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L’anti capitale, la città dell’editoria, la città europea: Milano secondo Antonio Citterio e Patricia Viel

The Importance of Being an Architect, al Milano Design Film Festival, è dedicato ad Antonio Citterio e Patricia Viel. Qualche dritta per il futuro: demolire le vecchie case Aler e crescere in altezza

Lampoon intervista Antonio Citterio e Patricia Viel 

Antonio Citterio è nato nel 1950 a Meda, venti chilometri da Milano. Patricia Viel, origini francesi, è nata nel 1962 nel capoluogo lombardo. Entrambi laureati in architettura al Politecnico. Il duo di architetti e designer ha fondato lo studio ACPV nel 2000 – oggi conta 130 persone coordinate da otto partner e realizza piani urbanistici, complessi residenziali e misti, sedi aziendali, ristrutturazioni di edifici pubblici e alberghi. Molti edifici che nei prossimi anni cambieranno l’aspetto di Milano portano le loro firme: la Torre Faro che sarà la sede di A2A – alta 144 metri, cerniera di connessione tra centro e periferia; gli uffici Gioia 20; gli uffici e l’hotel MilanoSesto; il nuovo edificio dell’Università Iulm nel complesso The Sign; la sede Moncler nel distretto Symbiosis, dove hanno già realizzato la sede di Fastweb. Nell’ambito del Milano Design Film Festival è stato presentato il documentario The Importance of Being an Architect, a loro dedicato.

Negli anni Ottanta Antonio Citterio era già avviato alla professione: «Da quando, negli anni Settanta, mi sono trasferito in città, è stato un incontro continuo. Ho avuto colleghi anziani generosi nei miei confronti: da Magistretti a Bellini, da Sottsass a Gregotti. È stata la loro amicizia e stima ad avviarmi alla professione. Nella città di allora c’era convivialità, si frequentavano gli stessi bar o le stesse case: lì nascevano i primi incontri professionali». Patricia Viel, più giovane, ricorda Milano che andava acquistando quell’aura che si è mantenuta fino a oggi. «Diventava Milano, l’anti capitale, la città dell’editoria, in cui arte, design e moda erano interconnesse, la città europea attrattiva per gli stranieri». Si sono conosciuti nella zona di Brera.

Milano ottocentesca e i nuovi grattacieli

Viel ricorda lo stupore di un cinese di Hong Kong, venuto a Milano una quindicina di anni fa, per le ridotte dimensioni della città. «La fama che la città si era costruita a partire dagli anni Ottanta nel mondo la faceva associare a Hong Kong o New York, benché molto più piccola. I recenti sviluppi in altezza, con gli edifici che emergono sulla città ottocentesca, hanno avvicinato Milano alla città che ci si aspettava di trovare. Come se si fosse scelta il suo futuro: prima ha cominciato a raccontarselo e poi ha lavorato per arrivare lì». Qualcuno lamenta che i grattacieli della nuova Milano sembrano oggetti di design calati dall’alto, incuranti del tessuto urbano. «I cambiamenti partono sempre da piccoli passi», ribatte Citterio. «Vedere queste prime trasformazioni in verticale può dare questa sensazione, ma è solo l’inizio: Milano si svilupperà in altezza, è inevitabile dato che non possiamo più consumare suolo». Viel: «Qualsiasi cosa tu faccia diventa Milano. Al contrario di Londra, Parigi, Amburgo, non ha un piano colore, allineamenti, regole sui materiali da usare: Milano ha una tale indifferenza verso la scenografia urbana da fare di questa sua mancanza di grazia una cifra stilistica. Quindi anche la casa rossa e bianca di Magistretti in via San Marco diventa caratteristica di quella zona e di Milano, non si percepisce come qualcosa di estraneo. Il contrasto tra grattacieli e città vecchia è una ricchezza. Per girare un film sulla Londra ottocentesca devi andare fuori Londra, a Milano ci sono zone rimaste quasi come allora».

The Importance of Being an Architect – documentario al Milano Design Film Festival 

Nel documentario The Importance of Being an Architect, Patricia Viel afferma che in futuro le persone continueranno a vivere nelle città, nonostante previsioni in senso contrario fatte da alcuni durante la pandemia. Il ruolo dell’architettura sarà di creare ambienti confortevoli e farsi carico della coscienza collettiva. La responsabilità degli architetti su Milano, città piccola con un mercato immobiliare per medi e bassi redditi congestionato, pare tanto più significativa oggi. «Le città congestionate sono altre: Parigi, San Paolo, le megalopoli asiatiche», ribatte Citterio. «Milano non può diventare megalopoli, al massimo macroregione, unendosi come già sta facendo a Torino, Bergamo, Brescia. Lo sviluppo della città sarà policentrico: quando sarà attiva la metropolitana che le collegherà, anche Monza sarà un quartiere di Milano».

Case Aler a Milano: quale destino per le case popolari

Nei prossimi anni Milano prevede di avere un aumento di studenti, giovani lavoratori e giovani famiglie: fasce di popolazione che oggi faticano a trovare case in città a prezzi accessibili. Alcune se ne stanno costruendo, altre sono in programma. Cruciale il destino delle case Aler, abitazioni popolari per persone a basso reddito assegnate attraverso bandi comunali: di solito in vecchi edifici costruiti tra gli anni cinquanta e settanta, energivori, difficilmente riqualificabili. «Le case popolari dei maestri dell’architettura – penso a quelle di Gio Ponti nel quartiere San Siro, vanno riqualificate, ma la maggioranza va tirata giù», dice Viel. «Demolire», le fa eco Citterio. I milanesi avranno il coraggio di farlo, di abbattere tanti edifici color ‘giallo Milano’? «Credo di sì», risponde Viel. «Ho in mente un paio di progetti in tal senso che sono stati utilizzati anche per documentare la visione del Comune sulle case accessibili. Uno prevede la demolizione di un quartiere di palazzi alti 6-8 piani per costruire torri circondate da un parco, riducendo il consumo di suolo».

Per Viel la sequenza architettonica tra Torre Velasca e Galleria Vittorio Emanuele offre uno squarcio sulla storia cittadina: l’Ottocento di piazza Duomo, l’Arengario, Torre Martini, piazza Diaz. Appena oltre gli edifici di Gio Ponti e Figini Pollini. La parte della città preferita da Citterio invece è via San Sepolcro, dove tra Caccia Dominioni e i BBPR si vede un altro aspetto della storia architettonica milanese: residenze private progettate da maestri che sono riusciti a mantenere armonia di proporzioni e dimensioni. Tra gli esempi di architettura invecchiata male, Viel cita gli edifici su via Vittor Pisani, sull’asse della Stazione, uno dei pochi punti della città progettati come una scena urbana: «Peccato però che quegli edifici non abbiano nella loro consistenza la capacità di giocare quel ruolo, avendo una profondità di 10, 12 metri: sono pure facciate. La difficoltà oggi sta nell’intervenire sugli edifici mantenendo il disegno urbano per cui erano stati pensati. Chi li progettò non capì che quando fai un disegno urbano di quel tipo devi essere generoso, fare edifici anche inutilmente grandi, capaci però di resistere al tempo»

Arredo urbano a Milano

Entrambi concordano nel dire che l’arredo urbano è una delle somme brutture milanesi. «Benché Milano sia la città del design, della moda e dell’architettura, ancora non capisce che anche una strada va disegnata, progettata, ogni oggetto va collocato. Si interviene a più riprese sulla stessa strada: una volta per le tubazioni, un’altra per i dati, un’altra per il gas. È un continuo aprire e richiudere senza pianificazione, con continui rattoppi. Vent’anni fa in centro era stato introdotto almeno l’asfalto rossiccio, per dare alla strada una naturalità diversa, ora nemmeno quello», afferma Citterio. La colpa è più culturale che specifica. «Il Comune di Milano è una delle poche amministrazioni pubbliche che fanno bene il proprio lavoro», spiega Viel. «Tuttavia semafori, paletti, segnali, cartelli, sono concepiti come puri servizi: devono svolgere la loro funzione. Manca una visione di arredo urbano, un progetto della città pubblica intesa come spazio. Arredo urbano e verde pubblico fanno capo a uffici comunali diversi. Al contrario, dovrebbe esserci un progetto che tiene insieme mobilità, arredo, verde e spazio pubblico».

Come sarà Milano nel futuro 

La Milano del futuro, oltre a essere verticale e policentrica, per Citterio e Viel sarà universitaria e popolata da giovani. «Si parla di interdisciplinarietà e integrazione tra atenei, che faranno della città un campus: non più Università separate ma un unico luogo in cui accedere al sapere», si augura Viel. «Spero anche torni l’arte contemporanea, con gallerie, manifestazioni, musei, dibattiti. Anche per questo ci vuole una strategia, un palinsesto che coordini gli attori in campo, pubblici e privati». Meno eventi spot e più sostanza, insomma. Citterio è anche convinto che gli edifici saranno sempre più vissuti come servizi che come beni: «Un tempo si acquistavano gli edifici come investimento finanziario, oggi sono più simili a servizi. I servizi cambiano, quindi anche gli immobili dovranno cambiare per rispondere alla domanda di servizi diversi. Ci siamo formati come architetti sull’idea dell’edificio che dura, oggi probabilmente dobbiamo immaginare che l’edificio che progettiamo verrà in seguito trasformato: non dobbiamo essere gelosi se qualcuno gli cambierà pelle o lo alzerà di dieci piani»

The Importance of Being an Architect

Di Giorgio Ferrero e Federico Biasin. Una produzione MyBossWas (60’, Italia). Pensato come documentario corale e musicale che indaga la responsabilità degli architetti nella costruzione della società di domani, il film è stato presentato al Milano Design Film Festival 2021.

Antonio Citterio Patricia Viel (ACPV)

Studio di architettura e interior design, con sede a Milano, fondato dai due architetti nel 2000. Lo Studio opera a livello internazionale. Tra i progetti più recenti: l’edificio per uffici a Monaco di Baviera Nove; l’edificio residenziale a Miami-Surfside Arte; la torre residenziale a Taichung (Taiwan) La Bella Vita; hotel di lusso in Europa, Medio Oriente e Asia.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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