Fabrizio Plessi, The Golden Age
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Fabrizio Plessi, scultore delle tecnologie – il digitale? Archeologia

«Disegno almeno tre ore tutti i giorni. Faccio vedere a me stesso l’opera come sarà ed è come se l’avessi già consumata culturalmente. Il disegno è la parte visiva dell’animo, il digitale per me è archeologia».

Lampoon – intervista a Fabrizio Plessi

Era l’inizio della sperimentazione artistica attraverso il video, che negli stessi anni interessò anche colleghi come Nam June Paik, Wolf Vostell o la Television Gallery di Gerry Schum. Al tempo la critica non parlava ancora di digitale, ma di arti elettroniche. «A partire dalla fine degli anni Sessanta, ho immaginato che avremmo avuto un decollo delle tecnologie, sempre più invasive e presenti nella nostra vita. Ho sempre pensato che un artista abbia il dovere di utilizzare tutti i mezzi tecnologici che il proprio tempo gli offre. Nel mio lavoro ho cercato di essere vent’anni avanti, con una certa presunzione, mista a sicurezza. Ero convinto che le tecnologie sarebbero state un. nemico per creatività artistica – ho scelto dunque di affrontarle, senza mai esserne un fanatico e tenendo conto della memoria storica della nostra cultura». 

Fabrizio Plessi La Biennale d’Arte del 1986 e documenta 8 

Quattordici partecipazioni alla Biennale di Venezia, di cui otto a quella d’Arte. Con l’invito a rappresentare l’Italia alla Biennale del 1986, intitolata Arte e scienza, Fabrizio Plessi porta il medium televisivo all’interno dell’esposizione internazionale con Bronx; l’anno precedente, la prima mostra di videoinstallazioni in Italia alla Rotonda della Besana di Milano. 

«L’opera attese cinque giorni ai cancelli della Biennale. I televisori erano ritenuti elementi non culturali né tantomeno artistici. Esposi per la prima volta questa videoinstallazione costituita da dei badili conficcati negli schermi di televisori. Colpivo al cuore la tecnologia. In quell’occasione, presso i Giardini della Biennale, la commissione di Kassel fece i suoi inviti per la documenta 8 dell’anno successivo. Su un totale di centodieci artisti ne furono selezionati solo tre italiani: Giovanni Penone per l’Arte povera, Enzo Cucchi per la Transavanguardia ed io per i nuovi media. A Kassel presentai la monumentale installazione ROMA, finanziata completamente dalla manifestazione. Fu acquistata all’inaugurazione dalla bavarese Galerie Thomas». 

Da quel momento la consacrazione a livello internazionale: «dopo Kassel ho continuato con mostre di livello, anche trentacinque all’anno, essendo pure diventato più facile reperire i mezzi economici per la realizzazione delle opere, legate all’idea di spettacolarità monumentale». Monumenta nel 2012 presso la Valle dei Templi di Agrigento era un’installazione lunga quattrocento metri, composta da nove monoliti, ognuno dedicato a una divinità della Magna Grecia, caratterizzati all’esterno da una patina antica mentre al loro interno alberga la tecnologia del digitale che evoca elementi naturali. 

Fabrizio Plessi, Omaggio a Canova 

Nel 2018, presso la Scuola Grande della Misericordia, Fabrizio Plessi colloca una testa che emerge dall’acqua. Si tratta dell’installazione Omaggio a Canova. Un’opera concettuale e interattiva: girando attorno a questa videoscultura si può accedere all’interno del cranio dello scultore e osservare come, digitalmente, vi prendano forma i suoi noti disegni. «Non si tratta di un’acqua fisica ma mentale. Nelle mie opere rappresenta la liquidità del pensiero. Goethe sosteneva che l’anima fossa ‘umida’. Omaggio a Canova è una celebrazione del genio dell’arista e metafora del suo pensiero». 

Lampoon, Fabrizio Plessi, Mare di Marmo
Fabrizio Plessi, Mare di Marmo, 1985, Fotografia Giuseppe Molteni

C’è poi una liquidità tutta veneziana nell’opera di Plessi. «Sono arrivato a Venezia quattordicenne per studiare al Liceo artistico e poi all’Accademia. Trovai una città allagata. L’acqua è diventata parte della mia vita. È a Venezia che ho incontrato anche la persona più importante nella mia formazione artistica, il pittore spazialista Edmundo Bacci. Mi ha insegnato a vivere l’arte. Aveva un contratto con Peggy Guggenheim e la sera andavamo da lei. Lì ho conosciuto i più grandi artisti. Per trent’anni, ho desiderato una mostra al Guggenheim e il mio sogno si avverò al Solomon Guggenheim Museum di New York nel 1998. Questo per dire che finché si sogna si è giovani. La vecchiaia inizia quando i rimpianti si sostituiscono ai sogni». 

Rispetto alla riflessione sul rapporto tra arte e vita, l’artista afferma: «Plessi pubblico è come una nave che attraversa l’oceano. Sulla nave c’è una piscina che rappresenta la mia vita privata. Sia la nave sia la piscina vanno nella stessa direzione e l’acqua dell’oceano non toccherà mai quella della piscina o viceversa. Se piove le stesse gocce cadono sul mare come nella piscina. Sono le acque della mia vita, ondulate dallo stesso vento, che convivono pur stando separate».

Fabrizio Plessi: il sodalizio con LVMH e il rapporto con gli NFTs

Numerose le collaborazioni con il mondo della moda. Tra i recenti sodalizi creativi quelli con LVMH, in particolare con le maison Dior e Louis Vuitton. «Approvo la contaminazione dei linguaggi e queste aziende non sono meri sponsor per me. C’è una sinergia creativa che caratterizza i nostri progetti». Risale al 2008 la prima borsa digitale creata per l’apertura di Vuitton a Hong Kong, in edizione limitata di ottantotto esemplari, cifra fortunata secondo la numerologia cinese. 

Con il supporto di Dior, nel settembre 2020 Plessi realizza in Piazza San Marco la videoinstallazione L’eta dell’Oro che recentemente è trasmigrata sotto forma di NFT attraverso una collaborazione con Nifty Gateway. «Sono mosso dall’entusiasmo dell’ignoto e sento il dovere di sperimentare. Mio figlio mi ha consigliato di commisurarmi con questo nuovo medium: sono il primo italiano ad aver partecipato a un’asta di NFT». 

Fabrizio Plessi, scultore delle tecnologie

«Ho cercato di coniugare il più possibile la cultura tecnologica con la memoria storica dell’arte: nelle mie opere il marmo, la pietra, il legno si fondono al cangiante elettronico». Un’operazione alchemica compiuta in solitario: «il mio lavoro è sempre stato quello di isolarmi, non ho ‘compagni di strada video’, se non Nam June Paik e Bill Viola, legato all’immagine cinematografica. Bill mi dice sempre: Fabrizio tu sei uno scultore delle tecnologie, io un pittore. La tecnologia per me è un mezzo narrativo dell’arte e noi abbiamo il dovere di dominarla sennò sarà lei a dominare noi».

«Ho cercato di alzare la temperatura emozionale del mezzo»: un’affermazione che si sposa con la teoria dei media di Marshall McLuhan, il quale definiva, in particolare, il televisore un medium freddo, ovvero attivatore di partecipazione e, per sua natura, generatore di emotività. «È ciò che ho insegnato anche agli studenti in veste di professore di Umanizzazione delle tecnologie alla Kunsthochschule für Medien di Colonia». 

Fabrizio Plessi: il teatro

Ancor prima a Plessi era stata affidata la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia e, successivamente, quella di Scenografie elettroniche per cinema, teatro, televisione e opera lirica presso il medesimo istituto tedesco. «Sto attualmente lavorando con gli studenti di scenografia dell’Accademia di Venezia a una mostra che si terrà ai Magazzini del Sale. È necessario oggi riflettere su cosa ci sia di più incredibile del falso che diventa più vero del vero. In teatro tutto è falsità e il digitale in fondo è simulazione. Quando penso a una mostra studio il suo percorso, le emozioni che evocherà, cercando di mantenere sempre alto lo stupore dello spettatore. Ecco che la teatralità fa parte del mio lavoro e la concezione wagneriana di opera d’arte totale per me è importantissima: immagini in movimento e sonoro sono imprescindibili. Negli anni ho lavorato molto sia con Michael Nyman, Frédéric Flamand e Luca De Fusco». 

Il teatro come peculiare scrigno creativo dove sperimentare nuovi legami tra la propria poetica e gli attori che lo animano: «Nei miei lavori manca un interesse specifico per la figura umana. Prediligo gli elementi naturali come l’acqua, il fuoco, la lava con i loro suoni e dinamiche. Allora a volte faccio teatro perché ho la possibilità di accostare la fisicità delle persone alla mia opera. È una specie di vacanza con una cadenza circa triennale». 

Fabrizio Plessi al Festival di Todi e al Festival dei due mondi di Spoleto

«Durante l’estate, in occasione del Festival di Todi e del Festival dei Due Mondi a Spoleto, presederò delle mie videoinstallazioni. A Spoleto mostrerò l’aspetto teatrale del mio lavoro attraverso opere come Icaro, Titanic ed Ex machina; a Todi presenterò una scultura monumentale di ferro nero corredata da ottanta finti televisori spenti, simulati attraverso la tecnologia Led: la magia della mancanza di comunicazione che però alla sera si anima con immagini e sonoro». Inoltre, un progetto, commissionato da Generali per la loro sede milanese, che omaggerà l’opera di Zaha Hadid. Sempre a Milano, per la primavera 2023, si terrà «una grande retrospettiva a Palazzo Reale con fulcro nella Sala delle Cariatidi». 

Fabrizio Plessi 

Fabrizio Plessi nasce a Reggio Emilia nel 1940. Vive e lavora a Venezia. A partire dagli anni Sessanta inizia a indagare le possibilità artistiche legate al video e al digitale, applicandole anche alla scenografia teatrale e, di pari passo, portando avanti l’attività di accademico. La sua carriera conta 540 mostre, di cui centotrentotto nei musei di tutto il mondo.

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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