Winnie the Pooh, Deb Hoffmann. Immagine Orlando Sentinel
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Collezioniste donne: sono escluse o solo disinteressate?

Collezionare oggetti comuni è un modo per mettere ordine al caos della realtà. Tutti ci hanno provato da piccoli, ma a continuare a farlo sono soprattutto maschi. Perché? Provano a rispondere collezioniste da tutto il mondo

È il Natale del 1991 quando Becky Martz, di Orlando, nota per la prima volta su una banana Chiquita un’etichetta con la scritta The Perfect Stocking Stuffer, il regalo perfetto da mettere nella calza. La sua mente corre alle banane che aveva posizionato nella fruttiera qualche settimana prima: alcune etichette dicevano Guatemala, altre Honduras. Dettagli che il cervello di chiunque avrebbe dimenticato in un istante. Nella signora Martz invece innescarono una fiamma che molti da bambini hanno sentito, ma di cui quasi tutti crescendo si sono dimenticati: il desiderio di collezionare. Oggi Martz ha oltre 22mila etichette di banane provenienti da ogni parte del mondo, ordinate e catalogate in appositi album.

Come nasce il desiderio di collezionare 

Uno dei riferimenti più utilizzati per spiegare cosa generi il desiderio di collezionare è quello che in psicologia si chiama ‘oggetto transizionale’. Nel momento in cui il bambino si rende conto che esiste una realtà separata da lui, carica un oggetto di un forte valore emotivo e lo utilizza come ‘ammortizzatore’ in questa fase traumatica. Una collezione sarebbe una specie di coperta di Linus per adulti, un rifugio terapeutico dalle complessità e dalle ansie della realtà. Un micromondo su cui il collezionista può esercitare un controllo totale attraverso il possesso e la catalogazione. Una delle questioni ancora poco affrontate da appassionati e psicologi tuttavia è il divario di genere: tutt’oggi, i collezionisti sono per la maggior parte uomini.

Collezioniste donne italiane

Qualche esempio: l’Associazione Italiana Collezionisti di Tennis conta una sessantina di soci di cui 5 donne, i Collezionisti Croce Rossa contano 42 iscritti di cui 5 donne, i Numismatici Italiani Associati hanno 336 soci di cui 29 donne, la Sezione italiana del Chess Collectors International ha 25 iscritti di cui due donne, l’Associazione Italiana Collezionisti di Affrancature Meccaniche ha 170 soci di cui 14 donne. Le poche iscritte, inoltre, sono spesso mogli o compagne di collezionisti. 

Tra i primi 100 collezionisti di tappi a corona del mondo iscritti al sito Crowncaps c’è una sola donna, la tedesca Manuela Maiwald, con 81mila pezzi. «In Germania i tappi a corona sono associati alla birra: può essere questo un motivo della prevalenza di uomini. Nel mio caso ho un valido aiutante in mio marito, che mi aiuta a comprare le bottiglie, trasportarle e berle», spiega. «Nelle società primitive c’era una netta divisione del lavoro: gli uomini erano cacciatori, le donne raccoglitrici. Una collezione è l’unione di entrambe le attività, credo affascini sia gli uomini sia le donne in modi diversi»

Anche Deb Hoffmann, 55 anni, del Wisconsin, è stata aiutata dal marito a creare un programma per catalogare e ordinare i suoi oltre ventimila memorabilia dedicati a Winnie the Pooh. «Credo che gli uomini siano più ossessionati dal possesso dei pezzi, mentre le collezioniste – io tra queste – sono più attente alle relazioni umane che la collezione può generare. Quando mi viene regalato un nuovo pezzo o ne acquisto uno, la cosa che mi entusiasma di più è il contesto, le persone che me l’hanno fatto scoprire, la nostra passione comune».

Perché una raccolta di oggetti possa essere considerata una collezione è necessario che essi abbiano un’affinità (funzionale o tematica), siano tutti diversi, vengano privati della loro funzione d’uso, catalogati e ordinati. Infine il criterio per la loro inclusione nella collezione deve essere rigido e prefissato. Regina la filatelia, di cui proprio la regina Elisabetta possiede una delle collezioni più importanti al mondo, anche se nel suo caso una raccolta filatelica ha tutte le sembianze di un album di famiglia.

Crownscaps
Crownscaps, il collezionismo di tappi a corona

Claudia Massucco, 68 anni, presidente dell’Unione filatelica ligure, è l’unica donna con le qualifiche per essere giurata di Storia postale a livello nazionale, eppure negli ultimi anni non è mai stata chiamata a coprire questo incarico. «La filatelia è un ambiente maschile e spesso maschilista. Le ragioni credo siano soprattutto culturali: raro che si dia in mano a una bambina un francobollo. Lo stiamo facendo noi come associazione con i progetti nelle scuole». Anche Massucco ha iniziato a collezionare con il compagno: «È stata una passione condivisa: lui commerciava, io ordinavo, valutavo i prezzi, studiavo le tariffe. Quando lui è mancato all’improvviso, ho avuto un crollo emotivo che mi ha allontanato dai francobolli, ora mi ci sto lentamente riavvicinando».

Olimpia Soleri, egittologa, da giovane ha lavorato in una casa d’aste filatelica – «Allora si diceva che le donne collezionassero solo oggetti appariscenti» –, oggi sta catalogando e curando la collezione di poster e manifesti ricevuta in eredità dal padre: oggetti appariscenti, eppure anche in questo campo non ha mai conosciuto una collezionista. 

Collezioniste donne: perché sono meno degli uomini

Una risposta provocatoria alle ragioni di questa disparità di genere l’ha data Alberto Bolaffi, dell’omonima casa d’aste torinese: per lui le donne non sono grandi collezioniste perché gli istinti legati al collezionismo – possesso e sopraffazione – sono soprattutto maschili, e perché per collezionare servono ordine mentale e strategia, un tempo insegnate soprattutto ai ragazzi. È in parte d’accordo Domitilla D’Angelo, già direttrice della rivista filatelica Il Collezionista edita da Bolaffi. «In passato c’è stata una vera e propria esclusione: le donne non avevano tempo, spazio, cultura e denaro per collezionare. Con l’emancipazione femminile le cose non sono cambiate radicalmente, quindi mi verrebbe da dire ci siano anche delle ragioni psicologiche sotto questa differenza di interessi»

In uno studio psicodinamico pubblicato nel 2006 sul The International Journal of Psychoanalysis, Peter Subkowski nota che il collezionismo femminile è meno rigido e intensivo di quello maschile, oltre ad essere spesso ereditato dal padre o mutuato dal marito. Le donne sembrano esprimersi attraverso la creatività artistica, scrive Subkowski, mentre gli uomini tendono a definirsi attraverso i possedimenti, che includono le loro collezioni. Questo spiegherebbe anche la prevalenza di nevrosi narcisistiche negli uomini, che negli oggetti di una collezione possono vedere un’estensione di se stessi. «Bisogna fare tuttavia attenzione», mette in guardia la psicoanalista Gabriella Giustino, «a non categorizzare cose che difficilmente possono esserlo. Inoltre è necessario distinguere il lato patologico del collezionismo – antivitale, rigido e antirelazionale – e quello sublimato, libero e creativo, più simile al gioco infantile»

Il quadro psicopatologico volgarmente associato al collezionismo – cioè il disturbo da accumulo – è diagnosticato prevalentemente in soggetti femminili. «Gli accumulatori hanno caratteristiche molto diverse dai collezionisti», spiega la psicoterapeuta Chiara Riso, che da anni si occupa di questo problema. «L’accumulo è un disturbo caratterizzato dall’acquisizione di una quantità esagerata di oggetti di qualsiasi tipo, catalogati e organizzati con difficoltà, nonché da sofferenza emotiva legata ai tentativi di separarsene. Il collezionista è invece spesso caratterizzato da rigidità, preoccupazione per i dettagli, ordine e organizzazione». Tratti più affini al quadro ossessivo-compulsivo, il cui disturbo è diagnosticato con frequenza doppia tra i maschi.

L’ambizione di fondo più o meno consapevole di ogni collezionista è il desiderio di mettere ordine alla realtà, quando non addirittura di possederla. Forse le ragioni del diverso approccio al collezionismo di uomini e donne stanno tutte qui, nel fragile equilibrio tra dissennata illusione di controllare il mondo e ponderata cognizione della propria piccolezza, come racconta Becky Martz: «Un giorno ho sentito due collezionisti di etichette di banane dire che volevano riuscire ad averle tutte. Un’affermazione ridicola dato che non abbiamo idea di quante ne siano state stampate. Ci ho scherzato a lungo con alcune amiche collezioniste: una donna non lo avrebbe mai detto».

Il Collezionista – Rivista edita da Bolaffi

Rivista di francobolli, filatelia e storia postale fondata nel 1945 da Giulio Bolaffi Editore. Direttore: Margherita Criscuolo

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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