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Canapa e Calce per l’edilizia verde

Ristrutturazione, valorizzazione storica ed efficienza energetica. La combinazione naturale ripresa dal passato e un auspicato impegno statale nel saggio di Gilberto Barcella

Lampoon Interview: Gilberto Barcella

«Io scrivo questo libro nel tentativo di mettermi la coscienza a posto». Gilberto Barcella è autore del saggio Canapa e Calce, Tra tradizione e innovazione dalla bioedilizia alla neoedilizia. Il punto di partenza della sua riflessione non è la materia prima, riconosciuta come una risorsa versatile e utilizzabile anche nel mondo dell’edilizia. L’inizio è legato alle motivazioni che limitano la possibilità di far diventare la canapa essenziale per il raggiungimento degli obiettivi sul risparmio energetico, in chiave ecologica. In diversi paesi come Francia, Svezia, Inghilterra, Bulgaria, Israele si è già arrivati a capire il potenziale effettivo e sul lungo periodo dell’accoppiata canapa e calce per le costruzioni. «In Italia siamo ancora indietro, si parla di efficientamento energetico e di eco-bonus su materiali che hanno componenti (come i cementi cellulari espansi, le malte idrauliche, gli isolanti sintetici leggeri destinati all’ossidazione ndr) che vengono privilegiati in maniera sfacciata, si punta sui materiali leggeri illudendosi che siano più duraturi di quelli naturali», spiega Barcella, dopo oltre cinquecento cantieri portati a termine, studi, esperienze sul campo e un brevetto per la realizzazione di biocompositi in canapa e calce che consente di industrializzare i processi di produzione e installazione di involucri ad elevata efficienza energetica, naturali e riciclabili. Per essere più specifici per il campo edilizio si utilizza il canapulo, lo scarto che si ottiene dalla lavorazione delle fibre. Se questo è protagonista, la calce è l’aiuto fondamentale: il legante che rende possibile la costruzione, quello che si ottiene dal calcare presente in natura.  

Il primo documento scritto sull’uso della canapa

La risposta quindi potrebbe darla la tradizione, anche se questa è una parola che l’autore vuole abbinare al significato di ‘consegnare’ e non quello di ‘tradire’ come potrebbero fare quelli che oggi chiamiamo materiali tradizionali per comodità ma non per passato virtuoso. Meglio dire quindi parlare di storia. «La canapa ci permette di reintrodurre nei sistemi costruttivi quella calce aerea che è stata la protagonista di edifici storici o monumenti ormai considerati eterni come il Colosseo, le terme medievali o i castelli che ancora possiamo vedere, visitare e vivere oggi nonostante i secoli passati, le guerre e le calamità naturali», continua l’esperto. «Il primo documento scritto riguardo all’uso di canapa e calce per la realizzazione di un buon muro in condizioni di umidità elevate risale al De re aedificatoria del 1450 circa, Leon Battista Alberti l’autore in questione. Oggi quando parlo di questi materiali ad architetti o progettisti mi viene chiesto se ci sono esempi di case realizzate con questa tecnica». La differenza sta nell’innovazione del momento, che partendo dagli esempi del passato e con le tecniche odierne può diventare uno stimolo aggiunto alla valorizzazione del prodotto finale duraturo. 

Edilizia: quanto inquina il settore

In termini di inquinamento il settore dell’edilizia è il comparto industriale che è responsabile del quaranta percento dei gas immessi nell’ambiente. Questo è dovuto all’uso dei materiali destinati all’involucro delle abitazioni, il cui processo di approvvigionamento produce Co2 e comporta soluzioni che non hanno efficienza energetica paragonabile ai materiali naturali.  La questione legata al ‘cappotto’ delle abitazioni ha dei vincoli legislativi che l’edilizia deve rispettare ma, nel caso dell’isolamento con materiali massivi naturali, dovrebbero essere rivisti. A questo si aggiungono i risparmi che potrebbero essere garantiti con l’inserimento di questa formula edilizia. «In Italia il consumo medio all’anno per il riscaldamento invernale è di venticinque litri di gasolio per metrocubo. Se tutte le case fossero coibentate con canapa e calce, nel Paese si potrebbero risparmiare quarantacinque miliardi di euro l’anno in spese di riscaldamento. Certo, il polistirolo è più economico ma il risparmio sulla canapa lo dà sul medio e lungo periodo», sottolinea Felice Giraudo, fondatore e presidente di Assocanapa intervistato e citato nel libro di Barcella. «Oggi un cappotto ‘convenzionale’ costa sui settanta euro al metroquadro a salire in base a quanto cambia la materia prima. Canapa e calce a norma di legge (rispettando le direttive su edilizia) costa il doppio e chiediamo almeno quindici giorni di lavoro in più», sottolinea Barcella. 

Costruire con biocompositi in canapa consente di avere ottime prestazioni termotecniche grazie alla regolazione della temperatura interna negli ambienti e isolando dagli sbalzi dalle temperature esterne: mantenendo il calore interno in inverno e a protezione dal caldo esterno in estate. I biocompositi in canapa e calce sono mappati nel protocollo per la certificazione degli edifici LEED (The Leadership in Energy and Environmental Design, il sistema di classificazione dell’efficienza energetica e dell’impronta ecologica degli edifici sviluppato nel 1989 negli Stati Uniti dallo U.S. Green Building Council) e rispondono ai criteri minimi ambientali (CAM) stabiliti dal Ministero dell’ambiente. 

Canapa per edilizia – lavorazione in cantiere, Bisceglie

Edilizia carbon negative

Puntare al carbon negative abbraccia le posizioni dell’Unione Europea e i suoi obiettivi per il futuro. Partire da una materia agricola a scarto zero, impatto positivo e riproducibilità locale come la canapa è necessario e più che mai attuale. Dall’altra parte il picco di domande che il settore ha ricevuto stimolato dagli incentivi statali per la ristrutturazione e l’efficientamento energetico degli edifici non potrebbe avere un parallelo nell’offerta di canapa disponibile, perché c’è un imbuto nel mercato italiano. «Non bisogna solo avere buone idee ma confrontarsi con il mercato per quella che è la situazione», continua Barcella. «Se io decido di installare un impianto di canapa in centro alla Lombardia, per soddisfare tre regioni come Lombardia Veneto e Piemonte devo coltivare almeno dieci mila ettari di canapa. Allora potrei essere un player che compete con la Francia (da cui oggi ci si approvvigiona ndr.). Allo stesso tempo dovrei produrre cinquanta mila tonnellate di canapulo, trenta mila di fibra e subire la concorrenza di cinesi, francesi e lettoni per il settore dell’automotive e della fibra. Se io oggi apro azienda così mi schianto contro altri mercati. Se lo Stato in ottica di bonus convertisse i materiali sintetici con la canapa per vecchi e nuovi edifici, la domanda di canapulo non sarebbe sufficiente. Solo lo Stato può fare il passo, e rimettere in piedi filiera». 

Il mercato, gli interessi del Paese e quelli delle imprese coinvolte nella produzione di materiali con composti sintetici non sono gli unici soggetti coinvolti in questa transizione. Prima di tutto ci sono le persone che vorrebbero avere case salubri: scientificamente misurabili le qualità igroscopiche della canapa, come nel caso degli studi condotti dall’Università di Bath o le proprietà antibatteriche, antifungine e traspiranti della calce. Ma le stesse abitazioni sono richieste pronte in tempi rapidi e con esigenze estetiche diverse. «Mille anni fa costruivano le case in pietra, con i colori della terra o dei pigmenti naturali. Alla cultura di oggi importa se la casa è bella, colorata, idrorepellente e senza aloni, si richiede il color ‘giallo austriaco’. Cosa vuol dire? L’edilizia normale va in direzione opposta rispetto alla cultura del passato che oggi in Italia appartiene a solo una nicchia di esperti, persone con una spiccata sensibilità ambientale o dei restauratori». Il tema del recupero del patrimonio artistico, un’altra questione. 

Abbazia di San Tommaso dei Borgognoni all’isola di Torcello

Un’esperienza che ribadisce queste proprietà su beni già esistenti e affetti da problematiche di deterioramento dovute ad alti livelli di umidità ed elevati stress per l’acqua salata, come nella laguna di Venezia, quella nella sacrestia dell’ex complesso monumentale della Abbazia di San Tommaso dei Borgognoni all’isola di Torcello. In quel luogo, grazie ad un intervento di sei centimetri (con i materiali ‘moderni’ sono richiesti diciotto centimetri) di calce e canapa a bassa densità e di uno esterno per rifare la facciata, i muri hanno ripreso il loro colore e bellezza originaria e sono rimasti tali anche in seguito all’esondazione di Venezia nel 2018. Interventi simili sono poi stati eseguiti anche a Venezia in diverse dimore storiche e alla Fattoria dell’Autosufficienza, un centro di ecologia applicata situato nell’Appennino romagnolo, ai confini del Parco delle Foreste Casentinesi che partiva da una struttura a rudere.  «L’Italia ha un problema enorme: mantenere le opere d’arte. Abbiamo il settanta percento del patrimonio artistico mondiale, molto del quale archiviato nelle cantine dei musei che marciscono. Gli edifici non hanno capacità di avere temperatura e situazione idro-regolata, situazione ideale per loro vita. Per questo è necessario avere impianti per regolare umidità o restaurare. A Torino l’intervento all’interno dei musei dei salesiani, come nella sala delle madonne del mondo, ha riportato vivibilità ad un ambiente che era pieno di muffa e infiltrazioni. La canapa e calce è una soluzione che aiuta anche l’arte», evidenzia Barcella. Su edifici più recenti vanno citate le esperienze come il condominio ‘Case di Luce’, realizzato nel Comune di Bisceglie dalla Pedone Working con i biocomposti di calce e canapa, premiato con il Cubo di Platino CasaClima2017 e ha vinto la categoria Energy and Hot Climates del Green Building Solution Award 2016 o le nove palazzine in fase di realizzazione nell’area di Verona a San Vito di Negrar e di sei appartamenti a Pedemonte di San Pietro.

Gilberto Barcella 

Gilberto Barcella: Dal 1998 si occupa di edilizia, dal 2010 di biocompositi in canapa e dal 2018 svolge la funzione di manager dell’area tecnico-commerciale e ricerca e sviluppo per la Senini S.r.l. di Montichiari (Brescia). In parallelo, tiene corsi di aggiornamento presso gli ordini professionali di architetti, geometri e ingegneri in tutta Italia, collabora con il Politecnico di Milano tenendo seminari e supporto per ricerche e approfondimenti, è stato relatore in diversi corsi tenuti dall’Associazione Nazionale di Architettura Biologica.

Mariavittoria Zaglio

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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