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Canapa: coltura e conservazione genetica

La risorsa accantonata risponde ai criteri della nuova PAC. Riflessioni con l’autore di La Canapa Ranalli: «La ricerca è a rimorchio della politica»

Storia della produzione di canapa in Italia

Il paradosso della canapa in Italia è racchiuso nel suo essere stata gloriosa e non aver potuto sviluppare un mercato nell’età contemporanea. All’inizio del ventesimo secolo la coltivazione raggiunse la sua massima espansione nella penisola, concentrata in due aree distinte. Al nord si trovava nelle province di Ferrara (nel 1914 la superficie coltivata era pari a 30mila ettari, con una produzione di dodici quintali per ettaro), Bologna, Modena e Rovigo mentre al sud nelle provincie di Napoli e Caserta. Il maggior centro di produzione oltre a Ferrara era Carmagnola in Piemonte – la fibra resistente prodotta in quest’area ha dato il nome anche a una delle più pregiate varietà di canapa per il tessile: la Carmagnola. Si trattava di un sostegno economico. L’agricoltura era una delle prime forme di reddito per l’epoca, ma la peculiarità della canapa – fino alla sua fase di massima espansione intorno agli anni Quaranta-Cinquanta del secolo scorso – è stata la sua circoscrizione familiare. Si coltivava la canapa, la si faceva macerare e la si raccoglieva con fatica fino a trasformarla in tessuto, fili, cordami e alimenti. Le braccia, insieme ad alcuni attrezzi meccanici, gli unici strumenti utilizzati. La lavorazione della canapa richiedeva circa milleduecento ore di manodopera per ettaro, non esistevano impianti di prima trasformazione. Ecco uno dei fattori che ha accompagnato la coltura verso il declino, in seguito al boom economico e allo sviluppo industriale le campagne sono state abbandonate, con esse l’impegnativa coltura. Nel 1970 la riduzione di ettari coltivati nel Paese supera il novanta percento. A questo si aggiunge l’inserimento della marijuana nella lista degli stupefacenti da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1961, seguito dalla Convenzione Unica delle Sostanze Stupefacenti sottoscritta in Italia nello stesso anno.

Centro di Ricerca per le Colture Industriali

Nel periodo d’oro della canapa si sviluppa anche un centro di ricerca di rilevanza nazionale che si occupa dello studio e del miglioramento genetico della pianta, il Centro di Ricerca per le Colture Industriali (CRA – diverrà poi CREA). Nasce a Bologna, dove le possibilità di sviluppo del pomodoro e della barbabietola da zucchero si equiparavano a quelle della canapa. «Questo istituto negli anni Cinquanta-Sessanta si era occupato di canapa da fibra, quando le colture raggiungevano i cento mila ettari nel Paese. Anche se eravamo i secondi al mondo per quantità di canapa coltivata, eravamo i primi per qualità della fibra», racconta Paolo Ranalli – già direttore di Dipartimento del Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, docente alla Facoltà di Agraria dell’Università di Modena e Reggio Emilia e genetista e breeder conosciuto a livello internazionale. Suo il desiderio di unire conoscenze e know how dei maggiori studiosi e ricercatori esperti in materia e unirli in un testo unico: La Canapa – Miglioramento genetico, sostenibilità, utilizzi, normativa di riferimento edito da Edagricole e stampato nel novembre 2020. «L’agricoltura aveva bisogno di colture alternative nuove, che potessero intercalarsi con colture come i cereali. Il Ministero dell’Agricoltura a cavallo degli anni Novanta convocò il direttore dell’Istituto per promuovere un progetto di ricerca sulla canapa, in quel tempo ero un giovane ricercatore, mi impegnai a lavorare su questa pianta» continua Ranalli: «l’obiettivo principale era riuscire a distinguere la cannabis sativa – quella per usi leciti commerciali – da quella con alto contenuto di thc e quindi fonte per marijuana e hashish (resina prodotta dalle infiorescenze della pianta femminile ndr.). Era uno dei principali problemi per gli agricoltori, che si vedevano sequestrati i raccolti. Sviluppammo un programma di miglioramento genetico con marcatori morfologici di varietà, fino alla creazione di un picciolo fogliare viola utile per distinguerla – la Red petiole, verietà che contiene lo 0.9 percento di thc (nel 2017 ha cambiato nome in Fibrante ndr)»

In una decina di anni, tra il 1992 fino ai primi anni duemila sono stati coordinati diversi progetti di ricerca e sperimentazione coinvolgendo nuove competenze che si stavano formando (perché il sapere di inizio secolo si era ormai perso) e in quel contesto si formò la generazione di ricercatori che ancora oggi è un riferimento. «I problemi che dovevamo risolvere erano la meccanizzazione della coltura – per cui abbiamo realizzato un prototipo di macchina e l’abbiamo brevettato, e la macerazione. Bisognava riprodurre in ambiente controllato questa fase, non si potevano trovare operai e manodopera che facessero il lavoro come in passato, quindi sono stati fatti studi sull’isolamento dei batteri per facilitare la digestione delle pectine e la lavorazione della fibra».

Nuova varietà di canapa da fibra ‘Red Petiole’ caratterizzata dal colore viola del picciolo fogliare ;marcatore che permette di riconoscere visivamente la liceità della coltivazione

Coltivare la canapa conviene?

Risultati che oggi hanno più di vent’anni, ma che non hanno visto uno sviluppo concreto nella filiera. «La canapa non ha mai attratto l’attenzione del mondo privato. Il mondo accademico ne ha parlato a lungo e ha saputo sviluppare innovazioni e risultati ma questi, senza l’implementazione, non possono essere trasformati a livello operativo dalle imprese. Così è successo per la nostra macchina, nessuno ha ripreso e sviluppato il brevetto e la raccolta ha continuato a essere un vincolo non superato». Aspetto non meno rilevante la mancanza di impianti di prima trasformazione. L’agricoltore che coltiva canapa dovrebbe portare il suo raccolto in un’azienda specializzata e vicina ai suoi terreni – anche per non perdere il valore della materia prima con costi di spostamento eccessivi. «L’agricoltore che produce barbabietola da zucchero si reca allo zuccherificio più vicino, mentre chi coltiva canapa non ha questa possibilità perché non sono stati creati questi impianti», sottolinea Ranalli. A questo si aggiunge un problema di reddito che influisce sulla decisione di coltivare o meno la pianta.

Perché non c’è reddito? «Coltivare canapa apre moltissime possibilità, dall’edilizia alla carta alla cosmesi e all’alimentare. Il problema nasce perché la canapa non è valorizzata nella sua totalità. In passato ci fu un progetto che puntava a lavorare la canapa trattandola come il lino (baby hemp ndr). Il risultato di questo approccio non ha portato ai risultati sperati, anche perché il prodotto di partenza non poteva essere competitivo – la pianta tradizionale si riduceva di un terzo per adattarsi ai macchinari del lino». Un altro ostacolo da superare riguarda il prezzo della stoppa di canapa. Se si raccolgono i semi o le infiorescenze, il resto della pianta – cioè circa l’ottanta percento del totale – è rappresentato dagli steli, che non sono venduti per il valore di fibra ricavabile dopo la stigliatura e macerazione bensì come paglia. Riprendendo il paragone con una coltura industriale riuscita, cioè quella della barbabietola da zucchero, si nota un’altra differenza in questo aspetto. La retribuzione all’agricoltore equivale al titolo zuccherino, oltre che al peso della barbabietola raccolta in campo. «La produzione di seme deve sempre essere implementata con uso della biomassa intesa come stelo che produce fibra. Forse non sarà eccellente – perché se si aspetta la maturazione del seme la qualità della fibra si riduce – ma sarà possibile utilizzarla come fibra tecnica, base per carta, bioedilizia e compositi», continua il Prof. Ranalli. «Utilizzarne solo una parte, come il seme e i suoi derivati ignorando il resto è una perdita in partenza. Solo combinando una buona produzione di seme (almeno otto-dieci quintali per ettaro) con una produzione di fibra e bio massa rimanente si può ottenere una plv (produzione lorda vendibile ndr) competitiva – se non superiore a frumento».

Semi di canapa

Perché l’Italia ha smesso di coltivare canapa

L’Italia, diversamente da altre nazioni come la Francia – che non hai mai smesso di coltivare o portare avanti la produzione di canapa, o la Crozia e la Serbia che si sono attivate nell’ultimo decennio – non si è espressa in modo chiaro a livello giuridico. «C’è stata contraddittorietà giurisprudenziale tra procure, pm e sentenze che ha penalizzato la coltura fino alle Legge 242 del 2016 che ha fatto chiarezza, consentendo la coltivazione senza autorizzazione delle varietà (sono sessantotto ndr) iscritte al Catalogo europeo delle specie delle piante agricole e con un contenuto di thc inferiore allo 0,2 percento con una tolleranza fino allo 0,6 ad esclusione della colpa dell’agricoltore». La stessa Legge doveva sostenere economicamente il comparto incentivando coltivazione, trasformazione e sviluppo di filiere integrate per valorizzarne la produzione. Ogni anno, sempre seconda la 242/16 il Mipaaf avrebbe dovuto stanziare settecento mila euro per il miglioramento delle condizioni di produzione e trasformazione e finanziare progetti di ricerca e sviluppo «inerenti la produzione e i processi di prima trasformazione della canapa, finalizzati prioritariamente alla ricostruzione del patrimonio genetico e all’individuazione di corretti processi di meccanizzazione. A oggi però nessuna risorsa è stata attivata per questi fini», si legge nel libro curato da Paolo Ranalli.

Mantenere vivo il patrimonio genetico reperendo il germoplasma che si stava perdendo, uno dei principali obiettivi del CRA. «La canapa è una pianta allogama che se non è geneticamente controllata si può degenerare nel tempo. Noi abbiamo recuperato le varietà eccellenti italiane come la Carmagnola, la Fibranova, la Carmagnola Selezionata ma dopo un certo periodo (vent’anni) i diritti su queste varietà decadono e diventano patrimonio libero di tutti. Questo è il momento in cui una varietà decade perché nessuno la custodisce». Oggi queste varietà sono costose e difficili da reperire, nel 2019 sono state pure cancellate per scadenza dei termini del rinnovo, dal Catalogo nazionale delle varietà; il CREA ha fatto domanda per le re-iscrizione nell’elenco, e dopo un anno di osservazione fenotipica, dovrebbero essere re-iscritte formalmente per dieci anni dal giugno 2021.

Le varietà di canapa più utilizzate

Oggi le varietà autoctone più utilizzate per la fibra sono monoiche di origine francese pensate per rispondere alle esigenze pedo-climatiche di quel territorio, diverse da quelle del mezzogiorno italiano. «La ricerca è a rimorchio della politica», commenta Ranalli. Senza risorse è difficile progredire ma il prossimo futuro potrebbe dare nuova linfa alla canapa. I target e i capi saldi della transizione ecologica in parallelo alla nuova redazione del Piano Strategico Nazionale della PAC (Politica Agricola Comune) non potranno ignorare le virtù e le possibilità della coltivazione di canapa. Ridurre del cinquanta percento l’uso di pesticidi e antibiotici, del venti percento l’uso dei fertilizzanti chimici, aumento della superficie in agricoltura biologica fino al venticinque percento (a livello europeo) e aumento almeno fino al dieci percento delle aree agricole destinate alla conservazione della biodiversità. La canapa risponde a ogni richiesta e le autorità competenti ne sono consapevoli. «La riforma della PAC 2014-2020 riconosce la coltivazione di canapa tra quelle ammesse a ricevere i pagamenti della PAC, purché si tratti di semi certificati e con tenore di thc sotto lo 0,20% del peso secco delle infiorescenze. Il Regolamento concede agli Stati membri anche la possibilità di riconoscere un aiuto accoppiato alla coltivazione di canapa». In Italia il premio non vale per tutte le Regioni e per tutti i settori agricoli. Solo riso, barbabietola da zucchero e pomodoro hanno questo privilegio.

Paolo Ranalli

Evidenziare attraverso un racconto oggettivo, basato su dati scientifici e fatti il panorama della canapa oggi – la motivazione che ha spinto il Professor Ranalli ad unire esperti e raccoglierli in un libro, senza fermarsi sullo scaffale di una libreria. «È una riflessione critica dello stato dell’arte della canapa che deve arrivare all’attenzione del decisore politico. Se da quel punto di vista teorico c’è possibilità di sviluppare la filiera, dal punto di vista pratico ci sono tutti gli strumenti e le competenze per lavorare».

La canapa – Miglioramento genetico, sostenibilità, utilizzi, normativa di riferimento, Edizione Edagricole di News Business Media srl, Bologna. Prima edizione novembre 2020

Mariavittoria Zaglio

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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