TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
Twitter

Sesso, libertà e rispetto – Lei, Armando: uno spaccato degli anni Settanta in Italia

A 19 anni mi sono presentato alla leva militare vestito da donna – collo di volpe e maxi-cappotto cammello che rasentava il suolo. Dove sta andando? – mi chiesero – Mi avete chiamato voi, questa è la mia cartolina

Lei, Armando: la storia di Armando Borno

Ho cominciato a prostituirmi nel 1968, a 16 anni. Non avevo ancora la patente della macchina, quindi andavo a Brescia dal mio paese di provincia con il treno o il motorino di mio fratello. Le prime marchette le ho fatte in via dei Mille e in viale Italia, vestito da ragazzo. Ai tempi quella era una zona gay, quindi non c’era piazza per noi travestiti: i gay con noi non vengono. All’inizio non mi travestivo; poi ho conosciuto Lidia, sette anni più di me, e con lui ho cominciato a travestirmi di nascosto, nella sua cantina. La prima volta è stata a 17 anni. Lidia aveva due begli occhi che truccava con mezze lune, sfumature e ciglia finte, ma anche un naso importante e alcuni piccoli difettucci che rendevano difficile il passaggio di genere. Vinte le nostre reticenze, abbiamo cominciato a battere da travestiti: andavamo al bar degli specchi nel piazzale della stazione, oppure a domicilio dai clienti. Il nostro primo cliente lo facemmo insieme: era don Cristoforo, un prete della città. Ci portava sul campanile, mi ricordo che si vedevano le corde delle campane; eravamo noi, lui e l’immancabile magnum di grappa alla ruta. Alla fine ci pagava due, tremila lire.

Brescia, anni Settanta

La prima ondata di travestiti che si prostituivano a Brescia era già operativa. Lea, Fabrizia e Lora avevano iniziato a lavorare nel 1966 nel quartiere Carmine: quelle pazze si spingevano a battere fino in piazza Loggia e tra piazza Loggia e piazza Vittoria, dove non era permesso neanche alle prostitute stare. Lea era una meraviglia, con capelli lunghi e biondi alla Patty Pravo, vitino da vespa e piedini da Cenerentola. Con gli ormoni si era fatta crescere seni grandi e morbidi, ma soprattutto aveva un portamento e un’alterigia da fare invidia a tutte. Faceva sballare gli uomini che passavano. Prostituirsi non era reato: una donna lo faceva senza troppi problemi, ma per un travestito era più difficile perché lo si poteva incastrare con la scusa del mascheramento, del cambio di persona. La polizia era d’accordo con alcuni complici che si fingevano clienti e salivano in stanza: a quel punto facevano irruzione loro e il complice diceva di non sapere che quello era un uomo e di essere stato ingannato. In un attimo ci si beccava sei mesi di carcere per truffa nei confronti del cliente. Con questa tattica nei primi tempi le hanno incastrate tutte. 

Dopo i sei mesi di carcere dovevano fare tre anni di sorveglianza speciale, ma quello non era un problema al Carmine, dove esisteva già un contesto di microcriminalità e prostituzione tale che le proteggeva: potevano continuare a battere sotto casa e quando arrivava la polizia scappare e serrarsi dentro. I guai arrivarono quando, al termine di questa pena, se ne inventarono un’altra per toglierle di torno: le mandarono al confino, come si faceva con i criminali. Con l’arrivo di noi più giovani, alla fine degli anni Sessanta, il massimo che si rischiava erano le multe, nonché l’umiliazione. Ti portavano in questura, dove ti tenevano tutta la notte per redigere un verbale in cui descrivevano per filo e per segno come eri vestito e truccato: abbigliamento, scarpe, monili e accessori, ciglia finte, colore dell’ombretto, del rossetto. Alla fine ti beccavi una multa amministrativa per travestimento che partiva da 80mila lire e arrivava a un massimo di 200mila. Non c’era modo per sfuggire a quei soprusi. Se vedevi la polizia ed era abbastanza distante ti toglievi i tacchi e iniziavi a correre, sperando di essere vicino a una porta dove poter entrare e serrarti dentro, ma se ti beccavano non c’erano giustificazioni. A quel tempo i poliziotti erano cattivi, terrorizzanti. Fabrizia, Lea e Lora non erano operate a quel tempo, ma Lea cominciava a farsi crescere il seno con gli ormoni: aveva sempre voluto diventare Eva, il nome che adottò dopo la rettifica sessuale. Fabrizia si era fatto le protesi. Prendeva un pezzo di polmone di mucca, lo tagliava e se lo infilava in mezzo alle gambe, simulando il sesso femminile. I poveri clienti si scopavano un polmone di mucca senza accorgersene. 

Il quartiere Carmine a Brescia

Il quartiere Carmine è sempre stato pieno di prostitute, via Borgondio ne era invasa: ogni casa ne conteneva a decine, ognuna aveva la sua stanzetta, e alcune erano veri e propri tuguri, buchi, scannatoi. L’ambiente era loro e bisognava avere timore a passare, io stesso da ragazzino ne avevo. I travestiti non potevano e non volevano mettersi nelle stesse vie, non perché avessero paura, si capisce. Le tre sapevano difendersi e le prostitute a quel tempo erano di un’ignoranza bestiale, non erano nemmeno in grado di parlare italiano. Nascevano tantissime battute sui loro strafalcioni. Agli esordi la Fabry si era stabilita in Casa Vergine di via Borgondio, Lea abitava ancora coi suoi genitori in vicolo Orientale e Lora era sempre uccel di bosco. Presto si trasferirono in vicolo Rossovera numero 5, quella che sarebbe diventata la Casa delle Bambole. Era molto più comodo e tranquillo avere un luogo stabile dove lavorare e accogliere i clienti: loro dovevano solo scendere sulla porta d’ingresso, appoggiarsi e aspettare. Lavorare in camera ti permetteva di chiedere di più. Il passaparola in un attimo aveva creato un movimento incredibile e con l’arrivo della nostra seconda ondata, tutto il palazzo fu occupato da travestiti. 

In lavorazione un libro fotografico sull’intero archivio Armando Borno

Casa delle Bambole

Era un tugurio di cinque piani fatiscenti, con continui crolli e infiltrazioni d’acqua. A noi andava bene perché l’affitto era basso, dalle 20mila alle 50mila lire per i locali più spaziosi. Nel periodo di maggior piena ci abitavamo in una ventina. C’erano anche alcune coabitazioni, ma erano rare, in genere ognuna aveva il suo appartamento. Al primo piano abitava la Medea, commessa. Un travestitone nel vero senso della parola: non aveva nulla di femminile, se non la dolcezza tipica della massaia e la propensione ad accudire e cucinare per i ragazzi che a volte si sceglieva come compagni. A un primo impatto poteva risultare inquietante: spalle enormi, tozza, polpacci da ciclista, lineamenti strani, parrucche con cotonature da teatro lirico, ciglia finte da paura, make-up alla Moira Orfei e una voce non certo da soprano. Era bravo a letto, quindi aveva molti clienti.  Il secondo piano era sempre stato delle prostitute, per esempio la Mary, piccolina, storica baldracca di Bovegno, alta un metro e 40; Maria Milanese e la Isi, una bella donna simile a Marilyn Monroe. Giulia di Mohamed – dove Mohamed era il suo pappone (spesso si identificavano le prostitute con il nome del rispettivo protettore). Loro potevano portarsi in camera i clienti ma non battere nel vicolo. Io ero al quarto piano con Tiria e Barbara, al quinto c’erano la Giuliana, la Luisa Castellana – povera si è sgozzata con una lametta – e Lidia, che era la più fortunata nel suo bel bilocale con vista panoramica a 360 gradi, dal castello alla Chiesa di San Giovanni, sempre lì a un passo dal cielo. Non esistevano cucine: si pranzava sotto casa con 2mila lire e a cena si andava nei ristoranti più esclusivi, non c’erano problemi dal punto di vista economico. I bagni invece erano su ogni piano, quindi condivisi da tre appartamenti, senza docce. Quando ci si doveva lavare si andava ai bagni diurni in piazza Mercato.

La musica travalicava i singoli appartamenti e in questo non si può dire fossimo indipendenti: se io volevo ascoltare Mina la Barbara si adattava. Gli impianti hifi erano il meglio sul mercato. Marina aveva un impianto quadrifonico che ti smuoveva il diaframma. Il mio set era composto da un impianto stereo, un equalizzatore e un registratore cassette a doppio vano. Tutto era collegato all’amplificatore con radio filodiffusione, che allora imperava: microfoni, strumenti musicali, recorder e un pick up di ultima generazione che solcava i vinili. Ascoltavamo ogni genere di musica, da Alice Cooper a Patty Smith, da David Bowie ai Rolling Stones, ma soprattutto le cantanti italiane: Mia Martini, Patty Pravo, Gabriella Ferri, la Vanoni, Alice, la Caselli, Mina, Amanda Lear. Entrai nella casa all’inizio degli anni Settanta. Ci conoscevamo tutte ed eravamo abbastanza amiche, ma c’erano anche regole da rispettare. La nostra seconda ondata entrò nella palazzina quando le prime erano in sorveglianza speciale, quindi loro lavoravano sotto casa e portavano i clienti in camera per necessità, perché non potevano allontanarsi. Noi non potevamo fare lo stesso perché gli avremmo rubato i clienti e non avevamo l’anzianità per potercelo permettere: la piazza era loro, non si discuteva. Per guadagnarsi il diritto di lavorare sotto Casa delle Bambole bisognava fare gavetta e avere la scaltrezza di occupare il posto al momento giusto. Tutte cominciavano a battere sotto casa quando le più anziane erano in vacanza. 

Ho cinque sorelle e un fratello, io sono l’ultimo. I miei erano contadini e proprietari terrieri benestanti, una delle famiglie più in vista di Bedizzole. La tipica famiglia modello, in buoni rapporti con l’arciprete e il monsignore, con tutti i piccoli favori annessi: lasciti, regali, ti costruisco il campo sportivo se mi regali l’appezzamento di terra di fianco alla Chiesa. Il parroco del paese era sempre a casa nostra a mangiare, ma non era il solo. Ricordo un buffo monsignore che, tra una portata e l’altra, si alzava e si metteva a saltare ripetutamente, tozzo e goffo com’era, per far scendere il cibo appena ingurgitato e lasciare il posto ad altro. Mia madre era una cuoca eccellente, figlia di cuochi. Visto il successo coi prelati, decisero di aprire un ristorante nella nostra tenuta. Noi siamo cresciuti con un’educazione religiosa: preghiere a tutte le ore, dal mattino, alla funzione delle due, ai vespri. Un po’ di questo rigore me lo porto ancora dietro. Una famiglia di sani principi, che guai a Dio se si fosse andati fuori dal selciato. Invece sono nato io.

Uno spaccato dell’Italia degli anni Settanta e Ottanta 

A 19 anni mi sono presentato alla leva militare vestito da donna, in modo da farmi riformare. C’era tanta neve e io indossavo un collo di volpe marrone con un maxi-cappotto color cammello che rasentava il suolo: allora andavano molto di moda. Ma Lei dove sta andando? mi chiesero meravigliati. Mi avete chiamato voi, questa è la mia cartolina. Erano scioccati, mi misero su un camion scoperto e mi portarono in caserma. Nel cortile c’erano centinaia di giovani militari: quando entrai ci fu la spartizione delle acque del Mar Rosso, si aprirono le due ali e in mezzo passai io, solo, con un collo di volpe stupendo, capelli biondi cortissimi, quasi bianchi, truccato a giorno. Il caporale mi aveva spedito lì pensando di redimermi. Presto anzi si resero conto che la mia presenza in caserma avrebbe potuto creare scompiglio: ero in camerata con tutti i militari appena reclutati. A un certo punto mi trovai nella mia branda attorniato da un centinaio di loro che mi osservavano: erano curiosi, volevano conoscermi. Si stava creando un casino, quindi mi misero in isolamento. Dopo tre giorni mi portano all’ospedale militare, dove feci il colloquio con lo psicologo, che mi riformò e mi rispedì a casa. 

All’inizio degli anni Ottanta – io mi ero già trasferito da Casa delle Bambole all’appartamento dove abito ora – incontrai Daniela, figlia di una signora del Carmine che a cinque anni l’aveva affidata a una donna di Pezzaze perché non aveva voglia di crescerla. Non ha mai conosciuto il padre e anche la sorella abitava nel quartiere. Quando a diciotto anni ha voluto andarsene dalla famiglia adottiva e tornare al Carmine, aveva già le conoscenze giuste. Io, tredici anni più grande, battevo regolarmente sotto casa. Daniela, lesbica, mi conobbe in abiti da lavoro, travestito da donna, e si innamorò di me. Contemporaneamente mi conobbe anche in abiti maschili al bar Clemes, e si innamorò anche di quest’altro bel giovane. Si innamorò di Armando e Armanda contemporaneamente, senza immaginare che fossero la stessa persona. Io avevo già avuto alcune storie con ragazze prima di lei, erano in molte a desiderarmi. Mariapaola di Bagnolo voleva a tutti i costi fare l’amore con me anche se io non funzionavo e non potevo soddisfarla. Daniela era una ragazza stupenda, magrissima, occhi azzurri, una sesta di seno. Era innamorata, mi voleva a tutti i costi, veniva a trovarmi al bar, veniva la sera mentre lavoravo. La ospitai per una notte da me in un’occasione in cui non sapeva dove andare a dormire. La mattina ci svegliammo mano nella mano e da lì iniziò la nostra storia. Cedetti, tentai la sorte, mi dissi ‘vediamo se funziona!’. Volevo ritirarmi dalle scene, smettere di prostituirmi e allo stesso tempo riscattarmi con i miei genitori e me stesso. Venne ad abitare da me e convivemmo per un anno e mezzo. Pur essendo lesbica le piacevo molto fisicamente, e aveva una potenza sessuale bestiale, che mi sconvolgeva.

Il 24 Agosto 1985 ci sposammo. I miei erano entusiasti, non avrei potuto fargli regalo migliore: ero il figliol prodigo che tornava a casa, redento e accompagnato da una fanciulla. Papà pagò e preparò il matrimonio da solo. Io mi tolsi dalla strada e cominciai a lavorare come cameriere con Daniela. Ero convinto della mia scelta, avevo preso la cosa seriamente. È stato un bel periodo, anche se il lavoro da cameriere era massacrante. Dany dopo un anno si stancò, sorsero dei problemi tra lei e la famiglia adottiva, non voleva più fare l’amore con me. Era psicologicamente instabile, non aveva più voglia di lavorare, si sentiva alle strette, ed era diventata amica di una lesbica della Valtrompia. Una serie di motivi che la portarono a non amarmi più e a manifestarmelo chiaramente. Io non potevo restare ad abitare con i suoi genitori, quindi la lasciai con cattiveria e tornai in Carmine. Tornai a prostituirmi con tenacia, impegno, voglia di guadagnare e realizzarmi. Fino ad allora guadagnavo bene ma non avevo accumulato molti soldi. Da quel momento, dopo aver provato cosa voleva dire la fatica, l’impegno, il lavoro duro, tornai sulla scena con caparbietà. Il lavoro era sempre molto e io ero in pieno splendore fisico: si guadagnava anche senza volerlo.

Lei, Armando

Il testo è un estratto riadattato del libro-intervista di Nicola Baroni ad Armando Borno Lei, Armando (Morellini editore). Le fotografie – molte delle quali autoritratti e ritratti di amici, amiche e clienti – sono state scattate da Borno negli anni Settanta e Ottanta all’interno della Casa delle Bambole e nel quartiere Carmine. Un libro fotografico sull’archivio completo di Armando Borno è attualmente in lavorazione.

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
Twitter