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Gli abiti della regina erano la divisa di una persona al lavoro

Elisabetta II ha resistito alla caduta delle ideologie anche grazie allo stile, anteponendo il bene della corona a velleità esibizionistiche

Parsimonia e nessuna ostentazione di lusso. La sorella minore Margaret poteva concedersi abiti e accessori di alta moda, salire su un aereo privato diretta a Parigi solo per provare una collezione Dior. Nella serie Netflix The Crown si racconta l’esuberanza della contessa di Snowdon, insieme al desiderio di apparire e all’invidia per la posizione ricoperta dalla sorella. Alla regina ciò non si addiceva: sebbene qualità e varietà del suo guardaroba avessero pochi eguali, il suo stile non poteva cedere all’esibizionismo. A partire dall’abito da sposa, comprato con duecento tessere extra del razionamento e disegnato da Norman Hartnell. Gli abiti andavano indossati più volte a intervalli programmati, ogni cappello doveva fare almeno dieci apparizioni pubbliche, le scarpe erano risuolate; gli abiti privati, da campagna ed equitazione duravano decenni. 

I colori degli abiti della regina d’Inghilterra

I colori erano vividi. Non è un fatto di gusto: i sudditi e la sicurezza dovevano riconoscerla tra la folla nonostante il suo metro e 63 di altezza. Anche gli ombrelli – Fulton, trasparenti – e i copricapi non dovevano mai nascondere il volto a sudditi e fotografi. Il gusto stava piuttosto nell’essere riuscita a indossare tutti i colori, anche i più difficili: il verde fluo, in occasione del novantesimo compleanno, nel 2016. In quell’occasione l’hashtag #NeonAt90 diventò virale e le vendite di accessori e abiti fluo impennò del 137%. Maniche a tre quarti per riuscire a salutare più comodamente. 

Abito intero per evitare scene imbarazzanti nel doverselo sistemare quando scendeva dall’auto. Per la stessa ragione le gonne avevano piccoli pesi cuciti sull’orlo inferiore. Il look era testato con un ventilatore, per non farsi cogliere impreparati dalle brezze britanniche. Un’addetta dello staff calzava le sue scarpe nuove per ammorbidirle. Cappello abbastanza alto da essere visto da lontano, ma abbastanza basso da permetterle di entrare in auto senza urti. Fascia ortopedica durante le apparizioni pubbliche per mantenere una postura all’altezza del ruolo.

Regina Elisabetta: il linguaggio degli abiti

Terza regola: gli abiti parlano. Il modo in cui teneva la borsetta era un codice per indicare allo staff che si stava annoiando. La regina era un capo di Stato che doveva mostrare imparzialità rispetto alle questioni politiche britanniche e internazionali. Nei viaggi di Stato i colori servivano a esprimere vicinanza o neutralità. Nel 1978, in visita alla Repubblica federale tedesca, Elisabetta II indossò il rosso e nero della bandiera; l’anno dopo a Riad la fantasia dell’abito richiamava la guthra locale, nel 1994 a San Pietroburgo indossò il rosso, tre anni dopo in India l’arancione, in Australia non ha mai dimenticato il giallo. Per esprimere neutralità in contesti internazionali si prestava bene il colore arancione, presente solo nella bandiera indiana. 

I colori degli abiti offrivano anche un’inedita opportunità di mostrare la propria opinione senza trasgredire alle regole dell’imparzialità: durante l’insediamento del Parlamento dopo il referendum che decretò l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea indossò un abito blu con inserti gialli sul cappello, in cui molti hanno visto i colori della bandiera europea. Samurai Knitter ha notato che, incontrando Donald Trump nel luglio 2018, la regina ha sfoggiato in tre giorni tre spille diverse: una regalatale dagli Obama, una dal Canada, paese in relazioni non ottime con il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, mentre l’ultima era quella utilizzata per il funerale del padre.

I fornitori della regina

La regina concedeva un’onorificenza ai suoi stilisti, commercianti, atelier, marchi di fiducia: il Royal Warrant. Chi avesse offerto beni e servizi alla regina, al duca di Edimburgo o al principe di Galles per almeno cinque dei sette anni precedenti – ultimi dodici mesi compresi – poteva ottenerla ed esibire lo stemma reale in vetrina, sul sito o sul materiale promozionale. È tanto difficile avere il Royal Warrant quanto facile vederselo revocare. Quando June Kenton, direttrice della maison di intimo Rigby&Peller, pubblicò il suo libro di memorie Storm in a D-Cup, nel 2018, con alcuni dettagli sulle richieste della casa reale, la revoca arrivò senza spiegazioni. Oggi sono 800 i marchi che lo possiedono: Cornelia James per i guanti – cotone bianco per il giorno e nylon per la sera; Corgi Soks per le calze; Yardley, Floris, Molton Brown per profumi, creme e prodotti da toilette. Clarins o Elizabeth Arden per i rossetti. Kent per spazzole e pettini. Launer è il fornitore delle borsette dal 1968, con fodera in seta anziché suede per essere più leggera: ad oggi sono circa duecento. Al matrimonio di William e Kate Middleton la regina ne indossava una beige, facendo volare gli ordini. 

Regista invisibile dello stile di Elisabetta II è Angela Kelly

Sarta personale e amica della regina, Angela Kelly era quarant’anni più giovane: sceglieva, custodiva, catalogava, pianificava e a volte confezionava abiti e accessori. Su suo consiglio, nel 2018 la regina fondò il Queen Elizabeth II Award for British Design e lo stesso anno partecipò alla sfilata di Richard Quinn, alla London Fashion Week, sedendo accanto alla direttrice di Vogue Anna Wintour. Angela Kelly ha raccontato alcuni retroscena del suo lavoro e del rapporto con la sovrana in due libri: nel 2012 Dressing the Queen, nel 2019 The Other Side of the Coin: The Queen, the Dresser and the Wardrobe. Dietro ogni abito vi erano riflessioni e pianificazioni. Le scelte di Kelly hanno salvato la regina in situazioni diplomatiche delicate: nel 2000 i consiglieri della sovrana scelsero un abito rosa per l’incontro con il Santo Padre ma arrivati in Vaticano scoprirono che era richiesto un abito scuro. Kelly, cresciuta con educazione cattolica, lo aveva messo in valigia. 

La regina non si toglie mai il cappotto in pubblico

Le unghie sempre nude o smaltate di rosa pallido (la duchessa Meghan nel 2018 fu criticata per uno smalto lucido e scuro). I guanti dovevano essere di colori diversi rispetto a quelli dei militari del paese che visitava. Molti foulard che indossava erano realizzati per lei in esclusiva da Hermès. Anche la versione femminile del colbacco della fanteria era stata disegnata e realizzata solo per lei. PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) e Stella McCartney hanno studiato una versione meno cruenta di questo copricapo tradizionalmente in pelle d’orso – benché la regina amasse le pellicce: ha indossato ermellino, leopardo, ocelot. Collana con tre fili di perle per la regina, due per la principessa Margaret: erano i regali di Giorgio V. 

I gioielli della regina

La collana e il fermaglio con diamanti erano gli accessori firma. Fazzoletti alla lavanda. Tiara solo per eventi ufficiali. Tra la folla sempre i guanti. Mai il verde in un evento sull’erba. Mai mangiare indossando il cappello. Diamanti mai prima delle sei, da cui l’espressione ‘diamanti di giorno’ per indicare, nell’alta società, una persona intrusa o volgare. Mai abbinare i tre colori della Union Jack per evitare l’‘effetto hostess’. Contenuto della borsetta supposto da indiscrezioni: piccola fotocamera, foto di famiglia, cipria e rossetto, gancio a ventosa per appendere la borsetta, banconota stirata e piegata per le offerte in chiesa, parole crociate, mentine, occhiali da lettura, stilografica, porta trucchi, cellulare.

The Queen. Diario a colori della regina Elisabetta 

Della giornalista del Guardian Sali Hughes (Vallardi editore) racconta lo stile e i colori indossati dalla regina Elisabetta II in 68 anni di Regno in tutti i loro risvolti pratici e politici.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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