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Il futuro del bambù: bioplastica, carta e filati 

Bambuseti tra CO2, applicazioni materiali ed ecosistema. Forever Bambù è impegnata nella piantumazione del Bambù Gigante, pianta che apre prospettive ambientali a patto di una gestione capillare

Bambù: una pianta in rapida diffusione

Sarà capitato a molti cittadini milanesi di imbattersi nella piccola foresta di bambù di Parco Segantini, a pochi passi dai Navigli e dalla NABA. Il boschetto di canne è una parentesi vegetale all’ombra della Madonnina, dove abbondano perlopiù tigli, aceri e platani. L’appeal della pianta è in crescita, così come la sua diffusione, che va oltre i confini di un angolo circoscritto di Milano. Dall’edilizia al design, dalla cosmesi all’abbigliamento passando per la pavimentazione, il bambù ha messo radici in diversi ambiti, forte delle sue caratteristiche. 

La pianta, oltre a generare una quantità di ossigeno maggiore rispetto ad altre colture, è funzionale all’assorbimento di CO2. Ne esistono oltre un migliaio di specie: alcune decorative, altre con potenziale in termini di riduzione dell’impatto ambientale e sostenibilità.

Le varietà di bambù

Il bambù Moso (o Gigante) raggiunge la sua massima altezza, quindici-venti metri, in circa otto anni. Essendo una graminacea a crescita rizomatica, un ‘gigantesco filo d’erba’, può essere tagliato per poi ritornare all’altezza originale in quattro mesi: la pianta non muore, ma viene falciata; a differenza degli alberi che, se tagliati per ricavare legname, devono essere ripiantati e ci mettono almeno un decennio a crescere. Questo permette ad un bambuseto di produrre più biomassa rispetto ad un bosco a parità di area e tempo. 

La fibra del bambù è resistente, duttile, durevole e si presta anche alla produzione di capi e accessori. Può fare a meno di pesticidi. Produce germogli commestibili. Si adatta a diverse condizioni atmosferiche. Questi ed altri fattori hanno fatto guadagnare al bambù l’appellativo di ‘acciaio verde’ o ‘oro verde’. Tendenze che, al di là delle convenzioni, hanno avvicinato questa risorsa vegetale ai temi della sostenibilità.

Il bambù a Milano

Le potenzialità eco-friendly del bambù hanno ispirato numerosi business. Si prevede che il mercato della pianta raggiungerà i 98,3 miliardi di dollari entro il 2025 (dati Grand View Research). Tuttavia, la pianta non è immune alle critiche dei detrattori, che predicano prudenza sulla sua gestione e insinuano dubbi su possibili bolle speculative. 

Forever Bambù: Emanuele Rissone e Mauro Lajo

Prospettive e quesiti che ci allontanano da Parco Segantini per portarci a Cernusco sul Naviglio, dove ha sede Forever Bambù, realtà nata nel 2014 e dedita alla piantumazione del bambù Gigante o Moso, che, grazie al disciplinare agroforestale dell’azienda, può assorbire trentasei volte più CO2 rispetto ad una foresta mista, a parità di area.

Emanuele Rissone è presidente e fondatore di Forever Bambù. Mauro Lajo è co-fondatore ed esperto agronomico. «Il bambù ha tante applicazioni a livello imprenditoriale» – esordisce Emanuele Rissone. «Può svilupparsi nella filiera alimentare, industriale, tessile, cartaria e, come nel nostro caso, in quella della plastica innovativa. Una volta capito che si può legare la pianta alla plastica, si potrà fare lo stesso anche con il cemento, per farne una versione più green, o ai materiali con cui si fanno i mattoni (anche in una percentuale minima) per ottenere un impatto di CO2 inferiore e un materiale più sostenibile». 

«Una volta superate le difficoltà iniziali legate alla crescita della pianta, per decine e decine di anni, fino a cento (età media di durata della pianta), abbiamo una materia prima biodisponibile. Senza bisogno di depauperarne altre. Il terzo fattore è meno di carattere finanziario, ma più impattante sull’ambiente: la pianta ricresce dalle proprie ceneri come una fenice. Quando la taglio mi ridà l’anno dopo la materia prima senza bisogno di essere ripiantata, evitando di uccidere la pianta stessa». 

Pregi e criticità della pianta di bambù 

L’interesse crescente per i bambuseti ha spinto lo studio e la ricerca a indagarne pregi, ma anche criticità.  Le possibili difficoltà gestionali sono tanto di carattere economico quanto pratico: «Trattare una materia come il bambù per fare cose innovative è sempre complicato, perché le tante idee possono scontrarsi con la realtà» spiega Rissone. «Pensiamo al mondo del germoglio e dell’alimentare. Ci siamo presto resi conto che era economicamente insostenibile, perché i germogli in Italia sono ancora troppo piccoli e vengono ancora pagati troppo poco. Devono crescere ancora per qualche anno fino a raggiungere le dimensioni di un chilo, un chilo e mezzo, e non di tre, quattro etti come adesso, e il mercato deve pagarli la giusta cifra. A quel punto sarà interessante. Ma ad oggi il mercato agro-alimentare non lo affronterei. Quello della plastica sì, perché vediamo tutti quanta necessità ci sia di plastiche innovative».

Bioplastica derivata dal bambù

Forever Bambù è al lavoro con Mixcycling – startup che recupera fibre naturali da scarti di lavorazione per riutilizzarle – per la realizzazione di una bioplastica italiana derivata dal bambù, tramite lo sviluppo di diversi polimeri contenenti una percentuale di fibra della pianta che oscilla tra il 30 al 50% a seconda della destinazione d’uso.  «Il mercato della bioplastica sembra rispondere molto bene, così come quello dell’azzeramento della CO2, quindi della compensazione. Lo stesso vale per il mercato dei tessuti. C’è richiesta di tessuti innovativi ed ecosostenibili». 

La coltura del bambù

«Le difficoltà maggiori che abbiamo incontrato sono state quelle di approntare una coltivazione per la prima volta in Europa» interviene Lajo. «Le altre esperienze erano state fatte su una piccolissima scala artigianale o hobbystica, mentre dal punto di vista industriale grandi piani di estensione non sono mai stati realizzati. Quindi comprendere che tipo di terreno, che tipo di sesto di impianto, come lavorare e preparare il terreno, in che modo preparare gli impianti di irrigazione, come trapiantare queste piante e gestirle dal vivaio alla terra». 

«Ancora, come preparare il fondo, quindi come gestire le erbe spontanee (il fondo deve essere pre-inerbito, quindi bisogna fare la pacciamatura). Insomma, tutto quello che è il disciplinare della coltura ci ha visti impegnati e con il coltello tra i denti per diversi anni perché poi ogni terreno e ogni situazione ha la sua esigenza. Ad esempio, il tipo di concimazione deve essere calibrato a seconda del tipo di terreno, quindi dall’analisi fisico-chimica, dal tipo di clima, dal tipo di acqua, da come reagisce la pianta. Di volta in volta ogni terreno necessita della sua ricetta».

Lampoon, Forever Bambù, orologio
La fibra del bambù si presta anche alla produzione di capi e accessori

Forever Bambù Holding Srl

Nel 2017 è stata costituita Forever Bambù Holding Srl, primo passo di un processo che punta l’apertura di Forever Bambù Spa e la quotazione in una Borsa europea. Al momento Forever Bambù conta ventotto società agricole, con oltre 176mila piantumate in centonovantatré ettari. 

«L’idea di Forever Bambù è condividere l’attività e il progetto con una serie di investitori (anche piccoli) e di dare ad ognuno di loro la possibilità di diventare co-proprietario di quest’azienda» spiega Rissone. «Non come fanno altre realtà, vendendo un sogno ma distribuendo poi in realtà sul mercato una percentuale di equity bassa». 

«Faccio un esempio, un nostro collaboratore in questo momento per due milioni di euro sta distribuendo il 12% di equity, quindi lui si terrà l’88%. Noi facciamo il contrario: distribuiamo l’88, il 90 o anche il 95% e teniamo il restante. Questo vuol dire che se tutti gli investitori non fossero contenti del nostro operato, mettendosi insieme potrebbero mandarci via nell’arco di un anno senza esitazioni. Stiamo cercando di dar vita a un’attività che non esisteva prima. Io, il fondatore di questo gruppo, dirigerò tutta l’azienda con una percentuale finale che sarà circa del 5% della holding della quale io detengo poi il 30%, quindi alla fine io con l’1 e mezzo, l’1,7% del gruppo dirigo il gruppo stesso. Questo significa che ho distribuito ad altri parti importanti di azienda, ma questo ci ha permesso di crescere come nessuno era mai riuscito a crescere prima. 

Altro esempio che può essere utilizzato da tutti è come Forever Bambù si impegni quotidianamente per fare del bene al pianeta e alla società in cui vive. Creiamo delle foreste per ossigenare l’ambiente. Rinnoveremo le pareti del nostro building con un impatto sull’ambiente positivo, col verde che ha la capacità di assorbire le polveri sottili. Un cappotto che respira. Tralaltro, Forever Bambù è diventata una “Società Benefit”, quindi queste idee possono essere assolutamente utilizzate in qualsiasi altro ambito».

Bambù: in quali settori è impiegato

Dall’edilizia alla cosmesi, il bambù è impiegato in più ambiti. «L’alimentare probabilmente in questa fase storica sparirà per qualche anno. Poi se il germoglio prenderà piede, acquisirà valore e nel frattempo le foreste avranno dei germogli di una dimensione tale da poter stare in piedi, allora quel segmento rinascerà. Allo stato attuale non c’è margine. Per quanto riguarda tutti gli altri dipende sempre dalla domanda e dall’offerta e da quanto costa realizzare quest’ultima. Quindi nel mondo della bioplastica vedo un roseo futuro. Idem nel mondo della carta, perché la cellulosa è richiesta ed è una materia prima scarsa sul pianeta». 

Bioplastica, carta e filati. «Altro segmento in espansione sono i tessuti.  Fare della viscosa in bambù, e riuscire a fare il filato (per cui chiudere la filiera) potrebbe essere un altro segmento che dia un respiro ampio e duraturo all’azienda che riuscirà a mettere in piedi l’intera filiera. Gli altri segmenti, quindi gli accessori non li vedo così interessanti per un’espansione industriale. Questo penso sia il futuro del bambù. Bioplastica, la carta e i filati»..

Volendo, un’altra applicazione potrebbe essere la polvere o la fibra tritata, utilizzata in edilizia, che offre ampie possibilità di applicabilità per fare le strade, o il cemento armato. Si tratterebbe dell’aggiunta di una fibra che da una parte abbatta la CO2 inserita e dall’altra renda più green un prodotto che green non è per propria caratteristica intrinseca. Anche nei mattoni stessi». 

Il consumo d’acqua 

Una filiera che voglia definirsi sostenibile deve fare i conti con il consumo d’acqua. Dispendio da non sottovalutare nel caso del bambù, soprattutto nei primi anni di vita della singola pianta, che richiede oltre cinque litri d’acqua al giorno durante l’estate. Rispetto ad altri elementi naturali e biologici che si usano nelle filiere dei materiali, «il bambù necessità di una quantità di acqua che può essere allineata alle altre coltivazioni» precisa Lajo.

«La differenza è che mentre quelle ne hanno bisogno ogni anno, il bambù – essendo una pianta perenne – ne necessita solo i primi 5 o 6 anni da quando viene piantata. Dopodiché, quando la pianta è a regime, non richiede più irrigazione. Considerando che una foresta dura cento anni, potremmo dire che il 95% della vita della foresta non necessita di acqua. Se poi andiamo a vedere degli altri materiali molto più energivori e con un impatto ambientale e di water footprint più elevato – penso a quelli derivati dal petrolio, il discorso non cambia. Siamo d’accordo con chi è preoccupato della gestione del bambù, ma solo se ad occuparsene sono persone non preparate». 

I bambuseti di Forever Bambù

Sono localizzati Italia, dove è nata. «È qui che ci sono le condizioni ideali per gestire la piantumazione. Richiedendo molta attenzione nei primi anni, è fondamentale che i terreni siano vicini all’headquarter» spiega Lajo. «Nulla vieta che un domani, entrati a regime i terreni italiani, non si possa andare anche all’estero trovando situazioni e condizioni interessanti per piantumare. Oggi in Italia abbiamo svariati milioni di ettari di terra abbandonata che si può utilizzare per piantare. 

L’equilibrio dell’ecosistema – la gestione di un bambuseto

Implica un occhio di riguardo agli equilibri naturali in cui viene inserito. Un report dell’università de Mato Grosso do Sul ha illustrato la necessità di effettuare studi preliminari prima di piantare bambù, così da minimizzare i rischi di recare danno all’ecosistema ospitante. Una delle maggiori critiche mosse al bambù riguarda proprio il fatto di essere alloctono (cresce prevalentemente in zone a clima tropicale), dunque potenzialmente invasivo per la biodiversità. Sul tema dell’impatto ambientale interviene Mauro Lajo.

«Generalmente i detrattori hanno ragione nel dire che il bambù è una pianta che dev’essere tenuta a bada, però nella maggior parte dei casi non hanno riferimenti su come si svolga la coltivazione, ma considerano bambuseti naturaliformi, quindi non gestiti. Quelli creano davvero problemi, perché normalmente un bambuseto fatto con una pianta afferente alla specie dei phyllostachys tende ad avere una struttura rizomatica che tende a colonizzare il terreno dato a disposizione e anche a travalicarlo. Non accade invece così nei bambuseti che sono gestiti».

Quali sono i parametri impiegati da Forever Bambù per preservare gli ecosistemi? «Il bambuseto gestito ha un disciplinare che ne contiene all’interno lo sviluppo per diversi motivi. Il primo: noi facciamo un fossato perimetrale alto 80 centimetri, e siccome un rizoma si muove all’altezza di 30, 40 cm, gli 80 cm tengono a bada il rizoma. Dopodiché gestiamo i fossati, per cui attraverso operazioni di pulizia con decespugliatori e trince qualunque cosa ci arrivi viene poi tagliata.

Come è fatto un bambuseto

Tra il bambuseto e il fossato perimetrale c’è sempre una strada che viene costipata dal passaggio dei mezzi, e questo ovviamente inibisce il passaggio dei rizomi. Ma su questa strada perimetrale ogni anno noi facciamo un passaggio con un ritter, una lama verticale che scende 40, 50 centimetri e che taglia verticalmente la strada, tagliando anche il rizoma, quindi interrompendo il flusso di energia dalla foresta al rizoma che è passato oltre la metà del fossato. Naturalmente la mancanza di questa energia toglie vigore a qualunque cosa ci sia dopo. E qui ci sono già tre passaggi importanti. 

Il più rilevante è che noi asportiamo ogni anno un terzo di foresta. Dobbiamo da un lato produrre biomassa per fare bioplastica, e dall’altro – asportando questa quantità di biomassa – aumentare lo stoccaggio di CO2 dato dalla crescita del nuovo germoglio. Questo fa sì che le aree lasciate libere invitino soprattutto le piante che sono ancora presenti a concentrarsi a far crescere i germogli laddove il rizoma sia presente, ovvero nelle aree diradate. E questo ancora una volta leva forza a tutta la vigoria verso le aree esterne». 

«Per di più il bambù non è una pianta invasiva lato aereo, perché emette fiori ogni cento anni e in questi cento anni questi fiori producono dei semi. Questi sono molto pesanti, e cadono a terra. Normalmente le loro condizioni di germogliazione non consentono una germinazione, come avverrebbe per esempio in condizioni temperate monsoniche, come le condizioni cinesi. Quindi è raro che una foresta di bambù gigante possa duplicarsi tramite seme ogni cento anni. Se gestita, rimane all’interno del perimetro del bambuseto stesso».

Trattamenti chimici e naturali del bambù

Anche riservare al bambù determinati trattamenti potrebbe arrecare danni a fauna, flora e uomo. In alcuni casi di gestione della pianta, al posto dell’applicazione di metodi naturali come l’immersione in acqua e l’affumicatura, vengono iniettati nelle canne prodotti preservanti. Tra i trattamenti chimici più utilizzati, il metodo Boucherie, il trattamento per pressione e il metodo di diffusione verticale per traspirazione delle foglie.

«Forever Bambù non tratta le canne e la fibra con prodotti chimici. Il primo passaggio è il taglio, cioè il diradamento del bambuseto, e quindi il taglio delle canne, che può essere fatto o a macchina o manualmente dai nostri operai. Tagliate le canne, queste vengono poi accatastate così come sono intere a bordo campo e a seconda poi del periodo dell’anno si lasciano mesi o settimane necessarie a produrre la loro essiccazione naturale. Non avviene l’essiccazione spinta con essiccatoi e nemmeno l’infiltrazione dentro le canne di materiale chimico per stabilizzarle». 

«Le canne essiccano grazie al tempo, al meteo, al sole e al vento. Poi vengono cippate (ancora una volta operazione meccanica che non necessita di apporto chimico). Dopodiché grazie alla cippatura – quindi la riduzione in pezzettini – vengono portate al nostro partner Mixcycling che con un mulino andrà a produrre sei granulometrie diverse, che vanno da una dimensione di qualche millimetro a qualche micro (come la farina). Dopo di che verranno sanificate con un processo ancora una volta fisico-meccanico (ma non chimico) alla produzione poi del compound, grazie all’applicazione della fibra al filler che potrebbe essere polipropilene. Non viene impiegato nulla di chimico né in campo per la coltivazione né fuori campo per il compound».  

Forever Bambù

Forever bambù, società attiva nella piantumazione di Bambù Gigante – materiale versatile, resistente e sostenibile

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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