Lampoon – VASO VETRO RICICLATO
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Il riciclo infinito del vetro: oltre 2milioni di tonnellate ogni anno, Nord Italia in testa

Un materiale definito ‘solido amorfo’. Fra riuso in campo edile e artistico, usato nelle piastrelle e per realizzare installazioni artistiche o lampadari – il processo che non lo fa morire mai 

Alcuni metalli subiscono una diminuzione di peso. Le fibre tessili si degradano – il cotone si accorcia, e può essere riciclato solo una volta o due. Il vetro resiste: fra tutti i materiali è l’unico che può essere riciclato all’infinito senza subire perdite in termini di quantità o di qualità. «Da un punto di vista chimico è un solido amorfo. Si comporta come un solido, ma la distribuzione degli atomi e delle molecole è tipica dei liquidi, quindi non ordinata. Ecco perché è un materiale così particolare», spiega Massimiliano Avella, responsabile Sviluppo Raccolta e Riciclo per Coreve, il consorzio per il riciclo del vetro. L’Italia modella circa 4 milioni e mezzo di tonnellate di imballaggi ogni anno.

Di questi, la metà è esportata. Dell’altra metà il 99% viene riciclato, il rimanente 1% è riutilizzato in forme di riciclo aperto. Tutto ciò che non è imballaggio? «Il vetro piano è recuperato per bottiglie e vasi, così come quello delle lastre o del parabrezza. Non vale il contrario». Secondo i dati di Coreve, il Nord Italia nel 2019 ha raccolto circa 45,3 kg di vetro per abitante. In Lombardia la quota raggiunge i 46,5 kg. La media scende al Centro (36,2 kg) e al Sud (30 kg). Al Nord è anche concentrata la grande maggioranza delle vetrerie: 35 su tutto il territorio nazionale, di cui 24 in Settentrione e sei situate in Lombardia, la regione che presenta il numero più alto. I centri di trattamento dei rifiuti di imballaggi sono 20, di cui 12 al Nord. Anche in questo caso la Lombardia è prima per quantità: in tutto sono cinque.  

Produrre vetro ex novo usando le materie prime tradizionali, come sabbia al silicio, soda, carbonati ecc, provoca una perdita: per crearne 100 kg sono necessari circa 120 kg. Riciclando quello già esistente il rapporto è più redditizio: «Se inforno 100, in uscita avrò 100». C’è un risparmio di energia. La temperatura necessaria per renderlo lavorabile – di rammollimento, non fusione – è pari a 1700 °C per il materiale nuovo, mentre scende a 1500 °C per il vetro che subirà il processo di riciclo. «Il risparmio è pari al 3% circa per ogni 10% di rottame impiegato in sostituzione alle materie prime vergini. Non si usa mai il 100% del rottame per via dei colori diversi dei pezzi. Questo è l’unico limite al riutilizzo del vetro: da componenti colorati non posso recuperare bottiglie o vasetti trasparenti. Lo devo quindi escludere dal processo», prosegue Avella.

Per farlo ci sono due soluzioni. Una possibilità è chiedere al cittadino di differenziare nel momento in cui butta i rifiuti: da una parte vetri colorati, dall’altra i trasparenti. Un’altra è delegare la selezione cromatica ai selettori ottici presenti all’interno degli impianti di riciclo. «Un’opzione più comoda, perché chiede meno impegno alle persone e alle amministrazioni comunali». Non è l’unica operazione compiuta da questi macchinari, necessari per l’intero percorso di riuso: «Sono gli stessi incaricati di individuare elementi di impurità ed eliminarli. Per esempio: si possono trovare pezzetti di ceramica o di vetroceramica, che fondono a una temperatura diversa. Se non vengono tolti, restano nelle bottiglie come inclusioni o difetti e rischiano di determinarne la rottura», continua Avella. «Un caso simile si ha con il cristallo, che è un vetro al piombo. Ha un contenuto di ossido di piombo per il 24% del peso: è il motivo per cui è più brillante, più trasparente, più sonoro, più pesante. Il regolamento End of Waste – che in Europa regola la trasformazione di un rifiuto in una materia prima seconda, la quale a sua volta può essere rifusa in vetreria per fare imballaggi – non ammette né commistione con cristalli né con vetri sanitari». 

Lampoon – Il centro di raccolta di bottiglie
Il centro di raccolta di bottiglie

I pezzi da riciclare non devono essere troppo piccoli e non troppo grandi, perché i selettori, come tutti i macchinari impiegati, sanno lavorare su determinate grandezze: intervalli di granulometria in termini tecnici. Sotto i 10mm di diametro il materiale è troppo fine e non può essere parte del processo di riciclo. La prima fase del percorso prevede una selezione manuale con la quale si tolgono gli elementi troppo grossi e si eliminano alcune componenti non idonee. «Soprattutto i sacchetti di plastica, un problema per il riciclo. Sono presenti soprattutto dove la differenziata si fa con la raccolta porta a porta. Di per sé, un metodo che può risultare più macchinoso rispetto alla classica campana. Quest’ultima ha costi più bassi e restituisce un materiale più pulito. L’imboccatura dove si inseriscono le bottiglie o i vasi consente un filtraggio. Non ci si può affidare sempre a questa opzione per vari motivi, fra cui lo spazio. Dove è possibile, posizionare le campane in modo accurato, facendo fare al cittadino al massimo 150 metri di cammino, è una soluzione efficace», continua Avella. L’eliminazione dei sacchetti trascina con sé parti di vetro che sarebbe invece riciclabile. Per eliminare la plastica e la carta si fa ricorso agli aspiratori. I metalli sono attratti con calamite; oppure tramite la produzione di un campo magnetico, vengono allontanati in ceste di raccolta. Respinti o attratti: in ogni caso tolti per rendere il materiale pulito e pronto alle fasi successive di riciclo. 

L’Italia, spiega Avella, ha il vetro più sporco d’Europa. La percentuale media di frazioni estranee è pari al 2%, mentre all’interno del territorio nazionale sfiora il 6%, a tratti arriva anche al 6,5%. È perciò necessario depurarlo con più accortezza e con macchinari dalle tecnologie più performanti, in modo tale che il materiale destinato al forno vi arrivi in condizioni idonee. A tale scopo nel 2007 è stato introdotto un secondo livello di recupero scarti, perché la massiccia presenza di impurità determina un proporzionale aumento di perdite di materiale. Per capirne il funzionamento, va osservato il lavoro dei selettori ottici: «Prima di tutto tolgono i materiali che vanno esclusi, come ceramica, vetroceramica e vetro al piombo, mentre in seguito si svolge la selezione per colore. I corpi estranei sono allontanati con getti ad aria compressa: così facendo si determina l’eliminazione delle impurità ma anche la perdita di vetro puro circostante», spiega Avella. «In Italia il processo di pulitura portava a dover rinunciare a molto materiale. Per non sprecarlo del tutto lo si depura con tecniche umide o secche e in seguito lo si macina per produrre una sabbia di vetro che – così trattato – è ‘digerito’ dai forni. Questi ultimi lo rendono vetro da imballaggio, in parte». Un’altra è invece destinata alle forme di riciclo aperto, riscontrabili nell’edilizia: lame minerali, di vetro, filtri per piscine. È l’opposto del riciclo a ciclo chiuso, che rende l’imballaggio di nuovo imballaggio. «Il vetro può anche sostituire i materiali inerti tradizionali in alcune lavorazioni, come i laterizi o le ceramiche. Oggi se ne usa meno rispetto al passato perché si stanno diffondendo ceramiche di grandezza maggiore e il vetro ha un coefficiente di dilatazione termica diverso rispetto a quello di altre componenti presenti nella produzione». Un’altra caratteristica di questo materiale è il cosiddetto potere segregante: «Sa rinchiudere gli elementi pericolosi senza farli traspirare. Non a caso, si vetrificano le sostanze radioattive».  

Il vetro riciclato può essere utilizzato anche per lavorazioni artistiche. Un esempio è l’attività di Raffaella Bandera, produttrice di oggetti di design attiva a Busto Arsizio. Inizialmente usa resine, gomme siliconiche, metalli. Nel corso degli anni decide di integrarli con materiali di recupero, fra cui proprio il vetro: «Utilizzavo pezzi rotti, che spesso mi venivano consegnati. Oppure li frantumavo io, da oggetti buttati via: li mischiavo agli altri elementi perché davano una maggiore lucentezza e trasparenza», spiega. Crea lampade e lampadari formando mosaici uniti dal silicone, sculture, installazioni, inserti nei vasi. «Ho realizzato un lampadario con parte superiore in vetroresina. La componente scenografica è data da pezzi di vetro riciclato uniti con silicone. Formano dei pendenti, delle frange. Oppure nei vasi, sempre in silicone: inserivo incisioni in vetro. Per esempio ne avevo fatti con gli scarti derivanti dalla produzione di tubi in plastica: non potevano contenere l’acqua a causa di alcune fessure e per risolvere il problema usai una bottiglia di latte, in vetro», spiega. «Ricordo un’installazione luminosa che si chiama Catadores de Lixio, in Portoghese significa ‘raccoglitore di pattume’. L’ho realizzata con bicchieri rotti, lampadine usate, pezzi di plastica. Era la parodia di un famoso lampadario in cristalli di Boemia, firmato da Lolli e Memmoli», racconta. «Davo il colore alla resina o al silicone, mai sul vetro stesso». I suoi clienti sono in prevalenza privati, ai quali si aggiungono alcuni bookshop dei musei.

Coreve ha avviato un esperimento di raccolta in colori separati in Friuli, con modalità porta a porta. Dal rottame che le vetrerie hanno complessivamente riciclato nel 2019 derivano risparmi di energia per oltre 2,5 milioni di barili di petrolio, pari a 384 milioni di m3 di metano (equivalenti ai consumi domestici di oltre 550 mila famiglie italiane, o di una Città da circa 1 milione e mezzo di abitanti) (fonte report Coreve) 

Elisa Cornegliani

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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