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Cronache e cultura: Eugenia Erráruriz – una casa che non muta è una casa morta

Buttate via e continuate a togliere, seguitate a buttare via! Eugenia Erráruriz ripeteva ossessiva il suo mantra di credente in un incessante cambiamento e di sottrazione nel paesaggio domestico

Eugenia Erráruriz – la vita e lo stile

Eugenia Huici Arguedas de Errázuriz – fu una mecenate e agit-prop culturale sudamericana di origine basca, attiva soprattutto a Parigi tra la fine del Diciannovesimo e la prima metà del Ventesimo secolo, ma anche a Londra, in Sudamerica e a Biarritz. È ricordata come una delle muse del modernismo, antesignana di un’estetica minimalista giocata per sottrazioni, distillazioni tonali e geometrie.  II suo credo purista influenza lo stile di Jean-Michel Frank. Il suo era un mood che distingueva l’abbigliamento e le scelte artistiche, quanto il gusto per l’architettura e il décor, scevro da orpelli ed eccessi decorativi e spinto a cercare l’essenza, verso l’astrazione. Per Eugenia questo sfrondare, questo riassumere in una linea il senso di un messaggio sconfina nella mistica, quasi una pratica religiosa che si trasforma in ascesi. 

Il mito vuole che Eugenia, celebre fin dall’infanzia per la sua bellezza magnetica e nata in Bolivia il 15 settembre 1860 dal magnate dell’argento Ildefonso Huici y Peón, divenuta in tarda età terziaria francescana, si fosse fatta disegnare un austero abito nero da Coco Chanel. La fascinazione per la religione, crescente con l’età, le veniva dall’imprinting familiare, ma anche dall’educazione presso le suore inglesi di Valparaíso. Esperienza che per alcuni versi la accumuna a Gabrielle Chanel, cresciuta nell’orfanotrofio del convento di Aubazine nel Massiccio centrale francese. Gli Huici si trasferiscono con le piccole Eugenia e Rosa- di figli ne avevano tredici- nelle loro tenute a La Calera, in Cile, a seguito dello scoppio della guerra civile in Bolivia. La Calera era poco più di un villaggio sulle rive dell’Aconcagua, a qualche decina di chilometri da Valparaíso. Ricca di suo, Eugenia a vent’anni lo diventa ancora di più grazie al matrimonio con il diplomatico e pittore paesaggista cileno José Tomás Errázuriz Urmeneta, allievo di Ernesto Kirchbach, il cui padre e il nonno erano stati entrambi presidenti della repubblica cilena. 

Il matrimonio con José Tomás Errázuriz Urmeneta

I primi anni di matrimonio la giovane coppia li trascorre in un dorato isolamento a Panquehue Errázuriz, possedimento vinicolo del casato del marito. Qui Eugenia perde un figlio appena nato, ma i tre successivi – Maximiliano, Carmen e María, detta Baby – sopravviveranno. La vita in una vasta hacienda sudamericana, per quanto agiata, a Eugenia, che preferisce esprimersi in francese o inglese piuttosto che in castigliano e usa una specie di grammelot iberico spesso di ardua comprensione, comincia ad andare stretta. Così come le arcaiche convenzioni barocche del colonialismo spagnolo. Nel 1882 riesce e convincere il marito a trasferirsi a Parigi, la Ville Lumière in piena Belle Époque, dove il cognato Ramón Subercaseaux Vicuña era il console cileno. Accanto a lui la moglie, Amalia Errázuriz, esotica beuty ritratta da John Singer Sargent, artista americano che Eugenia conoscerà nell’autunno di quell’anno a Venezia, dove egli condivideva uno studio a Ca’ Rezzonico, in Canal Grande, con il cognato Ramón. Un incontro fatale, quello con uno dei ritrattisti principe del tardo Diciannovesimo secolo, che corona la cerchia culturale high voltage che la giovane donna attira subito intorno a sé, appena approdata nella capitale francese. Peccato che il fascinoso Sargent, chiosava maliziosamente John Richardson, sotto certi profili fosse molto più interessato al suo gondoliere che a lei.

Sir John Richardson, storico dell’arte ed esteta britannico trapiantato a NYC

Era la fine degli anni Ottanta. Forse la primavera 1989. Parigi era piena di possibilità, di luci e incontri. Sir John Richardson, storico dell’arte ed esteta britannico trapiantato a NYC – collaborava con il New York Observer – lo si vedeva quasi ogni giorno all’ora del lunch al bistrot del Voltaire. Fu così che ebbi modo di conoscerlo tramite un amico inglese. Emanava una specie di luce chiara, mentre ingeriva con lentezza la soupe du jour e si divertiva, quando di buon umore, a raccontare con modulato accento upper class, vari aneddoti su Picasso, di cui è stato il più celebre biografo. Malignamente in molti dicevano che la sua visione sul Minotauro catalano e la sua personalità d’artista era poco più di un ammasso di pettegolezzi e dicerie. La fama controversa che godeva presso una certa critica branchée, specie francese, lo rendeva ancora più attraente. I lunch si dilatavano nel pomeriggio e dalla sua memoria emergeva lo scenario artistico e sociale del Secolo breve al massimo livello. 

Nel 1949 Richardson aveva iniziato una relazione con lo studioso e collezionista Douglas Cooper, con cui avrebbe vissuto per oltre un decennio. Nel 1952 i due si trasferirono insieme in Provenza, allo Château de Castille vicino ad Avignone, maniero settecentesco con radici nel Tredicesimo secolo, trasformato in una specie di tempio del cubismo grazie a molti dipinti e alle pitture murali realizzate da Pablo Picasso tra il giugno 1962 e il maggio 1963. Nei dieci anni trascorsi in Provenza, John Richardson divenne amico stretto di Picasso, di Fernand Léger e Nicolas de Staël. Il progetto biografico A Life of Picasso, che in origine doveva essere un unico volume, pubblicato nel 1991, giunse a occupare quattro tomi, l’ultimo dei quali, che si arresta al 1940, uscirà nel prossimo autunno. Il periodo provenzale invece rivive nel libro The Sorcerer’s Apprentice Picasso, Provence and Douglas Cooper, del 1999. Di Picasso e Douglas Cooper, scomparso nel 1984, Richardson parlava miscelando ricordi prosaici, ironici aspetti camp e un’aura di leggenda. Un cocktail che rendeva vivida e poco nostalgica la conversazione. 

Raccontava volentieri di altri suoi sodali, come Francis Bacon e Lucian Freud e di infinite figure che avevano attraversato la sua vita o che avevano attratto la sua attenzione. Madame Errázuriz tra queste, come testimoniano le pagine che le sono dedicate in Sacred Monsters, Sacred Masters: Beaton, Capote, Dalí, Picasso, Freud Warhol and More, del 2001. Anche Richardson, proprio come Picasso e il poeta, novellista e cineasta franco-svizzero Blaise Cendrars, che la chiamava ‘L’indienne’, credeva come un dogma che Mme Errázuriz avesse ereditato più di una sola goccia di sangue Inca. Il rosa ‘Inca’ delle Ande sarebbe diventato universalmente lo ‘Shocking Pink’ di Schiaparelli. Osserva Richardson: Oltre a essere una delle mecenati più sensibili di Picasso proprietaria di alcuni dei suoi maggiori dipinti tardo-cubisti – Eugenia esercitava un’influenza modernista sul gusto della metà del Ventesimo secolo molto più radicale di coloro che sono considerati responsabili della sua realizzazione.

Eugenia Erráruriz, tra Parigi e Londra

La Parigi di Eugenia si incarna nella serie di ritratti che Sargent – che aveva immortalato Amalia Subercaseaux due anni prima – inizia a dipingere nel 1882. Tele, schizzi e disegni partecipati che rivelano un’attrazione e un rapporto di scambio e comprensione reciproca. Eugenia fu il soggetto di opere di Giovanni Boldini a Helleu, Jacques-Emile Blanche a Augustus John, Orpen e Ambrose Mc Evoy, fino a Picasso, di cui diviene confidente e ‘madre sostituta’ – ‘Picasso’s other mother’ a partire dal 1916, prendendo il posto dell’iconica e ingombrante genitrice dell’artista Doña María, lontana a Barcellona. Un’amicizia, quella con Picasso, che dura oltre trent’anni. Il salon di Eugenia rifuggiva dalla mondanità tout court per rivolgersi a una cerchia intellettuale che includeva alcuni dei prediletti da Proust – la principessa Bibesco, i Madrazo, Helleu e i Morand. Errázuriz vedeva regolarmente la granitica ereditiera americana Winnaretta Singer, divenuta Princesse Edmond de Polignac, musicisti come Gabriel Fauré, i pittori Jacques Helleu, Ernest Duez, Boldini e Joseph Roger-Jourdain. Poco interessata alla moda, allo chic superficiale e al gossip, i suoi interessi e la conversazione vertevano sulla militanza nel sostenere il nuovo nelle arti, nella letteratura, musica e balletto. Finanziava costantemente le sperimentazioni di Stravinsky e Diaghilev ai Ballets russes. Poi arriveranno Jean Cocteau, il Baron de Meyer e Cecil Beaton, nonché un giovanissimo Artur Rubinstein che le deve il debutto internazionale.

Le case di Eugenia Erráruriz

Il décor delle sue case dal 1910 subì una svolta minimale, eliminando tutti i classici elementi ornamentali dell’epoca, i pouf, i tendaggi opulenti in damasco, bronzi dorati, gale e passamanerie. Intorno al 1900 gli Errázuriz si trasferirono a Londra, prima a Bryanston Square poi a Chelsea. Tomás affetto da tubercolosi, trascorreva sempre più tempo in Svizzera. Vissero separati fino alla morte di lui, nel 1927. Emancipata e finalmente libera, noncurante delle convenzioni e circondata da creativi bohemnians, quasi tutti gay, Eugenia riallacciò con il vecchio amico Sargent, si avvicinò all’estetica whistleriana e a una nuova generazione d’artisti, come Augustus John e Walter Sickert, le cui opere post-impressioniste amava collezionare. Probabilmente era poco proclive al sesso e sublimava la propria sensualità nel mecenatismo e seguendo i suoi molteplici interessi in campo artistico. Rimase amica fino alla fine di personalità nodali dell’arte e della cultura internazionali tra Ottocento e Novecento. L’Inghilterra la porta ad apprezzare materie semplici e raffinate, il lino, il cotone, la pietra scabra, rese più preziose al suo occhio dall’usura, dal trascorrere del tempo e dai lavaggi. Un senso per la patina e le texture unito al colore che in seguito la indirizzerà verso Braque. In assenza del marito, la cui figura scomparve progressivamente dalla sua esistenza, Eugenia si accompagnava al nipote don Antonio de Gandarillas, Tony, figlio unico della sorella Rosa, scandaloso e chiacchierato ex diplomatico dagli occhi penetranti di lemure, omosessuale dichiarato, dedito all’oppio e ai tableaux vivants en travesti, che viveva a Cheyne Wallk con il compagno Christopher Wood. Tony aveva una residenza a Parigi dove i due, il 26 maggio 1926, celebrano la première del balletto di Diaghilev Pastorale con un dinner cui partecipa chiunque, ‘il monde’ al completo, da Picasso alla Duchessa d’Alba. 

Dopo sei anni trascorsi a Londra, l’inquieto talento di Eugenia Errázuriz, cementato il sodalizio con nipote e compagno, cercava altri orizzonti. Il trio approdava a Biarritz, resort sulla costa basca. La villa la Mimoseraie – da lei definita una cabane – assurgeva a laboratorio sperimentale. Qui la Errázuriz elevava la semplicità a forma d’arte. Eleganza significa eliminazione, epurazione concettuale del classico arredo borghese. Mi piace la mia casa perché sembra così pulita e così pura, affermava. Ogni cosa, stando a Cecil Beaton, vi brillava di pulizia. I tappeti erano stati banditi dai pavimenti in mattonelle rosse, quanto i set di mobili coordinati. La sua tavola da the era un capolavoro di essenzialità quasi zen, gli asciugamani odoravano di lavanda, mentre la padrona di casa lavava i suoi capelli in acqua piovana come una naiade simbolista o una precognizione di Georgia O’Keeffe. Fu ancora Beaton ad annotare come l’impatto di Eugenia Errázuriz sul gusto degli ultimi cinquant’anni è stato così forte che l’intera estetica della moderna decorazione d’interni e tanti dei concetti di semplificazione oggi generalmente in uso, si devono riportare a quel suo primo passo

Buttate via e continuate a togliere, seguitate a buttare via! Eugenia ripeteva ossessiva il suo mantra di credente in un incessante cambiamento e di sottrazione nel paesaggio domestico. Una casa che non mutava, che non tendeva all’essenzialità era una casa morta. Condannava all’oblio legioni di memorabilia familiari e soprammobili polverosi, scartando draconiana bibelots, dipinti pompier e imbottiture. Un respiro grafico e funzionale che si proiettava in ogni angolo della sua vita e dei suoi spazi, dalla cucina al guardaroba, dai giardini alla sala da bagno. L’ambizioso Cocteau presenta a Eugenia Blaise Cendrars, sul quale la dama eserciterà un dominio appassionato ed esclusivo e si intratterrà sul tema comune dell’astrologia. La visita alla residenza di Biarritz nel 1918, che lo impressiona per il sacrale purismo del décor, ispira a Cendrars la sequenza dei poemi intitolata D’Oultremer à Indigo, dove l’immaginario si intreccia con il reale. 

Eugenia Erráruriz e Pablo Picasso

Pablo Picasso, che Eugenia incontrò nel 1916 solitario e infelice e con il quale condivideva la mania per la magia e la superstizione e dialogava in spagnolo, trascorse qui parte della sua luna di miele con la danseuse Olga Khokhlova. Con Pablo, di cui si prese cura come una vera madre, intratteneva una corrispondenza dai toni affettuosi e filiali. Durante i mesi a Biarritz, Picasso affresca le pareti e i soffitti della Mimoseraie con ninfe nude e suggestioni tratte dalla poesia parnassiana di Apollinaire. Ma la casa l’ho soltanto affittata! gridò Eugenia quando li vide la prima volta. Fortunatamente, suo figlio Max acquisterà l’immobile donandolo a lei. Tre decenni dopo gli affreschi furono staccati e venduti. Errázuriz a Biarritz presentò Picasso a committenti del suo entourage, tra cui la marchesa di Villa-Urrutia, la marchesa di Villavieja e la socialite argentina Diadamia Patri. Soprattutto lo introdusse a  Georges Wildenstein, che aveva casa a Biarritz e al futuro socio Daniel Rosenberg, che diventeranno i suoi mercanti e dei quali ritrasse le mogli. A Olga invece non importava un bel niente di Biarritz. Solo elemento che la ballerina considerava eccitante era la boutique che Coco Chanel aveva installato nella dépendance dell’adiacente Villa Larralde, in cui si vendevano i nuovi costumi da bagno sexy privi di maniche che disegnavano il corpo, quelli che appaiono spesso nei dipinti che Picasso realizza in quell’estate felice e foriera di importanti sviluppi.

Eugenia Huici Errázuriz 

Morì a 91 anni, travolta da una vettura a Santiago del Cile nel 1951. Lascerà allo stato progettuale la villa al mare che aveva chiesto a Le Corbusier, per costruirla sulla costa cilena. L’ultimo degli aneliti modernisti di una parabola inarrestabile che attraversa un secolo con coerenza, indomito coraggio e determinazione a superarsi, a scommettere sulle successive energie delle avanguardie. Villa Eugenia verrà eretta in Giappone, idealmente chiudendo un cerchio minimalista in cui Eugenia. l’Indienne, ossia la sibilla del modernismo, si sarebbe totalmente riconosciuta. Igor Strawinsky, che l’aveva adottata tra i suoi protettori e critici e con il quale condivideva la ricerca mistica, ebbe a scrivere di lei Possedeva una sottile comprensione dell’arte contemporanea, che è imparagonabile con nessun altro della sua generazione.

Cesare Cunaccia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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