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Giuseppe Chiari: Nessuno può insegnarti niente

In mostra alla Quadriennale 2020 la componente più concettuale della sua ricerca, legata alla creazione di una serie di statement che mettono in discussione la definizione stessa di ‘opera d’arte’

Quadriennale d’arte 2021 di Roma

Si è conclusa a luglio la Quadriennale d’arte 2021 di Roma. I curatori, Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol, hanno scelto un percorso intergenerazionale inedito nella lettura dell’arte italiana dagli anni Sessanta a oggi, costruito sulla fluidità dei legami che si instaurano tra le arti visive e applicate, la danza, la musica, il teatro, l’architettura e il design. «Il titolo – Fuori – è un invito a uscire dagli schemi, ad assumere una posizione eccentrica – fuori dal centro – ad adottare uno sguardo obliquo, di mutua relazione con l’altro da sé. Fuori è la liberazione da qualsiasi costrizione o categoria abbia imbrigliato nel passato l’arte come gli individui: fuori di testa, fuori moda, fuori tempo, fuori scala, fuori gioco, fuori tutto, fuori luogo è ciò che la Quadriennale d’arte 2020 vuole essere», secondo le parole dei curatori. Quarantatré gli artisti selezionati, a cui sono state dedicate sale monografiche per nuovi progetti o riallestimenti di lavori esistenti. Accostamenti che sottolineano le contrapposizioni o le contaminazioni fra i vari nomi. A Giuseppe Chiari è stata dedicata una parete della prima sala.

Giuseppe Chiari: Gesti sul piano e le opere degli inizi

Giuseppe Chiari è sempre stato un artista fuori dalle logiche dell’arte degli ultimi anni, sia dal punto di vista della sua produzione, sia dal punto di vista commerciale. Artisticamente prolifico, ma distaccato. Per l’appunto, fuori dagli schemi. Compositore e artista concettuale, Chiari ha fatto della intermedialità la sua cifra stilistica, in tempi non sospetti. Nato a Firenze il 26 settembre 1926, nella sua città si dedica inizialmente agli studi di matematica e ingegneria, dal 1946 al 1951. Al contempo, studia pianoforte e composizione privatamente. Attratto dalle esperienze musicali di John Cage, dal 1950 inizia a sperimentare proprie composizioni musicali, partendo da basi di algebra applicate al ritmo sonoro. Il risultato anticipa di quasi vent’anni quello che poi caratterizzerà la corrente del minimalismo in musica. Indaga sin dall’inizio le possibili relazioni fra il suono e altri canali – il linguaggio, la vista e la gestualità – in un articolato metodo di esecuzione. Le prime azioni si ricollegano alle esperienze neo-dadaiste: brevi composizioni, spesso disarmoniche, si susseguono senza un ordine prestabilito, fino a formare una complessa pièce, in una esaltazione totale dell’indeterminazione del fare artistico e della libertà espressiva. Questa musica accosta agli strumenti musicali tradizionali degli elementi sonori aleatori, come il rumore di acqua che scorre o di sassi che cadono. Più che un valore tonale, tali suoni hanno una precisa funzione concettuale: il disporre di strumenti non totalmente controllabili, dal suono impreciso e casuale, che hanno nell’improvvisazione la propria dominante. Quello che accade è una inversione: oggetti estranei sono trattati da strumenti musicali, mentre gli strumenti perdono la loro funzione e sono utilizzati come sola materia per produrre altri suoni, diversi da quelli per il quale sono stati pensati. Sue opere di questo primo periodo sono gli Intervalli e gli Studi sulla singola frequenza. Tra le più autoriali composizioni successive vanno citati Gesti sul piano del 1962 e L’arte è facile del 1972.

Giuseppe Chiari: l’incontro con il movimento newyorkese Fluxus

Giuseppe Chiari estende il suo approccio decostruttivo anche ai metodi di trasmissione di tali composizioni: non solo canonici concerti strumentali dal vivo, ma anche media inaspettati, quali video concert o tv happening. Si tratta di un naturale, ma deciso, passaggio dalle arti musicali a quelle performative. Tali media infatti costringono ad aggiungere complessità al solo sonoro, introducendo anche elementi visivi (scenografia) e gestuali (regia). Negli anni Sessanta iniziano i primi incontri con gli artisti del movimento newyorkese Fluxus, al quale poi Chiari rimarrà sempre legato. Tale movimento rappresenta la sua visione, fatta di spontaneità e casualità del momento di creazione artistica. Si unisce a diversi concerti strumentali ed interventi sonori. Nel 1962 Gesti sul piano fu eseguita da Frederic Rzewski al Fluxus internationale Festspiele neuester Musik di Wiesbaden. Allo stesso periodo risalgono i confronti con le ricerche di poesia concreta del Gruppo 70. Formatosi nel maggio del 1963, dal convegno Arte e comunicazione promosso da Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Sergio Salvi e Silvio Ramat, il Gruppo 70 è formato da un variegato ensemble di poeti, narratori, critici, intellettuali, artisti e musicisti. Sono legati principalmente alla scena sperimentale fiorentina, in particolare alla rivista «Quartiere», all’esperienza pittorica di Nuova Figurazione, e alla scuola di Nuova Musica, istituita proprio da Chiari assieme a Sylvano Bussotti. La vicinanza agli artisti di tale gruppo diviene fondamentale nel percorso di Chiari, perché rappresenta la spinta anche verso l’arte visiva.  Dal 1965 torna a lavorare in autonomia, spingendo sempre più il livello di alterazione della composizione musicale tradizionale. Compone in questi anni i vari Metodi per suonare, che rappresentano la produzione più corposa del suo repertorio.

Lampoon review: Giuseppe Chiari

Già nelle prime partiture musicali, Giuseppe Chiari è solito esaltare i segni di note o appunti grafici, come abituali annotazioni. Man mano questo insieme di segni assume un’evidenza visiva tale da generare immagini autonomamente significanti. Come ha sperimentato col suono, comincia allora a farlo con mezzi espressivi diversi: dai collages a soluzioni pittoriche elaborate con segni, scritte, timbrature e tecniche miste su pentagrammi, spartiti, fotografie. I primi lavori autonomi sono sovrapposizioni di spartiti musicali utilizzati come base per disegni sempre legati al tema del suono. Inizia successivamente il lavoro su altri supporti e sul colore. Le installazioni diventano accostamenti visivo-gestuali. Le immagini di strumenti musicali stilizzati cominciano ad essere accompagnati da lettere e parole, quasi dei rebus. Ricorre spesso al fondo oro, di sacra matrice bizantina, sul quale i segni in nero sono impressi come nei gesti di un writer. Le opere della produzione matura, dagli anni Ottanta, si basano quasi esclusivamente sull’uso di parole, con stampo ironico. Spesso unite in frasi che giocano sul confine tra provocazione e non senso, in periodi sconclusionati. Frammenti di discorsi che aprono un dialogo partecipato con il pubblico, senza risposte o asserzioni.

John Cage e Giuseppe Chiari

Il suo lavoro è apprezzato da John Cage stesso, che include Giuseppe Chiari nell’antologia Notations, pubblicata a New York nel 1969. Questo richiama l’attenzione della critica già negli anni ’70. Si unisce alle più importanti rassegne collettive. Nel 1972 espone a Documenta 5 a Kassel: è il punto di lancio per il suo lavoro da artista.

Nel 1973 è invitato ad esporre alla X Quadriennale di Roma. Edizione che permetteva esposizioni solo su invito, aboliva i premi e non permetteva vendite. Partecipa per quattro edizioni all’Esposizione internazionale d’arte di Venezia (anni 1972, 1976, 1978, 1984) e alla Biennale of Sydney del 1990. Chiari muore a Firenze il 9 maggio 2007. Anche dopo la sua morte, sono state numerose le esposizioni della sua opera – Giuseppe Chiari, mostra del 2009 tenuta presso il Careof DOCVA Centro per la documentazione delle arti visive a Milano; la mostra-performance del 2011 tenuta all’Auditorium Parco della Musica di Roma a cura di Achille Bonito Oliva per il progetto FLUXUS BIENNIAL; A proposito di Giuseppe Chiari, esposizione al Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova nel 2013; l’antologica tenuta al Miart di Milano nel 2016.

Giuseppe Chiari alla Quadriennale 2020

In mostra alla Quadriennale 2020 è presentata la componente più concettuale della sua ricerca, legata alla creazione di una serie di statement che mettono in discussione la definizione stessa di ‘opera d’arte’. I titoli delle opere ripetono quanto scritto a mano su carta, in maniera provocatoriamente didascalica. Se questa è arte tu sei pazzo (1999), oppure Voglio vivere senza capire, posso? Grazie (1999) riflettono sulla leggibilità dell’arte e sulla barriera che si può creare tra questa e lo spettatore, la cui frustrazione interpretativa è estremizzata in Nessuno può insegnarti niente (1999). Gli statement propongono una serie di approcci performativi per leggere la mostra, un apparato di mediazione e interpretazione dell’opera che assume in sé lo sguardo obliquo che guida Fuori, secondo il testo critico ufficiale della mostra.

Alessandro Fusco

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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