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Arte e tecnologia nella società: nessuna retorica ottimistica

«Ci viene chiesto di rinunciare al nostro ego, ma di mantenere la responsabilità». Isabel Lewis spiega l’esibizione all’Ocean Space di Venezia in dialogo con l’oceano, e rivela la sua definizione di Performance Art

Oceanica – performance di Isabel Lewis all’Ocean Space di Venezia

«Durante le performance – racconta Lewis – ripercorriamo attraverso il movimento e l’articolazione della colonna vertebrale, il nostro legame evolutivo con i vertebrati emersi negli oceani 525 milioni di anni fa. Uniamo anche le voci, creando diversi gradi di densità sonora nello spazio e pratichiamo coreografie collettive legate alle qualità e ai movimenti oceanici come la deriva, la marea, le onde e i vortici. Questi momenti coreografici collettivi sono contrapposti a momenti di espressione individuale e improvvisazione in cui riflettiamo sulle possibilità e sui limiti dell’agire individuale e collettivo. Si co-creano istantaneamente nuove narrazioni, come parte di una struttura che distribuisce la regia e chiede a tutti i partecipanti di intervenire a supporto». Lo spazio – la chiesa sconsacrata di San Lorenzo, casa dell’Ocean Space, e il campo che ne ospita l’edificio – sono la cornice in cui si inseriscono i movimenti di Lewis e dei suoi performers, scelti per mezzo di una open call aperta a danzatori professionisti ed emergenti. «Il lavoro porta tutti i partecipanti in una meditazione sulle sfide che dobbiamo affrontare come parte della società contemporanea: ci viene chiesto di rinunciare al nostro ego, ma di mantenere la responsabilità. L’opera diventa un’ecologia vivente di corpi in movimento, pensieri, suoni, fantasie, materiali e incontri sociali».  

Isabel Lewis: il concetto di ‘Occasions’

«Ho iniziato a studiare danza classica a undici anni. Il formato delle ‘hosted occasions’ è emerso da un processo digestivo di tutte le mie esperienze in relazione a questa disciplina – club culture, danza contemporanea, teatro sperimentale, improvvisazione, musica sperimentale, filosofia e sociologia hanno influenzato lo sviluppo di questo formato». Lewis ha iniziato a interessarsi alla composizione dei giardini, vedendoli come esempi dell’articolazione dello spazio eterotopico del filosofo Foucault. «La nozione di eterotopia dice che ci sono mondi all’interno di altri mondi. La molteplicità delle modalità di relazione al loro interno produce effetti spesso discordanti, confusi, disturbanti ma anche trasformativi. Tutto ciò risuona con l’esperienza della vita contemporanea che ho vissuto. Ho iniziato a pensare di voler fare danze che potessero definirsi eterotopiche». 

Isabel Lewis: il giardino

Il giardino è un punto di contatto su scala umana con il mistero del mondo naturale, di cui facciamo parte ma che non comprendiamo mai completamente. I progetti di giardini realizzati nel corso del tempo sono utili per leggere i modi in cui l’uomo ha percepito il suo rapporto con la natura – dal giardino francese del Diciassettesimo secolo ossessionato dalla simmetria (con la sua rappresentazione del potere sulla natura attraverso file di piante regolari), al giardino roccioso giapponese (che esalta l’importanza dell’acqua attraverso la totale assenza di essa). Nel giardino si riuniscono mondi vitali e non vitali, e molteplici temporalità in un costrutto che è contingente, che tiene conto dell’elemento costante del cambiamento. «Il design e la disposizione del giardino suggeriscono movimenti, ma non li determinano in modo univoco. Lo spazio è permeato da un senso di rallentamento e di indugio che invita alla distensione, al divertimento o alla riflessione. Un impegno corporeo di vario genere e grado, senza un’unica prospettiva o punto di vista privilegiato da cui sperimentarlo».

I performer scelti da Isabel Lewis, danzatori professionisti e dilettanti
I performer scelti da Isabel Lewis, danzatori professionisti e dilettanti

Isabel Lewis: i salotti francesi del diciassettesimo secolo

Un altro riferimento per lo sviluppo delle occasioni sono i salotti francesi del diciassettesimo secolo, costruiti per divertire, intrattenere e sviluppare la socialità tra gli ospiti attraverso la conversazione. «Ho iniziato a lavorare con lo storytelling e i contenuti ‘parlati’, senza copione. In questo modo, offrivo stimoli per evocare e incoraggiare la socializzazione tra gli ospiti. Ho creato uno spazio multisensoriale per i miei ospiti. Diversamente dai format espositivi e teatrali che creano spazi di osservazione e analisi a distanza, le occasioni mirano a creare condizioni per una maggiore consapevolezza della propria situazione corporea – dove sei? Con chi o cosa stai vivendo questa situazione e come? – rivolgendosi a tutti i sensi. L’attenzione alla luce, il posizionamento degli elementi di arredo, le qualità visive e materiche dell’installazione, la musica, gli odori e come si diffondono nello spazio, l’offerta di cibi e bevande e ciò che propongono al palato e gli atteggiamenti e la fisicità delle danze sono la chiave per generare l’atmosfera».

Il futuro dell’arte post pandemia e nuove tecnologie

«Eviterei affermazioni ottimistiche sul ruolo dell’arte nella società contemporanea» – dice Isabel Lewis. «Non bisogna perdere di vista come le nostre vite siano coinvolte nelle complesse reti di ecologia, politica ed economia. L’arte può essere uno spazio di sperimentazione verso nuovi modi di stare insieme. Il distanziamento sociale e la consapevolezza di quanto siamo vulnerabili richiedono lo sviluppo di nuovi approcci alla socialità che affrontino il tema della vicinanza e trovino modi per generare significato, intensità e ricordi duraturi». La tecnologia può essere d’aiuto, «tuttavia non sono impressionata né fiduciosa rispetto alla sua capacità di cambiare le nostre relazioni con gli altri esseri umani. Non penso che questo sia un compito che spetta alla tecnologia, ma agli umani, che incorporano i loro sistemi di valore in queste tecnologie. Noi umani che attiviamo e avviamo i processi di mediazione con altri esseri siamo responsabili della potenziale trasformazione».

Performance art: storia ed evoluzione 

Performance art: azione artistica, insieme di pratiche interdisciplinari, filone culturale. Come sottolinea la storica dell’arte Roselee Goldberg, il carattere specifico della performance art consiste nel suo essere irriducibile a una definizione, poiché i mezzi espressivi di chi la pratica sono tra i più disparati. Questa corrente non può essere categorizzata all’interno di una sola tipologia di produzione artistica, perché si basa sull’idea che i mezzi creativi sono illimitati. La performance art nasce dall’incontro tra arte figurativa e teatro sperimentale. Oppone alla produzione di opere o oggetti durevoli nel tempo la realizzazione di eventi performativi irripetibili, che comprendono elementi di danza, cinema, teatro, poesia, rappresentati davanti ad un pubblico.

Dalla metà degli anni Sessanta agli anni Settanta la performance art veniva definita come antitesi al teatro. I teorici della cultura occidentale spesso riconducono l’attività artistica della performance agli inizi del Ventesimo secolo, ai costruttivisti russi, ai futuristi e ai dadaisti. Sicuramente il Dada ha anticipato la performance art con le esibizioni della poesia, artisti del calibro di Richard Huelsenbeck e Tristan Tzara. L’espressionismo astratto e l’Action Painting hanno preceduto il movimento Fluxus (Yoko Ono, Nam June Paik, ndr.), gli Happenings di Allan Kaprow e rappresentazioni come quelle dell’azionismo viennese e della Body Art, nella quale il corpo era sia protagonista che strumento dell’opera. Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta gli artisti hanno iniziato a utilizzare la video arte esplorando le possibilità umane di sopportare il dolore e la sofferenza, attraverso performance che si sono concentrate molto sul corpo e sul suo aspetto materiale. L’artista più conosciuta per le sue performance dagli anni Settanta ad oggi è Marina Abramović, nota per aver iniziato a sperimentare direttamente sul suo corpo il rituale e il dolore. 

In questo scontro tra il fare e il creare, tra l’essere e l’esibire, oggi la performance art si fonda sulla centralità del gesto come unico medium artistico. Rinunciando all’idea di espressione artistica nei termini di un processo di produzione, la performance art fa del gesto il focus dell’impulso creativo. Il gesto performativo trae la sua forza dalla co-presenza di artisti e spettatori nell’hic et nunc dell’evento realizzato, e dà vita a esperienze di realtà aumentata che confondono i limiti tra verità e finzione. 

Ocean Space

Fondata e guidata da TBA21–Academy e costruita sulla base del suo ampio lavoro degli ultimi dieci anni, questa ambasciata incoraggia la curiosità, l’impegno e l’azione collettiva. Ocean Space ha aperto al pubblico nel 2019 con la mostra Moving Off the Land II di Joan Jonas, dopo essere stato in gran parte chiuso al pubblico per oltre 100 anni e in seguito ad ampi lavori di rinnovamento, terminati all’inizio del 2020. Ocean Space segue una programmazione annuale che prevede la sua apertura al pubblico dalla primavera all’autunno.

Isabel Lewis

Nata a Santo Domingo e cresciuta in un’isola artificiale al largo della Florida, oggi di base a Berlino, Isabel Lewis è una performance artist che lavora sull’estetica dell’esperienza, creando spazi di incontro tra attori umani e non umani. Definisce le sue performance ‘Occasions’ – incontri celebrativi di oggetti, persone, piante, musica, odori e danza. Messe in scena per la prima volta nel 2014, le occasioni danno origine a un’esperienza immersiva in cui l’elemento artistico e l’intellettuale sono inseparabili. L’ultima è intitolata O.C.E.A.N.I.C.A. – Occasions Creating Ecologically Attuned Narratives in Collective Action. Si è tenuta nell’ambito del ciclo di mostre curato da Chus Martínez The Soul Expanding Ocean, presso l’Ocean Space di Venezia – un centro globale che presenta

Anna Quirino

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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