Gomitolo, Bufalini, Paolo Ulian
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Paolo Ulian: dagli scarti del marmo alla cioccolata, progettare senza lasciare tracce

Da Enzo Mari ha imparato che il design è etica, non affari. Dalla madre il rispetto per l’ambiente. Paolo Ulian creava design sostenibile già negli anni Novanta, ma oggi vede solo discorsi di facciata

Lampoon: Paolo Ulian

Paolo Ulian nel 1990 si diplomava in industrial design all’Isia di Firenze e si trasferiva a Milano per lavorare nello studio di un suo professore, Enzo Mari. Già allora si era messo in testa di fare ricerche e sperimentazioni impostate sull’etica, che riducessero gli scarti e l’impatto sul pianeta. Con Mari resistette un anno e qualche mese: «Come è noto aveva un carattere difficile, era faticoso stargli vicino. Ci siamo trovati in sintonia, ognuno con il suo carattere: io ero tranquillo libero, leggero. Mari appesantito non ho mai capito da cosa. Credo dalla sensazione di essere solo contro tutti a combattere i mulini a vento. Ultimamente anch’io mi sto scoprendo un po’ così quando parlo di etica e visioni»

Anche oggi che la sostenibilità è sulla bocca di tutti, pure nel design, Ulian continua ad avere l’impressione di essere solo. «Quando muovevo i primi passi nel mondo del design, parlare di sostenibilità alle aziende sembrava una cosa fuori dal mondo, una parolaccia: ero uno dei pochi designer a fare una ricerca impostata sull’etica e sull’idea di diminuire l’impatto sul pianeta. Ora che ne parlano tutti faccio fatica a unirmi al coro perché vedo molta facciata e poca sostanza. Si cerca di vendere come sostenibili cose che non lo sono».

Paolo Ulian: la formazione e la carriera da designer

Dopo gli studi a Firenze e il breve periodo trascorso a Milano, Ulian è ritornato in Toscana. Oggi vive e lavora in Versilia, a Cinquale: alle spalle le montagne – da cui proviene il marmo che utilizza per i suoi progetti –, dall’altra il mare – dove va a ossigenare la mente. «Milano mi piace, senti la vita che fibrilla, la sensazione di efficienza, di continuo movimento, ci vengo spesso. Allo stesso tempo ho bisogno di ricaricarmi lontano dal fermento, per conto mio, fuori dalle influenze del pensiero altrui, per formarmi una mia visione a distanza». 

«Spesso è difficile confrontarmi con i miei colleghi. La maggior parte dei designer, soprattutto quelli industriali, non si pongono limiti etici, fanno qualsiasi cosa pur di vendere. Invece credo sia molto importante saper definire i propri limiti: fin dove posso arrivare io, fin dove può arrivare l’azienda a propormi cose da fare. Mari mi ha insegnato a dare priorità alle urgenze etiche, a pensare a far qualcosa di concreto e utile piuttosto che affari. Io faccio molta fatica ad accettare proposte contro la mia etica, per esempio avrei qualche problema a progettare una sedia in plastica». Nel 2010 Enzo Mari ha curato la mostra dedicata a Paolo Ulian allestita alla Triennale di Milano. Nel 2020 Ulian ha ricambiato il favore progettando l’allestimento della mostra antologica dedicata ad Enzo Mari alla Triennale curata da Hans Ulrich Obrist e Francesca Giacomelli.

Negli anni Settanta la madre del designer toscano apriva a Marina di Massa una delle prime erboristerie in Italia: è a lei che Ulian deve la sensibilità del progettare senza scarti rispettando l’ambiente: «Pur senza aver cultura progettuale, mia madre non produceva spazzatura di nessun genere. Non buttava via neppure i fiammiferi: dopo averli utilizzati li metteva in una tazzina e li riusava per portare il fuoco da un fornello all’altro. Mi è sembrato fin da subito che quello fosse il modo giusto per fare le cose giuste». Nel 2001 il gruppo olandese Droog Design invitò alcuni designer a immaginare come sarebbero stati gli oggetti dieci anni dopo. Ulian immaginò una società in cui non ci si sarebbe potuto permettere di sprecare nulla e creò Double Match: un fiammifero con due teste infiammanti, ispirato all’abitudine della madre. «Di anni ne sono passati ormai venti ma questo tipo di sensibilità sembra faccia ancora molta fatica a diffondersi nelle nostre abitudini quotidiane».

Lavabo in marmo, Ulian
Lavabo in marmo bianco di carrara, produzione Antonio Lupi 2018, opera di Paolo Ulian

La maggior parte dei suoi progetti partono dal marmo, di solito mattonelle abbandonate nei magazzini o nei piazzali delle aziende di Massa Carrara: scarti o invenduti per piccoli difetti nei colori o nelle venature. Materiale a costo quasi zero. «Sono partito andando nelle aziende a cercare scarti prodotti in serie: anche cento, mille pezzi di una stessa forma». I suoi progetti sono improntati sull’ottimizzazione della lavorazione per ridurre o eliminare gli sprechi, combinando tecnologie digitali e manualità artigiana: «Da un blocco tiro fuori più oggetti, ricavati magari in modo concentrico, a incastro, in modo che tutti i pezzi derivati da quella lavorazione vengano usati per costruire l’oggetto e non ci siano scarti di materiale». Un po’ quello che Enzo Mari aveva realizzato nel 1957 con il puzzle di forme a incastro ricavate da un’unica tavola rettangolare di legno 16 animali. Così nel 2014 è nata la PiùOmeno (+O-) lamp: una marmetta in marmo quadrata di 40 centimetri spessa uno di seconda scelta, da cui sono stati ricavati tutti i pezzi della lampada, senza scarti di materiale.  

Paolo Ulian: i progetti

Spesso i progetti sono riletture funzionali dei materiali di scarto, apportando a essi modifiche minime o nulle. La lampada Parabolica del 1992 nasce grazie alle colonne di una moschea a cui lavoravano molte aziende della zona. Ogni pannello realizzato per rivestire le colonne produceva come scarto una lastra curva molto sottile di un metro di altezza per 50 cm. Ulian si è limitato ad aggiungere una lampada all’interno in modo che la lastra diventasse una parabola di riflessione per la luce: «C’è sempre un gioco tra l’oggetto esistente e quello che potrebbe diventare scoprendone solo le sue caratteristiche nascoste, senza fare interventi decisivi di progetto ma semplicemente riuscendo a intuire cosa esso potrebbe diventare visto in un’altra ottica». La macchina a controllo numerico che esegue il foro sul top da bagno, dove poi viene inserito il lavandino, crea un pezzo di scarto ovale con un taglio a forma di gancio. Paolo Ulian si è limitato a vedere che questo poteva diventare un tagliere, il Bat-Tagliere: il gancio era il modo per fissarlo a un’asola di cuoio fissata al muro. La lampada Palombella del 2000 è una cuffia da piscina in silicone infilata su un anello di 30-35 cm, in cui viene inserita una lampadina tenuta ferma dalla forza elastica della cuffia stessa. 

Il desiderio di pesare sull’ambiente il meno possibile e non produrre scarti ha portato Ulian a progettare oggetti edibili: per esempio il Finger biscuit del 2004, acquistato dalla Ferrero, un biscotto da infilare sul dito per intingerlo nella crema; oppure il Golosimetro del 2002, tavoletta di cioccolato a forma di righello in cui ogni cubetto corrisponde a un centimetro.

Il tavolino Gomitolo, realizzato nel 2015 per Bufalini, è simile nella progettazione al Vaso-Vago del 2006, ricavato da un’unica lastra di marmo tagliata ad anelli concentrici poi sovrapposti sfalsati: «È una cosa quasi magica: si trasforma un oggetto bidimensionale in tridimensionale senza consumare altro materiale. L’oggetto finale è dieci volte quello di partenza ma con un consumo di materiale che è un decimo di quello che ci vorrebbe per realizzare un oggetto di quelle dimensioni dal marmo». Il taglio sul blocco iniziale è fatto con il waterjet – «un getto d’acqua ad alta pressione che taglia il marmo come burro» –, che riduce al minimo gli scarti di lavorazione. 

I macchinari per la lavorazione il marmo hanno costi altissimi, per questo Ulian sperimenta con quelli delle aziende, che glielo permettono perché anche loro, grazie alle sue sperimentazioni, scoprono qualcosa di nuovo: «Gli si aprono sempre orizzonti, mi ringraziano, poi magari copiano, fanno cose per conto loro». Qualche anno fa Ulian ha scoperto un difetto di lavorazione del taglio waterjet che poteva essere trasformato in un pregio: «Di solito questa tecnica viene utilizzata per intarsi decorativi di pochi centimetri. Ho scoperto per caso che aumentando lo spessore del marmo, il taglio a un certo punto diventa irregolare, si crea una specie di effetto di plissettatura perché il getto d’acqua si piega». Sfruttando questa tecnica Ulian ha creato dei tavolini con un unico blocco di marmo zebrino di 20-25 centimetri in cui le pieghe create dal taglio a waterjet creano un effetto tovaglia. Ora sta lavorando ad alcuni vasi realizzati con la stessa tecnica: «Da una lastra tiro fuori 5 o 6 vasi concentrici, in modo da non buttare via nulla: si utilizza un quinto del materiale che si utilizzerebbe ricavando un solo vaso dal blocco di marmo, che è quello che fanno di solito i marmisti. Non è solo un lavoro estetico ma è l’utilizzo di una lavorazione in modo diverso per consumare meno materiale»

Oltre a Mari, altri maestri sono stati Angelo Mangiarotti – con i suoi tavoli Eros, il lampadario in vetro di Murano composto da ganci di cristallo componibili, le sculture a incastro ricavate dai blocchi di marmo tagliate con il filo diamantato – e Bruno Munari. «Sperimentatori fuori dai canoni: sperimentavano sempre e a prescindere dalle richieste delle aziende, poi alcune delle loro sperimentazioni potevano trasformarsi in produzioni, non viceversa. Munari andava in un’azienda di calze per donna e gli veniva l’idea della lampada Falkland. A me piace la sensazione di scoprire di aver toccato qualcosa che non esisteva prima e che diventa una piccola innovazione unica. Sperimentare però richiede tempo e tentativi falliti». Questi ‘momenti Eureka’ del design sono appannaggio dei grandi designer o vivono anche in progetti anonimi? «Ho un piccolo rasoio di mio papà degli anni sessanta-settanta contenuto in una scatola di alluminio: la carica etica di quell’oggetto lo rende attuale, giusto, rivoluzionario. Oggi parliamo tanto di sostenibilità ma nessuno ha rimesso in produzione un oggetto di quel tipo, di cui non si butta nulla e si cambiano solo le lamette: si preferiscono le lamette di plastica, magari dicendo che sono sostenibili perché è plastica riciclata»

Paolo Ulian

Paolo Ulian è nato nel 1961 a Massa Carrara, si è diplomato in industrial design nel 1990 all’Isia di Firenze con il progetto di un paravento in cartone con cui ha vinto il premio Design for Europe in Belgio. Nel 1991 ha lavorato nello studio di Enzo Mari a Milano, per poi tornare in Toscana dove vive e lavora tutt’oggi. Nel 2010 la Triennale di Milano gli ha dedicato la mostra Paolo Ulian. Tra gioco e discarica, curata da Enzo Mari. Sperimenta con materiali naturali come la carta, il marmo, la ceramica, anche attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie digitali che gli consentono di limitare la quantità degli scarti di materiale.

Bufalini

Azienda italiana che da oltre trecento anni opera nel settore della pietra e del marmo, in particolare il marmo bianco di Carrara. Per Bufalini Paolo Ulian ha realizzato il tavolino Gomitolo, ottenuto con la sovrapposizione di anelli concentrici di forma ellissoidale, sfalsati tra loro, ricavati da un unico blocco di marmo; il paravento Moiré, formato da due sottili lastre di marmo forate in grado di scorrere l’una sull’altra generando combinazioni diverse; e la serie Pixel, vasi e pannelli con superfici composte da tanti piccoli tasselli tridimensionali di marmo che si possono rimuovere con un martello, in modo da creare chiaroscuri, disegni o mensole.

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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