, la conoscenza, si fanno fuori, sulla strada, come diceva Gaber. Forse in questi anni abbiamo sentito questa differenza, abbiamo capito che collegarsi via internet non è tutto, non basta essere social, abbiamo bisogno anche di essere sociali, ai fini della conoscenza. Durante la guerra si tagliano le comunicazioni, l’uomo è costretto a tornare sulla strada. Io non sono contrario alle tecnologie per vivere e lavorare però forse viviamo un periodo di ubriacatura da tecnologia, non compensata da un’evoluzione di pensiero. In occidente abbiamo avuto un progresso dal punto di vista tecnologico non accompagnato da una rivoluzione di pensiero». 

Francesco Bianconi: il singolo Perduto insieme a te con Malika Ayane

Sei pronto a tornare sul campo, sulla strada? «A maggio parte un tour nei teatri. Il mio album Forever è uscito quando non doveva uscire. Il 20 aprile è uscito Perduto insieme a te con Malika Ayane. A maggio Ciao con Clio, una cantante francese». Come nascono le sintonie? «Malika l’avevo sempre sfiorata, ci siamo rincorsi, ma non era ancora stato possibile fare qualcosa assieme. Questa volta però avevo pronti questi due inediti e volevo farci un 45 giri, due duetti, cantati con due donne diverse. Il primo l’ho sempre pensato per Malika e così è stato. A volte le collaborazioni sono forzate, operazioni di marketing. Io credo debbano avere un senso, essere giustificate. Appena mi ha mandato la registrazione del pezzo ho capito che avevo ragione, che era perfetto per la sua voce. Clio l’ho scoperta durante il lockdown, guardavo su YouTube il suo video di T’as vu a ripetizione perché mi aveva colpito. Ho cominciato ad ascoltare i suoi dischi e mi sono ritrovato nella sua sensibilità e malinconia. Le ho scritto, il pezzo le è piaciuto e a novembre durante il suo concerto a La Cigale mi ha chiamato sul palco per cantare con lei»

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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