Omoju Miller & Aufrey Tang, 2038, Padiglione tedesco, Biennale di Venezia 2021 Lampoon
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Sull’architettura e l’impossibilità di metterla in mostra: la Biennale a Venezia

L’essenza dell’architettura sta nel suo essere spazio attraversabile, percepibile con tutti i sensi. Fregi, modanature, simmetrie, ordini, facciate, sono tutte cose che vengono dopo. L’architettura è innanzitutto spazio

La Biennale è come una tassa, inderogabile, anche solo per avere argomenti di discussione se si incontra qualche collega. La mia fortuna è che dai più sono riconosciuto come scrittore. Posso permettermelo, insomma, di non andarci. Alla Biennale non ci andavo neppure quando per lavoro discutevo con i tecnici comunali o m’infangavo le scarpe nei cantieri. È un problema mio, beninteso, non della Biennale. Quelle poche volte che mi ritrovo dentro una mostra d’architettura – che sia a Milano, Londra, New York – quando ne esco, quasi vergognandomene, mi tocca ammettere a me stesso, rosso in volto, che le mostre di architettura in definitiva, diciamocelo, mi annoiano.

Architettura: l’essenza dello spazio

Quello che andiamo a vedere non è l’architettura, ma un suo simulacro. Manca l’esperienza sensoriale dello spazio, del percorso, dei materiali, dello scambio simbolico. È come una mostra d’arte che al posto delle opere espone le recensioni dei critici o una retrospettiva cinematografica che esibisce le sceneggiature al posto di proiettare i film. Una noia mortale. Ci si sente truffati. Non è mica colpa dei curatori, ben inteso, il difetto sta nel manico e non c’è soluzione. Ogni mostra di architettura è obbligata ad appoggiarsi ad altre discipline per raccontarsi – video, fotografia, allestimento –, e l’architettura diventa il buco della ciambella, la grande assente. Delle rare Biennali veneziane che ho visitato ricordo il padiglione del Venezuela di Carlo Scarpa, chiuso e abbandonato, piuttosto che le declinazioni del tema voluto dai curatori del caso e realizzate dagli architetti invitati, che sembrano più vicine all’arte contemporanea che all’architettura stessa.

C’è una frase, attribuita di volta in volta a qualcuno di diverso (fra questi Frank Zappa) che dice, «Scrivere di musica è come ballare di architettura». Non ha senso. Se non si fa esperienza della musica non la si può capire per davvero. Altrettanto è con l’architettura. Fu Bruno Zevi, nel suo Saper vedere l’architettura, a spiegarci che l’essenza dell’architettura sta nel suo essere spazio attraversabile, percepibile con tutti i sensi. Fregi, modanature, simmetrie, ordini, facciate, sono tutte cose che vengono dopo. L’architettura è innanzitutto spazio. E non ci sarà mai fotografia che potrà restituirmi l’esperienza che posso vivere attraversando un’opera di Hans Scharoun o di Luis Barragan. L’elemento fondamentale che definisce l’architettura è proprio quello che nessuna mostra potrà mai restituirci: il rapporto di scala fra l’essere vivente e lo spazio.

La casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright

Lo spazio architettonico è quello che permette a un vuoto di diventare luogo. Di renderlo, cioè, abitabile. Le parole, per uno scrittore, sono importanti. Abitare viene da Habere, avere consuetudine in un (e di un) luogo. Abitare è un’abitudine. Attenzione, anche Abito ha la stessa origine etimologica: Habere, avere con noi, portarci dietro, come una disposizione dell’animo. In pratica l’abitazione dovrebbe essere come l’abito di una persona, fatta su misura. Non a caso si raccontano spesso aneddoti sul rapporto fra architetti e committenti. Rapporto conflittuale, quando le sensibilità degli uni e degli altri non riescono a incontrarsi a metà strada. Quella serpe di Adolf Loos, per dire, raccontava che Henry Van De Velde non solo disegnava le case, ma obbligava i suoi ricchi committenti a vestirsi in modo confacente al suo progetto. Ciabatte comprese. La casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright, capolavoro del Ventesimo secolo, era chiamata con malcelato disprezzo dal ricco proprietario Edgard Kauffmann la casa dai sette secchi, date le continue infiltrazioni d’acqua. Che dire a proposito dello psicodramma sorto attorno alla costruzione di Farnsworth house? Ludwig Mies van der Rohe aveva progettato un platonico cristallo minimalista sospeso su pilastri d’acciaio. La dottoressa Edith Farnsworth, la proprietaria, viveva con imbarazzo l’idea di girare in una casa dove tutti da fuori potevano osservarla. Il braccio di ferro fra i due si risolse con la progettazione di tendaggi oscuranti, fatture non pagate, cause, processi, maschiliste maldicenze sulla dottoressa invaghita e tradita dal genio. 

Padiglione della Russia, OPEN!, fotografia Francesco Galli, courtesy Biennale di Venezia Lampoon
Padiglione della Russia, OPEN!, fotografia Francesco Galli, courtesy Biennale di Venezia

Casa Cattaneo a Cernobbio

Non è un problema di stile. Non è perché le case del Movimento Moderno, pensate come macchine da abitare (a detta di Le Corbusier), non sappiano essere emozionanti. Lo si capisce quando il progettista e il committente si incontrano nella stessa persona, come nel caso più unico che raro di Casa Cattaneo a Cernobbio. L’edificio fu progettato nelle migliori delle condizioni di libertà creativa per il giovane progettista. Cattaneo, appena laureato, aveva ricevuto in regalo il terreno dove poter edificare senza alcun vincolo quello che più desiderava. La casa fu pensata fin nei suoi più intimi particolari, con una meticolosità fanatica. Una sorta di enorme prototipo che doveva dimostrare la forza poetica del linguaggio moderno, la sua realizzabilità, la sua intrinseca qualità. Nulla fu lasciato al caso, ogni tema sviscerato: il negozio a doppia altezza al piano terra, quello che si apre sulla città, gli appartamenti ai piani superiori, la terrazza all’ultimo piano affacciata sul panorama lacustre. Progetto libero da condizionamenti perché non tenuto, come ebbe a dire Cattaneo stesso, a «soggiacere alla volontà tirannica dei clienti». Un capolavoro che non ha avuto seguito essendo Cattaneo morto giovanissimo. (Mi sono accorto che gli architetti o muoiono molto giovani, vedi Sant’Elia o Terragni, oppure vecchissimi, come il quasi centenario Giovanni Michelucci o l’ultracentenario Oscar Niemeyer. Avendo io superato da bel po’ la giovinezza mi auguro sempre più convintamente di appartenere alla seconda categoria).

Lampoon: dissertazione sull’architettura

Ogni casa porta con sé una storia, un mondo. Spesso mi accorgo quanto un appartamento mi dica molte cose di chi lo vive. Gli oggetti quotidiani, gli arredi, i quadri o le fotografie ai muri, ci vestono, ci rappresentano, come quando indossiamo un abito: ogni casa, dal ricco maniero al monolocale in affitto, assomiglia alla persona che la abita. Anche qui il gioco delle etimologie può tornare utile. Persona deriva da Per Sonar, la maschera in legno che serviva a rafforzare il suono della voce nel teatro antico. La casa è innanzitutto la creazione di un ambiente ideale. Ambiente viene da Ambire, cioè andare attorno come l’aria, o come le persone attorno alle quali si vive: quando si abita una casa si indossa una maschera che dà un’idea di sé a se stessi e al mondo circostante. Oggi, in un mondo di risorse scarse, abitare significa stare in una casa sostenibile, ecologica. Mi viene da chiosare, dato che Ecologia deriva dal greco Oikos logos – ‘discorso sulla casa’: lo studio delle relazioni fra l’umano e il mondo vivente.

Luca Molinari, Le case che siamo

Abitare un ambiente ecologico, traducendo, significa fare un discorso sulla casa che sappia mettersi in relazione l’intorno: le nostre consuetudini ricadono sulla città. Luca Molinari nel suo agile Le case che siamo racconta come il telelavoro abbia annullato la differenza fra casa e ufficio, al punto che ogni luogo può diventare quello della produzione, e come la reazione a un lavoro domestico sempre più solitario e alienante fa sì che molti colletti bianchi colonizzino bar e locali pubblici con i loro computer, lavorando e allo stesso tempo non perdendo il contatto con la gente, con la realtà. Stiamo domesticizzando lo spazio pubblico. Alcuni oggetti di culto della casa moderna, novecentesca e borghese, sono perfettamente inutili per le nuove generazioni. Fate un test (io l’ho fatto con le mie figlie): fra televisore e computer vince il computer. Fra computer e smartphone vince lo smartphone. Tutto si miniaturizza, diventa etereo. Oggi l’infrastruttura necessaria, indispensabile, in ogni casa, in ogni città anzi, è il Wi-Fi.

Architettura e industria 4.0

Questo significa che non avremo più arredi in casa? Ovviamente no. L’abito lo indossiamo noi, abbiamo un limite antropologico: il nostro corpo. Ce lo insegna l’ergonomia: entrare in relazione con le tecnologie significa renderle usabili. Personalizzarle. Credo sia questo il compito del design del futuro: far interagire corpo e tecnologie in modo personale. Non dobbiamo avere dieci, venti, cinquanta tipi standard di prodotti che ognuno di noi poi sceglie da un catalogo. Dobbiamo progettare processi produttivi che possano adattarsi alle esigenze di ogni singolo. Ognuno avrà la sua sedia, il suo letto, la sua parete attrezzata. Già si può fare. È quella che oggi si chiama l’industria 4.0. È il futuro della produzione manifatturiera che riallaccia i rapporti con l’artigianato. A ogni persona il suo abito. A ognuno la sua abitazione. Il futuro dell’abitare non sarà uguale per tutti, ognuno deciderà come abitare. Su misura.

Gianni Biondillo

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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