La sfilata di moda come opera d'arte, Claudio Calò
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La sfilata di moda è una capsula dove il tempo è distorto 

La sfilata è molte cose assieme e nessuna in particolare: un video musicale, un teatrino di carta, un documentario, una seduta psicoanalitica di gruppo, un gesto politico. In conversazione con Claudio Calò

Lampoon intervista Claudio Calò, autore del saggio La sfilata di moda come opera d’arte per Einaudi 

«Era appena iniziato il lockdown e il mio mentore Marcello Fois mi aveva messo in contatto con Einaudi, che stava rilanciando la collana Gli Struzzi. Avevo scritto un romanzo, ma la casa editrice era interessata a indagare e approfondire alcuni aspetti della moda». Così prende vita La sfilata di moda come opera d’arte, il saggio di Claudio Calò che analizza il perimetro e i confini della moda e i legami con e di cui si alimenta. Moda e sfilata di moda sono infatti mondi esclusivi e riti sociali che si mostrano agli occhi di tutti, senza mai svelarsi del tutto. Esperto di semiotica e  collaboratore in passato di Ralph Lauren, Emilio Pucci e Giorgio Armani, Claudio Calò racconta il suo lavoro così: «Avevo solo un titolo e l’intenzione di fare molte interviste a diverse figure che lavorano nel settore, con l’intenzione di essere un “editor di idee”, in grado di coordinare diverse prospettive».

La moda – James Laver su Vogue nel 1959

La moda accompagna la storia dell’uomo e ne coglie lo spirito del tempo alterandone la percezione. Il legame tra tempo e moda non è lineare, e spesso ingannevole. Per dirla con le parole che lo studioso della moda e del costume James Laver scrisse su Vogue nel 1959: «Uno stesso abito è indecente dieci anni prima del suo tempo; audace un anno prima del suo tempo; chic (che seduce oggi) nel presente; goffo cinque anni dopo il suo tempo; orrendo vent’anni dopo il suo tempo; divertente trent’anni dopo il suo tempo; romantico cent’anni dopo il suo tempo; bellissimo centocinquant’anni dopo il suo tempo». Ma, se anche la moda è soggetta alle regole del tempo, lo stesso non vale per la sfilata, all’interno della quale il tempo è deformato e manipolato, e quasi tutto vale: «La sfilata di moda è una capsula dove il tempo è distorto, dove passato, presente e futuro convivono e si sconfiggono a vicenda».

La sfilata di moda, giochi di potere

La sfilata di moda, oltre a essere uno spettacolo che concentra in pochi minuti l’impegno e gli sforzi di mesi – e talvolta anni – di lavoro, è anche una metafora di rapporti di potere: «Per convenzione, una sfilata di moda è una struttura sostenuta da un elitismo gelosamente protetto, e le persone associate a questo sistema da decenni non hanno alcun interesse a rinunciarci. La definizione di una piantina per i posti a sedere è una religione: la gente non vuole mollare il posto, non importa quanto ciò sia anacronistico o poco attraente. è uno strumento di validazione destinato a resistere per molto tempo».

Eppure, con la pandemia, il mondo della sfilata della moda ha dovuto fare i conti con la realtà, inventandosi un modo diverso di raccontarsi per attirare il pubblico, accelerando la trasformazione in una transmoda. «una moda orizzontale e decentralizzata, veloce e atomizzata, ironizzante e collaborativa; insofferente verso le gerarchie che distrugge voracemente mode e marchi. Una vox media, o neutra che crea e metabolizza storie con la leggerezza di Instagram, le serializza con la metodicità di Netflix». 

Il modo di sfilare e di usare il corpo è espressione del tempo

Ma una regia digitale non può restituire la complessità di un’esperienza, fatta del coinvolgimento di più sensi, del susseguirsi di effetti visivi, olfattivi e sonori. In una sfilata ogni movimento e ogni dettaglio assumono importanza, spiega nel libro Angelo Flaccavento: «Il video lo vede chiunque e ha un punto di vista stabilito, quello della maison: se io da giornalista voglio fare la recensione di una sfilata guardando solo i piedi o le schiene delle modelle non posso farlo, perché lo sguardo è uno sguardo imposto». 

Il portamento o la camminata sono elementi in grado di fare la differenza, talmente tanto che alcuni creativi ricorrono a schede di istruzioni: indicazioni per le modelle sulle pose o sulla velocità da tenere, o ma anche per puntualizzare l’atmosfera e l’ispirazione: «Il modo di sfilare e di usare il corpo è espressione del tempo, che cambia con le epoche. Una volta ho partecipato ad una sfilata riservata a pochi clienti. Le modelle ingaggiate erano giovanissime e non avevano ricevuto molte istruzioni, lo si capiva. Camminavano posando la mano sul fianco, col gomito ad angolo. Quel posare da modella tradiva una verità evidente: il non esserlo». 

La sfilata di moda come opera d'arte, Claudio Calò
Claudio Calò, La sfilata di moda come opera d’arte, Einaudi, 2022

La location della sfilata di moda assume un ruolo chiave

Non solo ciò che si muove, ma anche ciò che rimane immobile contribuisce alla riuscita della sfilata. La location assume un ruolo chiave, contribuendo alla memorabilità, alla coerenza e alla comunicazione del brand: «Alessandro Sartori, con il brand Zegna, sta facendo un lavoro filologicamente molto preciso su Milano, che è una città non così evidente, poco sfruttata e nascosta, e ha quindi grandi luoghi da scoprire. Zegna sta facendo un ottimo lavoro nel legare le radici a un luogo, e il valore di una simile strategia si vede a lungo termine, quando viene adottata in maniera costante».

Le città e i loro capolavori architettonici sono spesso scelte come location per il ruolo iconico che assumono: nel 2008 Fendi riuscì a trasformare la Grande Muraglia cinese, una delle sette meraviglie del mondo, in una passerella di ben 80 metri. Vent’anni prima anche Marina Abramovic e Ulay avevano scelto la muraglia per la loro performance di addio documentata dalla BBC con il documentario The Great Wall: Lovers at the Brink.

Claudio Calò

Claudio Calò, esperto di semiotica della pittura e in passato anche collaboratore di Vogue Italia, ha lavorato a lungo nella comunicazione di marchi come Ralph Lauren, Emilio Pucci, Giorgio Armani. «Non ho studiato moda né design, anche se era un’area che mi ha sempre interessato e prima di lavorare nel lusso ho operato nel largo consumo». Le passerelle sono uno dei mezzi di comunicazione più spettacolari per la manifestazione di un brand, e la loro importanza è tale da aver superato la loro funzione originaria, trasformandosi in momenti in grado di sintetizzare l’intera essenza di un brand. «Ogni moda appartiene alla propria epoca e si impadronisce dei contenuti della comunicazione e delle arti per esprimersi in una danza ambigua, al tempo stesso parassitaria ed esaltatrice dei significati».

La sfilata di moda sfugge qualsiasi inquadramento permanente

Se la sfilata sia una forma d’arte o meno, rimane un interrogativo irrisolto all’interno del volume, soprattutto alla luce della crisi sanitaria senza precedenti che ha stimolato come mai prima una riflessione sul suo significato: «Ciò che mai come prima i recenti eventi globali hanno messo in luce a proposito della natura dello spettacolo della moda, è che la sfilata di per sé è molte cose assieme, e nessuna in particolare: un video musicale, un teatrino di carta, un documentario, una piccola esibizione effimera per pochi spettatori, una costosa seduta psicoanalitica di gruppo, un gesto politico».

Sospesa tra responsabilità e licenza, tra essenza e apparenza, la sfilata di moda sfugge qualsiasi inquadramento permanente, promettendo ad ogni stagione un rinnovamento. «Siamo di fronte a una forma di comunicazione – o d’arte, di espressione, di promozione, di branding, di intrattenimento – difficilmente ascrivibile alla sfilata classica, che presenta confini fluidi e in continuo dilagare».

Elisa Russo

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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