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Silenzio. Si torna a teatro, anima e immaginario del mondo

Dopo un anno di solitudine, la voglia di raccontarsi riparte dal palco. Sara Bertelà racconta la prima di Sorelle, dramma di Pascal Rambert: «Il teatro è il luogo dove parlare di vita e morte»

Un anno senza teatro

È stata una lunga attesa, un anno senza l’immaginario e l’evasione del palcoscenico. Malgrado la pandemia, i lockdown e l’abbandono dei luoghi pubblici, il teatro è tornato. La sospensione non ha portato solo cattivi frutti – con le chiusure delle attività e dei luoghi culturali i lavoratori dello spettacolo sono stati tra i più colpiti economicamente – al contrario ha creato nuove connessioni, associazioni e anche rivendicazioni sindacali. Sara Bertelà, attrice, racconta il suo ritorno in scena con Anna Della Rosa in Sorelle, spettacolo di Pascal Rambert. Si tratta del primo allestimento italiano di una pièce del drammaturgo francese – con traduzione di Chiara Elefante – premiato nel 2016 dall’Académie Française con la massima onorificenza per il Teatro.

Spettacolo teatrale Sorelle: Teatro Astra di Torino

La prima di Sorelle è andata in scena il 4 maggio al Teatro Astra di Torino, per poi continuare con due date alla Triennale di Milano. «Si aspettava questo debutto da tanto tempo e l’emozione è stata immensa. Abbiamo provato questo spettacolo a onde, abbiamo avuto il tempo di far depositare dentro di noi le fasi di approccio a questo testo complesso. Le prove in autunno, poi a gennaio e infine marzo eravamo convinte di andare in scena. Il debutto è arrivato quasi all’improvviso, come una rincorsa. Ci eravamo preparati per una marcia lunga e ci siamo ritrovate a correre i 100 metri». Sara Bertelà interpreta Sara – il nome delle sorelle protagoniste riprende il nome delle attrici, e non è un caso – lavoratrice nel mondo della cooperazione, che porta sul palcoscenico le istanze e le sofferenze del mondo con il fantasma delle guerre e dei bombardamenti. L’altra metà del mondo è Anna «che evoca la morte della madre, ammalata di una forma di demenza, forse Alzheimer», racconta Bertelà. 

Sorelle: una storia d’amore e di odio

Sentimenti che oscillano, nati dalla stessa radice: la distanza necessaria, l’incomprensione o forse l’incomunicabilità. Le protagoniste sono unite da un legame di sangue, dalla morte della madre, allo stesso modo sono lontane e non si capiscono. «Due sorelle si vedono in un momento estremo, c’è stato un lutto e loro vivono un momento di resa dei conti. In un momento molto importante per Sara, Anna irrompe. Da qui prosegue il loro combattimento, e ognuna vuole affermare la sua verità. È come se si assistesse a un match in cui round sono vinti dall’una o dall’altra. un modo di dire ti voglio bene anche se ti detesto». Il tema della ‘sorellanza’ è stato al centro della riflessione artistica e letteraria, basti pensare alle tre sorelle nel dramma di Anton Čechov, vissute tuttavia come entità separate e con una precisa percezione della vita e del mondo. O ai racconti di sorelle della scrittrice Lidia Ravera. Anna e Sara sono invece unite da un filo indissolubile, che anima i 90 minuti di dialogo sul palco, con passaggi feroci e tesi. «La mia forza è Anna, più seguo le sue parole più le mie parole si agganciano su qualcosa di reale. È come camminare sul filo. A volte ci si trova nel vuoto, è questo che amo della recitazione», dice Bertelà, che spiega: «La nostra attenzione è assorbita dal controllo totale del testo, per lasciare poi la possibilità a una parte ‘morbida’ di rilasciare squarci di emozioni. In quel momento devi lasciarti attraversare da flash di vita». 

Aldo Rossi, il teatro del mondo, Venezia, 1979, Immagine 120g

Lampoon in dialogo con Sara Bertelà

Nella scelta di questa dualità di approccio al testo c’è l’orma di Pascal Rambert: «sono dei conflitti messi in atto che si risolvono con fiumi di parole dove il personaggio cerca di affermare il sé. Le note di regia di Pascal sono abbracci. Non ho mai trovato un regista così capace di esprimere entusiasmo. Gli attori devono seguire ciò che accade». Bertelà ha conosciuto l’autore e drammaturgo francese a Milano durante lo spettacolo L’arte del teatro, un dramma che mette in scena la storia di un attore che parla al suo cane della sua idea di teatro, in un monologo breve, sofferente e fluido. «Parlando con il cane, l’attore dice che ha deciso di occuparsi dell’essere. Adesso Pascal ha portato questa ricerca al suo apice, i suoi testi sono scritti per portare alla necessità di esprimersi sul palco, in quel momento, in quel modo. Pascal ci fa portare in scena un grandissimo amore, aspetto fondamentale del suo teatro. L’attore in ‘L’arte del teatro’ compie un atto di amore nel porgere il testo, senza il quale non ci può essere il teatro».

Sara Bertelà racconta la prima di Sorelle

L’espressione subitanea delle proprie emozioni, nei panni di un personaggio che diventa realtà sul palco, fa da contraltare al controllo tipico di chi deve tenere fede a una parte. Bertelà fa riferimento a una scena particolare dello spettacolo, che racconta tutto di questa tensione: «Mentre Anna racconta parlando al pubblico di episodi della nostra infanzia, mentre lei lo racconta a me capita di piangere, non posso fare a meno di piangere. Il pubblico non mi vede». Dall’altra parte c’è il pubblico, presenza più palpabile del solito per le attrici – nonostante la capienza dei teatri sia stata ridotta del 50% dalle norme di sicurezza e distanziamento. «L’applauso è stato calorosissimo, i corpi del pubblico erano bloccati ma in movimento con lo sguardo fisso su di noi. Pensavamo che l’aspettativa fosse grande, l’emozione è stata enorme. Lo spettacolo è stato un vero e proprio accadimento per volere della regia e il pubblico ha avvertito la fibrillazione dei nostri corpi». La storia di Anna e Sara non parla solo della vicenda umana del singolo ma anche di una visione geopolitica, le sorelle si occupano delle persone che sono al margine della società. La morte è affrontata sia in quanto «fatto ineluttabile», sia come tema di attualità, attraverso i racconti di Sara. «Viene in mente la Siria o lo Yemen, ma l’aspetto interessante è anche riuscire a parlare di un tema che la popolazione ha affrontato con l’arrivo del covid. In questi mesi ci ha accomunato la paura del virus e quindi della morte. In questo senso sia la vicenda che raccontiamo che il teatro possono affrontare i temi della vita e condividerli, si parla di empatia nello spettacolo sia nei confronti del singolo sia per il modo. Il teatro può essere il luogo dove affrontare questi temi». 

La riapertura dei teatri

Prima del ritorno sul palco, il settore ha vissuto un anno in pausa, che ha portato maestranze, tecnici, comunicatori del settore, attori e attrici a rivendicare il proprio diritto a lavorare con la creazione di associazioni e l’esperienza dei teatri occupati. «L’occupazione del Piccolo Teatro a marzo, all’aperto, è stata un esempio di collettività che si unisce e raccoglie le forze e il tempo sospeso per essere fattivo», commenta Bertelà. Attori e attrici uniti e altri collettivi, come i coordinamenti regionali lombardo e campano – anche il Teatro Mercadante è stato occupato nello stesso periodo – rivendicano una riforma del settore che possa riconoscere le professionalità dell’arte e la dignità del lavoro artistico, troppo spesso relegato dalla politica e dalla società a margine, a mo’ di divertissement. Il lavoro artistico è spesso discontinuo e disomogeneo, e non ha mai davvero potuto attingere al sostegno statale, come avviene per gli ammortizzatori sociali e la possibilità di richiedere il sussidio di disoccupazione. Tematiche che saranno affrontate a livello politico e sindacale nei prossimi mesi. La solitudine del covid ha riportato anche la necessità del teatro come laboratorio di vita, evasione dal quotidiano, elemento essenziale della riflessione umana, come spiega Bertelà, che rivela delusione per i sentimenti prevalenti di egoismo e paura: «Credo che il primo lockdown abbia dato a ogni individuo la possibilità di stare nel proprio silenzio che era anche il silenzio immane delle città. Mi aspettavo un cambiamento nei rapporti personali ma anche socio politici, se neanche questa esperienza ha cambiato la popolazione. Se mai questo avvenimento accadrà, potrà avvenire a teatro solo attraverso un vero ascolto da parte del pubblico e la nostra disponibilità a porgere il testo».

Sara Bertelà

Ligure, frequenta la Scuola del Teatro Stabile di Genova e ventenne inizia la sua carriera teatrale. L’incontro con Carlo Cecchi apre una ricerca artistica più precisa nella ricerca di una recitazione “in acting”. Spesso lavora per la tv in serie televisive e al cinema

Emanuela Colaci

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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