Mostra fotografica di Augusto De Luca al Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortes di Napoli, il 19 dicembre 1987, Fotografia Augusto De Luca
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La buona società di Milano

Lo snobismo vive nella decadenza, patisce ogni forma di cambiamento: ma sappiamo bene come sullo snobismo si componga una letteratura umana

Milano: Cova o Saint Ambroeus

I convenevoli, quelli prima di scegliere se andare da Cova o da Saint Ambroeus, compongono una conversazione per pochi. I loghi dorati sulle tende blu sono i bottoni di quel doppio petto che Berlusconi non ha mai saputo scegliere. Sono le frasi di un circolo chiuso, di quel salotto buono della Milano che conta o che contava, delle grandi famiglie borghesi degli anni Cinquanta la cui progenie ha goduto del boom degli anni Ottanta. Un salotto di gente che aveva in mano l’industria e la pubblicità – in un substrato più fluido e consistente della moda internazionale di Franca Sozzani. 

Foto d’epoca della pasticceria Cova nella sua storica sede di piazza della Scala

La borghesia milanese

Il salotto buono vestiva Doriani nei giardini nascosti dietro Portorotondo, girava in barca a vela in Sicilia, cresceva i figli al Bagno America a Forte dei Marmi – vestiva Johnny Lambs, ironia e vezzo su Gianni Agnelli. Le sorelle Collini, Loro Piana, Koelliker – alcuni non ci sono più, Carlo Schapira, Hans Tiefenbacher, io me li ricordo la sera, intorno al divano di mio nonno, prima che per mezzo di una vendita a mia insaputa, quel salotto perse la sua anima per sempre. Il lunch al Paper Moon – oggi ha chiuso. Era la società di Paolo Mieli, al Corriere della Sera – quando le pagine della cronaca di Milano davano spazio ai trafiletti di Lina Sotis, che tra la gentilezza di un complimento e una educata violenza, raccontava il correre del tempo, e il colore della città, di Milano. Quei trafiletti, li leggevano tutti – era incredibile. Era un mondo di potere e risate: si tratta di un mondo che non c’è più. Finito o esaurito – cancellato: quella signora una volta esuberante e ormai malconcia, che rimane seduta sola nel suo salotto senza gusto, odora di sporco.

La mattina, in quella sfida, in quella scelta, tra un convenevole e una posa, si riassumeva l’appartenenza a un salotto privato a cui tanti speravano entrare per ritrovarsi ancora oggi a non esserci mai riusciti. Era tanto difficile entrare, ma poi quasi impossibile uscirne – io ero un bambino, un piccolo erede a cui era stato tolto e rubato un impero, che apprendevo più di quanto osservassi, dal basso della mia statura all’alto di quello snobismo. Uno snobismo perfetto, davvero, su un caffè da Cova o da Sant Ambroeus – di un circolo che Bastianello e Marchesi non potranno mai vantare ai propri tavoli – chiunque li nominasse, per automatismo, verrebbe liquidato come uno di passaggio. Lo snobismo vive nella decadenza, non potrebbe fare altrimenti – patisce ogni forma di cambiamento: ma sappiamo quanto sia lo snobismo sia la nostalgia siano poi parte di una letteratura che attraversa i secoli.

Ornella Fusco

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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