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Black Poem: quello spettacolo che si riassume in sociologia

Da Whitney Houston a Lenny Kravitz, lasciando il passo a Drake. Storia e cultura di una community diventata élite intellettuale – conduce economia e costumi in questi civiltà mediatica dei consumi

Lenny Kravitz: gli inizi, il successo, gli album

Per una parte del pubblico italiano il nome di Lenny Kravitz è cristallizzato nella carica erotica del video di Fly Away, del 1999, anno in cui era in heavy rotation su tutte le radio e i canali musicali. Per la critica è il nome di un artista di talento, le cui doti sono spesso state messe in ombra da un certo edonismo autocelebrativo. Lenny Kravitz, polistrumentista, autore, interprete, produttore e showman ha saputo reinventare e riadattare la sua immagine continuamente nell’arco di una carriera trentennale. A cinquantasei anni Lenny Kravitz, che si dichiara nostalgico dei concerti e dell’emozione sul palco, suggerisce ancora l’immagine di bad boy sentimentale.

Con il suo esordio Let the love rule (1989), una commistione tra rock‘n roll, glam e psichedelia, Kravitz è stato salutato come il possibile erede di Prince, e in generale di un certo pensiero dal sapore un po’ hippie dimenticato con gli anni Settanta. I boa di piume e la ciniglia cominciano però a prudergli presto. Forte del successo di Justify my love, scritta per Madonna, ma reduce dal divorzio con Lisa Bonet, la Denise dei Robinson, la sua immagine e la sua musica si induriscono nel 1991 con l’album Mama Said, più vicino a Led Zeppelin, Jimi Hendrix e Bob Marley – dal quale prende in prestito anche i rasta lunghi e disordinati. La vocazione mainstream si manifesta nel 1993 con Are you gonna go my way, la cui title track diventerà il brano più suonato da MTV quell’anno. Dopo il passo falso di Circus (1995), il trionfo si ripete nel 1998 con 5, che inanella successi radiofonici come Fly Away, If you can’t say no e I belong to you. Un rocker approcciabile dal grande pubblico grazie a pezzi trip-hop che non sfigurano al Festivalbar e ballate sentimentali come Again, singolo aggiunto al Greatest Hits del 2000. Abbattuto il muro del grande pubblico, Kravitz continua a macinare Grammy e dischi d’oro variando di poco la formula, almeno fino a It’s time for a love revolution (2008) e Black and White America (2012), album che segnano la riscoperta delle radici afroamericane e si accompagnano a un’immagine ora alleggerita, ancora sexy ma addomesticata, coerentemente all’evoluzione di un uomo che nel frattempo è diventato adulto. L’ultimo album, del 2020, Raise Vibration.

Black community: cosa significa

La musica non è che una parte del percorso di un artista che ha saputo calibrarsi a filo delle mode senza cedervi, e che ha differenziato la sua attività tra ruoli cinematografici (in Hunger Games è Cinna, lo stylist assegnato a Katniss Everdeen – Jennifer Lawrence), un brand di interior design (Kravitz Design, fondata nel 2003 – le piastrelle della collezione Goccia sono state presentate alla 51esima edizione del Salone del Mobile di Milano in via Durini), e la fotografia, passione trasmessagli dal padre, un reporter della CNBC. Nel 2018, Dom Pérignon l’ha voluto come suo direttore creativo globale, complice l’incontro con lo chef de Cave Richard Geoffroy. Kravitz ha scattato le fotografie che compongono la mostra Assemblage, il cui focus sono le celebrità riunite nella sua villa a Los Angeles per una festa finto-informale, ma la collaborazione con il brand è continuata anche nel 2019, con una Limited Edition disegnata dal cantante. Un successo a tutto tondo, quello di Kravitz, l’ennesimo esempio del potere creativo, culturale e commerciale oggi detenuto dalla così detta black community

Celebrità della comunità afroamericana

Sono alle spalle i giorni in cui gli artisti neri non erano considerati che le basse maestranze dell’industria musicale, e Aretha Franklin, Dionne Warwick e Ella Fitzgerald rappresentavano al massimo una novità esotica per una élite di ricchi intellettuali che popolavano i jazz club, non punti di riferimento per le masse. Il primo a cambiare le regole è stato P.Diddy, al secolo Puff Daddy, negli anni ’90. Sean Combs – il suo vero nome – ha fondato un impero partendo non tanto dalla sua musica hip-hop quanto dalle sue capacità d’imprenditore. Dopo essere stato licenziato dalla Uptown Records, dove lavorava come talent scout, fonda la sua etichetta Bad Boy Records, che lancia talenti bestseller come Mary J Blidge e Notorius B.I.G. Per anni al centro delle cronache per fatti di rivalità e violenze (come la sparatoria avventura in una discoteca di Miami, dove stava partecipando a un party con la compagna di allora, Jennifer Lopez), P.Diddy ha capito come il segreto di un successo duraturo fosse differenziare. Nel 1998 ha fondato Sean John, la sua linea di streetwear maschile, aiutato da Johnnie Cochran, membro del board della Ralph Lauren. Mentre raccoglie consensi nel mondo della moda – nel 2004 vince il premio Menswear Designer of the Year del Council of Fashion Designers of America –, P.Diddy si butta nell’industria del beverage: per la multinazionale degli alcolici Diageo promuove prima la vodka Ciroc, poi la tequila di lusso Delon, e insieme all’attore Mark Wahlberg e l’investitore Ron Burkle inventa un’alternativa non zuccherata agli integratori, AQUAhydrate. Tra le altre attività che stanno sotto l’ombrello delle Combs Enterprises, il canale televisivo Revolt TV, che ha anche un branch di produzione cinematografica, e alcuni ristoranti. Forbes ha inserito P.Diddy all’ottavo posto nella top ten degli americani più ricchi nel 2018, con un patrimonio stimato di 825 milioni di dollari. 

Gli anni Novanta,  Snoop Dogg e Puff Daddy

Iniziava tutto negli anni Novanta. Era l’epoca del gangsta rap e delle baseball shirt di Snoop Dogg e Puff Daddy. Sui palcoscenici sfociava il ghetto americano, che dalle strade del Bronx arrivava a Manhattan attraverso la musica – strofe di gente uccisa su un marciapiede, di madri che fanno tre lavori, di padri alcolisti e violenti. Erano gli anni dell’hip hop, dei beatbox e di All Eyez on Me di Tupac, l’album più venduto negli Stati Uniti nel 1996. Erano anche gli anni delle prime donne rapper: nel ‘92, Mary J Blige lanciava i singoli Real Love e You Remind Me, mentre nel ‘97 usciva Rain di Missy Elliot. Il ‘99 era l’anno di No Scrubs delle TLC. Agli occhi del mondo, i poli della black community si dividevano fra Will Smith, Il Principe di Bel Air che indossava Air Jordan sui Red Carpet dei Grammy Awards, e le sparatorie a New York o Las Vegas in cui vennero uccisi Tupac e Notorious B.I.G. – una subcultura di minoranza che faceva ridere o faceva paura, ma che non si prendeva mai sul serio. La prova è il 1998 – Diddy lanciava la sua linea di abbigliamento, la Sean John Clothing, trafila di felpe oversize e pantaloni baggy. 

Tupac Shakur Lampoon
Tupac Shakur

Black community e moda

Il 1998 è anche l’anno in cui Michael Jackson iniziava i progetti per il suo parco dei divertimenti Peter Pan’s Neverland, e in cui Whitney Houston e Mariah Carrey duettavano nel brano When You Believe. Progetti in cui l’opinione pubblica non credeva: quella black era solo una fase come lo erano stati i pantaloni a zampa degli anni Settanta e i body anni Ottanta. Se L’Isola che non c’è di Michael Jackson è rimasta tale, la Sean John decolla raggiungendo, nel 2018, un patrimonio di 70 milioni di dollari, e When You Believe, scritta per il lungometraggio animato Il Principe d’Egitto, vince l’Oscar come Miglior Canzone Originale ai 71esimi Academy Awards. I dischi si vendono, e anche gli abiti, e ragazzi dell’Upper East Side iniziano a vestirsi come Pharrell Williams – la black community varca i confini dell’industria di nicchia. Quella con Pharrell è stata la prima collaborazione esterna realizzata da Chanel. Sempre nell’Upper East Side, Pharrell x Chanel è scritto su felpe giallo canarino, occhiali verdi dalla montatura tonda, e sneakers bianche. 

Con Edward Enninful, il primo editor in chief di colore di Vogue UK, anche l’editoria fa un salto nella nicchia black: Enninful sceglie modelle nere, asiatiche e arabe per le sue copertine; ci sono l’hijab e taglie plus size in una stessa foto. Nella sua prima September issue piazza Rihanna con le sopracciglia tatuate. Adut Akech e Adwoa Aboah sono fra le modelle più pagate al mondo. Grace Jones a settant’anni sfila per la Fall/Winter 2020 di Tommy Hilfiger con body e giacca in lurex lamé. Il terzo polo della black community sono le ville con piscina a Calabasas. Niente più blaster e autoradio – lo stereo sul sedile della macchina è sostituito da una playlist di Spotify. Suona sempre il rap, stavolta quello di Drake, che batte il record di 50 miliardi di streaming nel 2018. Diddy e le sue esibizioni con la bandana in testa, qualche molleggio, il movimento delle braccia a dare il ritmo, diventano il balletto di In My Feelings, sempre di Drake, origine di flash mob e orde di video replica su YouTube.  50 Cent e i suoi anni di galera sono sostituiti da un armadio di borse di Hermès che Drake colleziona per la sua futura moglie. I fandom che un tempo giravano attorno alle boy band tornano in versione reloaded sotto il nome di Highsnobiety, format e media brand di David Fischer, Bibbia dello streetwear e portfolio dei look di Drake, Offset e A$AP Rocky, i Migos e Cardi B. Un mercato fatto persona, una firma che trasforma tutto in oro: i rumors sulla relazione fra Drake e Rihanna hanno fatto milioni di visualizzazioni sui social, e qualche mese dopo accade lo stesso quando spuntano foto di abbracci con Jennifer Lopez. 

La nuova generazione di black excellence

A gennaio 2019 Naomi Campbell si presentava alla sfilata Menswear Fall/Winter 2019 di Louis Vuitton firmata Virgil Abloh con acconciatura afro ispirata a quella di Whitney Houston: caschetto corto, pettinatura riccia e ciocche bionde, un completo beige che mette in risalto la pelle color cioccolato. Un gesto che è molto di più di un omaggio all’amica scomparsa nel 2012, ai gospel cantati al suo funerale. È la testimonianza che l’era black non è ancora finita, è il passaggio di testimone a una nuova generazione di #blackexcellence – alla sfilata, accanto a Naomi, Kim Kardashian e Kanye West. Gli stessi Kardashian-West che ogni domenica postano stories sui sermoni dei Sunday Services, con il pastore sostituito da John Legend che suona il piano – c’è sempre il gospel, che ha per front woman la figlia di Kim e Kanye, North. Mentre Kim conquista la sua prima copertina nell’issue di maggio 2019 di Vogue US, Kanye e Virgil Abloh passano da Yeezy a Off-White arrivando a Louis Vuitton – la moda è un total black con streetstyle da marciapiede che diventa couture: le Air Jordan di Will Smith sono le stringate del 2020.

Keeping Up With The Kardashians

Arriva alla ventesima stagione, e tra maternità surrogate e le campagne pro Trump del marito, Kim trova il tempo di confessare a Vogue di voler diventare avvocato. Di trono però ce n’è uno solo, e sul posto che un tempo è stato di Whitney Houston si è seduta Beyoncé. Il patrimonio di Queen Bey combinato a quello del marito, il produttore e rapper Jay-Z, è 1.255 miliardi di dollari, il più alto di tutta l’industria musicale. L’ultima esibizione di Beyoncé al Coachella 2018 le è fruttato tre milioni per due ore di performance, e ogni suo album porta a casa 26 milioni solo grazie allo streaming – niente Spotify per i coniugi Carter, solo Tidal, che Jay-Z ha rilevato per 56 milioni. Oggi, di milioni, ne vale 600.

Matteo Mammoli

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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