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Fibra degli dei: la lana di alpaca, dalle Ande peruviane al tessile artigianale italiano

Non hanno zoccoli, l’impatto sul terreno è minimo. Producono lana anallergica, che non ha bisogno di acidi o tinture. Le esperienze e le avanguardie di allevamento in Italia

Lana di alpaca in Italia

Oggi in Italia esistono diverse realtà che hanno scelto l’alpaca come animale per produrre fibra, in Trentino o in Umbria, in Toscana o in Piemonte, in Emilia Romagna o nelle Marche. Nel 2011 Greta Cherubini decide di lasciare la carriera militare. Cresciuta nella Val di Bisenzio, dove la provincia di Prato si insinua verso nord tra le montagne dell’Appenino Tosco-Emiliano e verso sud nella piana prima pratese e poi fiorentina, intraprende la strada del tessile: una scelta legata alla storia e alla tradizione del luogo in cui è nata – Prato, distretto manifatturiero. Per avviare la sua attività guarda fuori dai confini toscani e italiani e, insieme al compagno, acquista da un allevamento in Belgio tre femmine di alpaca.  Nasce così Anticofeudo Alpacas, fattoria urbana nel comune di Vernio che ruota attorno a questo animale: dall’allevamento alla vendita, dalla produzione di filati e maglieria all’attività di consulenza per altri allevatori. 

Allevamento di alpaca di Antico feudo

L’allevamento di Anticofeudo, dai primi tre alpaca acquistati, oggi è dieci volte più grande. Gli esemplari sono circa una trentina. «La moltiplicazione di questi animali richiede tempo. Il periodo di gestazione è lungo. Dura circa 345 giorni, poco meno di un anno. Se la gravidanza è tranquilla e viene portata a termine, nasce un solo esemplare. È una caratteristica comune a tutti i camelidi, la specie animale a cui appartengono gli alpaca», racconta Cherubini. «La struttura delle fibre – spiega Cherubini – è come se fossero tubi pieni d’aria. Non sono stratificate. La lana che ne deriva è cinque volte più calda di quella merinos e non presenta alcuna traccia di lanolina. Questo la rende anallergica e una delle poche a non pungere la pelle. La mancanza di lanolina permette anche alla lavorazione del prodotto di essere meno aggressiva perché è questa che rende sgradevole l’odore di alcuni animali. Non essendo presente negli alpaca, non è necessario usare acidi per lavorare il prodotto che si ottiene dalla tosatura».La produzione di Anticofeudo Alpacas si inserisce nel solco della tradizione laniera di Prato, collaborando con tutta la filiera intorno ai suoi terreni. «Una quota del filato e dei vestiti è lavorata e prodotta direttamente alla fattoria. Altre in collaborazione con altri lavoratori della Valle», spiega Cherubini, «Il prodotto finito è poi venduto in loco, sul nostro sito, oppure in occasione di fiere artigianali, a Firenze e dintorni». 

Per Cherubini, la scelta stessa di allevare alpaca è motivata dall’attenzione per il benessere del bestiame: «Abbiamo scelto l’alpaca anche perché in Italia, a differenza del Sud America, non esiste un mercato per la sua carne. Negli allevamenti di capre e pecore, quando si hanno molti animali, soprattutto maschi, si va alla macellazione. Non volevamo che succedesse qualcosa di simile». Quando Cherubini decise di fondare una fattoria urbana, uno dei suoi desideri era quello di recuperare terreni poco utilizzati del luogo in cui è cresciuta. Tra gli animali da allevamento l’alpaca è uno dei più rispettosi del suolo e del territorio. «Non hanno zoccoli e il loro impatto sul terreno è minimo. Hanno denti solo nella parte inferiore della bocca e quelli che hanno non sono taglienti. Non mordono e non danneggiano l’erba. È come se la tagliassero, non potendola strappare – anzi, ripuliscono i terreni. Rispecchiano il modo di vivere del Sud America, la loro terra natìa. Non sono aggressivi e sono silenziosi, sono curiosi, imparano presto i percorsi abituali e fanno la strada in automatico, in gruppo, aiutandosi a vicenda: c’è sempre chi controlla se c’è un pericolo in arrivo». 

Allevamento Alpaca di Marano

Nel marzo 2016, qualche centinaio di chilometri più a Nord, in val Tidone –provincia di Piacenza – Gloria Merli, laureata in architettura e oggi impegnata con questi animali, acquista 5 alpaca da una tenuta nelle Marche. Decide di ampliare l’azienda agricola gestita dalla madre e dà vita all’allevamento non intensivo Alpaca di Marano. Da quattro anni, Gloria Merli è vicepresidente della SIA- Società Italiana Alpaca. È alta sia la richiesta di fibra sia di animali: «L’Italia è il maggior importatore di lana di alpaca dall’estero», racconta Merli, «Altri Paesi hanno ormai una tradizione più radicata. Australia e Nuova Zelanda, ad esempio, ma anche Germania, Francia, Belgio e Inghilterra, anche se in quest’ultima gli allevamenti -di alpaca e non solo- recentemente hanno dovuto fare i conti con il rischio della tubercolosi».  L’allevamento di Alpaca di Marano, dai 5 animali iniziali, oggi ne ha 15, tutti giovani, intorno ai 9 anni di età. Pensare ad alpaca cresciuti in Italia o in Europa suscita ancora oggi curiosità. Nell’immaginario comune è un animale che evoca terre esotiche e lontane: il Sud America.  È qui che un gruppo di camelidi migrò circa undici milioni di fa dall’America del Nord, dando origine prima alla Vicugna e al Guanaco e poi al Lama e all’Alpaca. Di questi ultimi esistono due specie, i Suri e i Huacaya, i più diffusi negli allevamenti, tra cui anche Alpaca di Marano e Anticofeudo. Alcuni geroglifici trovati in Perù testimonierebbero come già 4mila anni fa gli alpaca fossero utilizzati dalle popolazioni indigene come bestiame addomesticato. 

Storia della lana di alpaca

Nel Sedicesimo secolo, dopo la conquista spagnola del Perù, rischiarono di estinguersi. I loro allevamenti furono quasi interamente soppiantati in favore delle pecore, più famigliari ai conquistadores. Per salvarli, i nativi spostarono gli animali dai bassi pascoli di Puno Baja alle Ande peruviane, dove gli alpaca svilupparono l’abitudine di resistere durante il giorno ad alte temperature e durante la notte al clima freddo e inospitale. Ancora oggi l’adattabilità a diverse condizioni ambientali caratterizza questi animali, anche se, come dice Merli, «Provenendo da alte latitudini, il luogo più adatto al loro allevamento rimane quello collinare. Con le giuste attenzioni: stalle con la possibilità di essere chiuse per proteggerli da animali predatori e spazi adatti al numero di esemplari presenti». Nella tradizione Inca gli alpaca erano considerati ‘l’oro delle Ande’. Dell’animale nulla veniva sprecato. Se ne utilizzava la carne, la pelle e la lana. Quest’ultima era lavorata per creare indumenti che solo la famiglia dell’Imperatore e i membri di corte più importanti potevano indossare: forse per questo iniziò a essere conosciuta come ‘la fibra degli dei’. 

Al di là di antiche leggende, la fortuna che la lana di alpaca ha riscosso in secoli di commercio è dovuta a caratteristiche particolari che la differenziano da altri materiali. «L’assenza di olio di lanolina, tipico degli ovini», spiega Merli, «Rende la lavorazione della lana di alpaca meno costosa rispetto -ad esempio- a quella di pecora, perché richiede meno processi di pulizia». Alpaca di Marano commercializza capi per adulti e per bambini, molti su misura, che vanno dal maglione alle fasce para orecchie contro il freddo.  Per arrivare al prodotto finito si può fare a meno di utilizzare coloranti perché, continua Merli, «In natura esistono 16 colori diversi per un totale di più di 22 sfumature della fibra di alpaca».  La tosatura segue i tempi della natura. Arriva una sola volta ogni anno, in primavera, in modo che per l’inverno successivo il pelo dell’alpaca, ormai ricresciuto, potrà proteggerlo dal freddo. In un alpaca adulto, spiega Merli, la fibra è divisa in 3 parti: prima e seconda scelta, che diventano filato, e terza scelta che, essendo più corta, è utilizzata ad esempio per le imbottiture. Ogni animale in età adulta produce intorno ai 4 chili di lana. I più piccoli -i ‘cria’- dai cinquecento grammi al chilo. Una volta raccolta, viene smistata in base al colore e ad altre caratteristiche. Dopo il lavaggio e l’asciugatura, la filatura. I processi si differenziano in cardatura e pettinatura. La prima è utilizzata per le fibre più corte, la seconda per quelle più lunghe. «La lana più pregiata è quella ricavata dagli esemplari più giovani. Dedichiamo una parte del ricavato alla lavorazione a mano con ferro e uncinetto. Così si producono maglioni, lane, sciarpe, stole e cappelli. Un’altra parte è riservata alla maglieria più fine e ricercata. La fibra primaria, sofficissima, va in pettinatura. C’è poi lo scarto delle fibre più corte, come quelle delle zampe e del collo, usato per giacche e cappotti dopo essere stato cardato; oppure è usato come concime per gli uliveti dell’azienda». L’allevamento Alpaca di Marano è specializzato in filiera corta. 

Lavorazione della lana di alpaca

Merli: «L’unico passaggio che viene fatto fuori dalla nostra azienda è quello che trasforma la lana grezza in filato. Lo affidiamo a un lanificio artigianale: bisogna saper lavorare al meglio il tessuto. Poi il filato torna da noi, io lavoro a telaio. La prospettiva di occuparsi dell’intero ciclo della filiera in futuro c’è: l’obiettivo dell’azienda rimane quello di crescita e di investimento nel nostro brand, ma con una dimensione che giustifichi sempre le particolarità di un lavoro artigianale selezionato». La lana di alpaca, grazie alla morbidezza, la resistenza e la lucentezza che la caratterizza, è usata anche per capi e collezioni di maison lontane dalla dimensione famigliare. Tra queste ha figurato la casa di Valentino, che ha però deciso nell’estate 2020 di interrompere entro il prossimo anno la produzione di capi in cui è presente l’alpaca, dopo che un’indagine dell’associazione animalista PETA ha messo in luce pratiche di tosatura poco attente al rispetto dell’animale in Perù, a Mallkini, il più grande allevamento privato di alpaca al mondo. La decisione del brand, applaudita da gruppi animalisti, non deve confondere come sottolinea debitamente Merli: «In Italia, non conosco allevamenti che portano avanti pratiche violente. Bisogna evitare di demonizzare la tosatura in sé: oltre ad essere necessaria per produrre lana, è indispensabile per il benessere dell’animale. Non sopravvivrebbe al caldo nei mesi estivi. Quello che è importante è che queste operazioni vengano fatte in sicurezza, da persone esperte, e che ci sia sempre attenzione e rispetto per l’animale. Anche perché se un esemplare soffre, questo si ripercuote sulla salute della stessa lana». Gli esemplari femmina hanno un forte istinto materno e non abbandonano mai i ‘cria’, i cuccioli, dai quali si ottiene «Il taglio di lana più pregiato in assoluto, per un massimo di cinquecento grammi o un chilo», spiega Merli. Docili, e non inclini ad attaccare animali e umani, da anni gli alpaca sono visti come una specie adatta a svolgere attività insieme all’uomo. Merli precisa però che, se è vero che sono mansueti e si relazionano bene con gli umani, «Non bisogna considerarli animali da compagnia. Possono fare passeggiate in gruppo, ma senza esagerare: mezz’ora e non di più. Un lama può essere più adatto a un trekking vero e proprio. Vanno rispettati e non allontanati troppo dalla loro quotidianità, inserendoli in attività per cui non sono gli animali più appropriati».

SIA – Società Italiana Alpaca

Nel 2010 nasce la SIA- Società Italiana Alpaca, associazione senza scopo di lucro dedicata allo sviluppo degli allevamenti di alpaca in Italia. Ha l’obiettivo di aiutare gli allevatori a sfruttare al massimo le potenzialità dei loro allevamenti, e al contempo di informare sul corretto trattamento degli animali, per preservarne salute e benessere.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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