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Costantino Nivola – ‘Il gigante’ lo definiva Maria Lai

Una vicenda di riscatto e affermazione artistica che attraversa cronologie e ambiti sociali, che assimila e unisce aspetti politici, ideali e teorici

Museo Costantino Nivola, Orani

Costantino Nivola, ‘Tino’ o ‘Antine’ – come tutti lo chiamano negli USA, dove vivrà gran parte della sua esistenza –, scultore, muralista e graphic designer, nasce nel luglio 1911 in Sardegna, a Orani, borgo di neanche tremila abitanti in provincia di Nuoro. Nel 1995 gli è stata dedicata qui una fondazione ed è nato il museo che porta il suo nome, progettato da Peter Chermayeff e Umberto Pintori nel 2004, cui si aggiunge il corpo di fabbrica dello svizzero Gianfranco Crisci nel 2008, con allestimento di Alessandro Floris, eseguito da fabbri, artigiani e falegnami locali. Si trova nel vecchio lavatoio di via Gonare, su una collina panoramica che Nivola tanto apprezzava. Orani, sede di un antico marchesato, era un luogo politicizzato, pieno di riflessi artistici. Un humus dalle valenze inattese nell’isolamento del nuorese dell’epoca. Figlio di un muratore dal quale ancora bambino apprende i primi rudimenti del mestiere, Nivola non se ne dimentica mai. Una sua idea radicata, una specie di mantra, come sottolinea la direttrice del Museo di Orani, Antonella Camarda, è che l’arte sia accessibile a tutti.

Lampoon Interview: Antonella Camarda

«Nivola perseguiva la missione sociale olivettiana dell’arte al centro della vita – conferma Camarda –, nutrita da quel concetto di comunità che vagheggia. Migliorare lo spazio pubblico per rendere migliore l’esistenza di tutti, questo era l’obiettivo. Anche fuori dalle gallerie e dai luoghi sacralizzati». Nel 1939 Costantino Nivola emigra in America, il Paese che gli darà il vero successo, dopo un intermezzo a Parigi, quando insieme alla moglie Ruth Guggenheim, compagna di corso tedesca sposata l’anno prima, l’alter ego e musa della sua parabola artistica, è costretto dalle leggi razziali antisemite a lasciare Milano. Nel capoluogo lombardo, Nivola aveva intrapreso una collaborazione con Adriano Olivetti. Nel 1937 è nominato direttore dell’ufficio grafico della Olivetti, per la quale dà vita alle decorazioni del padiglione italiano per l’Exposition Internationale des Arts et Techniques dans la Vie moderne a Parigi. Negli Stati Uniti, un paio di decenni più tardi, Adriano Olivetti riapparirà con un ruolo chiave nell’esistenza di Nivola.

Costantino Nivola, dall’Italia agli Stati Uniti

Approdato a New York, Costantino Nivola, dopo un paio d’anni di difficoltà economiche, nel 1941 è assunto come Art Director della rivista Interiors and Industrial Design, incarico che mantiene per sei anni, mentre entra in contatto con la scena artistica della Grande Mela. Nel 1943 nasce il figlio Pietro – politologo e padre dell’attore Alessandro Nivola –, e nel 1947 Claire, oggi illustratrice di libri per l’infanzia. Un anno dopo decide di stabilirsi a East Hampton, Long Island. Tra i pionieri di una faglia bohemian, mette su casa e studio e vi rimarrà fino alla morte, avvenuta nel maggio 1988. In Sardegna e in Italia, dove soggiorna a più riprese presso l’American Academy di Roma e nella sua residenza toscana a Dicomano, nel Mugello, dal dopoguerra farà ritorno periodicamente nei tempi liberi dall’attività di scultore e dall’insegnamento presso l’Harvard Graduate School of Design, dal 1954 al 1957, il dipartimento d’arte della Columbia University, iniziato nel 1962, quindi al Carpenter Center for the Visual Arts dell’Università di Harvard e a Berkeley. 

Nivola: Sandscapes – Cold Spring, a Philipstown Upstate NY

Nella sua isola natale, per la rivista Fortune documenta con una serie di disegni la campagna antimalarica promossa dalla Rockefeller Foundation. All’artista, insignito nel 1968 della Fine Arts Medal dall’American Institute of Architects, Magazzino Italian Art – il museo di Cold Spring, a Philipstown Upstate NY, imperniato sull’arte italiana – ha dedicato una vasta monografica. La mostra, curata da Teresa Kittler, Scholar – in residence 2020-21 di Magazzino, in tandem con Chiara Mannarino, si intitola Nivola: Sandscapes. Il fulcro verte intorno all’originale tecnica plastica inventata da Nivola, il sandcasting, processo scultoreo realizzato con volumi di sabbia umida modellata, resi solidi da una colata di gesso o cemento in superficie, che egli intraprende negli anni Cinquanta e che diviene la sua signature. La rassegna, realizzata in collaborazione con la famiglia dell’artista e con il museo di Orani, comprende oltre cinquanta opere dagli anni Cinquanta fino ai primi dei Settanta. Sandscapes, ma anche sculture e maquettes, tra cui inediti del Maestro, il cui intervento più celebrato corrisponde alla maestosa parete a rilievo pensata nel 1953 per l’Olivetti store di Fifth Avenue a New York, progetto di Studio BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers), in seguito smantellata e trasferita nel 1973 allo Science Center della Harvard University.

«Questa mostra su Nivola – afferma Vittorio Calabrese, direttore di Magazzino, istituzione fondata nel 2017 dai collezionisti Nancy Olnick e Giorgio Spanu, compagni di vita e passioni – si inserisce in un programma mirato ad amplificare voci fuori dalle narrative tradizionali dell’arte e ad analizzare temi meno noti della cultura italiana dal secondo Dopoguerra a oggi. Esamina la dinamica artistica di Nivola, la gamma di influenze e il suo impatto sull’architettura moderna e il design urbano». Nivola è al centro di una rete di amicizie e dialoghi con personalità centrali del dibattito internazionale del moderno alla metà del Ventesimo secolo, quali Jackson Pollock e la moglie, la pittrice espressionista astratta Lee Krasner, Willem de Kooning e Alexander Calder o il re degli illustratori Saul Steinberg. Cruciale è il sodalizio con Le Corbusier e Bernard Rudofsky, moravo naturalizzato americano, che nel 1951-52 ristruttura la casa di East Hamptons dei Nivola utilizzando il sadcasting e partecipa all’ideazione del giardino paesaggistico, una serie di stanze all’aperto e un solarium. 

Costantino Nivola: vita e carriera

Apporti e linfe di imprinting eterogeneo, sfumature mediterranee e razionalismo mitteleuropeo Bauhaus, miscelato alle conquiste corbusieriane e a una vena insieme libertaria e archeologica. Un plot che assume nuova energia nella temperie intellettuale USA durante gli anni immediatamente prima e durante il secondo conflitto mondiale. Per capire meglio la genesi della poetica di Costantino Nivola, bisogna forse guardare più indietro, tornando alle radici giovanili della sua visione espressiva. Il primo passo, nel 1926, corrisponde all’apprendistato presso il pittore e incisore Mario Delitala, anch’egli di Orani, nel cantiere dell’aula magna dell’Università di Sassari. Cinque anni dopo, l’assegnazione di una borsa di studio da parte del Comune di Nuoro, lo porta a Monza, all’ISIA (Istituto Superiore di Industrie Artistiche), laboratorio di generazioni di artisti negli spazi della Villa reale. Qui si diploma come grafico pubblicitario nel 1936, accanto ai conterranei Salvatore Fancello, ceramista, scultore e pittore dalla vita brevissima, con cui espone a Torino in quello stesso anno e il pittore e designer Giovanni Pintori, che entrerà anche egli all’Olivetti, per cui produce centinaia di affiche, brochures, annunci e progetta allestimenti espositivi e fieristici. La grafica di Pintori, marcata dalla ricerca del razionalismo tedesco, influenza Leo Lionni, che insieme a Nivola si occuperà in seguito della diffusione dell’immagine Olivetti in America. 

Marino Marini all’ISIA arriva nel 1929 per restarci fino al 1940. Lì, in poco più di un decennio si delinea la sua poetica, con quei Cavalieri e le Pomone atemporali che lo hanno reso celebre nel mondo. Marini è tra i docenti di Nivola, di cui scolpisce un ritratto. Può essere che provenga da Marini quella propensione di Nivola verso l’intima  monumentalità di forme a cupola e di aggetti volumetrici arcaici, tra grafismi che guardano all’ancestralità sarda e astrazioni semantiche proiettate verso il futuro. Nivola ripeteva di non aver appreso granché in quel periodo scolastico. «Mia moglie Nancy ed io abbiamo conosciuto Ruth Guggenheim Nivola all’inizio degli anni Novanta – commenta Giorgio Spanu –, quando venne da noi per chiederci di aiutarla nel restauro di un murale dipinto nel 1950 da Le Corbusier d’impulso su due pareti nella cucina della casa a Springs, a East Hampton, dove per quarant’anni aveva vissuto con Tino. Erano molto uniti e i figli li chiamavano Babu e Birdie. Minuta e con il naso prominente, Ruth sembrava un passerotto, ma aveva forza da vendere e fu sempre la manager, main curator e organizzatrice del lavoro del marito. Attraverso il rapporto con Ruth, tra l’altro autrice di gioielli che intrecciano fili d’oro a tessuti e materiali poveri, abbiamo approfondito la conoscenza dell’universo dell’arte di Costantino Nivola e anche aspetti dell’uomo. Il Maestro, quando avviene il nostro incontro con Ruth, era appena scomparso». 

Costantino Nivola – il nipote di Adrian 

«Il nipote dell’artista, Adrian Nivola, figlio di Pietro e pittore è stato molto coinvolto in questa avventura. A Nivola ci lega l’essere isolani, dato da non sottovalutare – io sardo e Nancy di Manhattan. Veniamo tutti da un posto abbracciato dall’acqua. L’opera che Corbu aveva realizzato per i Nivola incarnava il senso di un’amicizia e la portata di un confronto fondamentale. Grazie a Le Corbusier Tino Nivola si cala sempre di più nel solco dell’architettura. Scopriva intanto la possibilità di rifornirsi di un materiale infinito e gratuito, attingendo alla sabbia delle spiagge sull’oceano, lì a due passi. Forse lo capisce giocando sulla riva dell’Atlantico con i suoi bambini e formando effimere costruzioni con cumuli di sabbia bagnata». Niente più pietra da scolpire, ma la rena delle dune ventose degli Hamptons, imprigionata dallo spessore di gesso o cemento di un calco e pazientemente modellata in negativo, come si trattasse di cera persa o argilla. Un processo che gli permette di identificarsi con le stesse materie impiegate nei cantieri degli edifici in cui è chiamato a intervenire. Crede nella sintesi delle arti, in una contaminazione sperimentale che spazia in ambiti differenziati. La prima serie di sculture gli si distrugge in mano, a causa del sale mischiato alla sabbia. Da lì in poi, userà sempre sabbia industriale, che con ogni probabilità acquista – meno lirica ma più efficiente. 

Lampoon Interview: Giorgio Spanu

«Il legame con gli architetti e le committenze pubbliche fanno la differenza – aggiunge Giorgio Spanu –, una duplice connessione che fa guadagnare a Nivola la reputazione internazionale di scultore per architetti, portandolo a lavorare a fianco di Marcel Breuer, Eero Saarinen e l’expat catalano Josep Luis Sert, che gli è vicino per il credo comunitario e che arriva a NYC in esilio nel medesimo anno, il 1939. Cinquantotto sono i progetti di Tino Nivola lungo quarant’anni di lavoro. Ci sono le commissioni per gli ospedali, le quindici per le scuole dell’area di NYC, tra cui il sandcast della facciata meridionale della Coney Island’s William E.Grady High School, 1957, quelle urbanistiche, come l’enclave ricreativa del complesso residenziale  Stephen Wise Towers, 1962, di Richard G. Stein, nell’Upper West Side, che si articola in un bassorilievo e in un muro di cemento graffito, in un gruppo di sculture equestri in cemento e una fontana. Con Sherwood, Mills and Smith Architects, nel 1957 dà vita a The Family of Man, murale in calcestruzzo colato di 132 pannelli, nell’ex Covenant Mutual Insurance Company a Hartford, Connecticut. La mostra – chiosa Spanu – indaga il rapporto che Nivola intrattiene con un’altra artista, Maria Lai, che egli conosce negli anni Settanta. Insieme, riscoprono e interpretano fragranze ataviche e visioni comunitarie e realizzano negli anni il Lavatoio Comunale di Ulassai».

Lo showroom Olivetti a NYC

Due piani in un piccolo edificio situato tra Fifth Avenue e 48th Street, rinsalda la relazione di Nivola con Adriano Olivetti. Il risultato di un sogno americano a lungo cullato da Olivetti, dove svetta l’iconica e colorata macchina da scrivere Studio 44, disegnata da Marcello Nizzoli, sistemata come un ostensorio fuori dall’accesso principale su un supporto di granito che si eleva dal marmo verde di Runaz del pavimento. Uno spazio che mette in valore il meglio della produzione italiana tramite il design di BBPR, il marmo rosa e verde, con mobili stupendi e l’illuminotecnica muranese di Venini che pende dal soffitto tramite lunghi cavi. L’Herald Tribune non esita a definirlo il più bel negozio del mondo, anche se dalla vita breve, finendo smantellato nel 1969. 

«L’Olivetti store nella Grande Mela riprende Antonella Camarda, intenta a preparare una mostra di Peter Halley – per Adriano Olivetti assume significati simbolici sia a livello materico, un’alchimia di sabbia, fuoco, pietra e vetro, che come rivendicazione di quella ‘fantasia degli italiani’ di cui parlava Gio Ponti. Arcaico, ancestrale e geologico quanto contemporaneo. Come portare il Mediterraneo al 584 della Quinta strada. Nivola abbraccia questa volontà di Olivetti forte di una storia comune e concepisce il rilievo di ventitré metri di lunghezza in pannelli fusi a sezioni a Long Island, riempiendo di sabbia bagnata delle forme di legno e facendo i disegni. Prima di versarci sopra il gesso, lasciandolo seccare per ottenere una pelle scabra, granulosa e sabbiata. Rappresenta una teoria di entità semi-astratte che racchiudono in grembo piccole figure umane che si prodigano in ampi gesti di benvenuto. Nell’obiettivo che si propone, la mostra che Magazzino dedica a Nivola differisce da quella imperniata sul suo interfacciarsi con architettura e urbanistica di recente tenutasi alla Cooper Hewitt a New York. Gioca su una dimensione meno funzionale allo spazio urbano e collettivo e più rivolta al puro lato estetico. Mette in primo piano la maquette come oggetto d’arte, in un contesto luminoso e rarefatto, permeato dall’ottica peculiare di Nancy e Giorgio Spanu»

Maria Lai e Costantino Nivola

«Maria Lai e Nivola si incrociano a Roma – racconta Giuliana Altea, storica dell’arte, presidente della Fondazione Nivola e massima esperta dell’artista – negli anni Settanta, ma forse si conoscevano già da prima. Più che un’amicizia è un solco di rispetto e discepolato, un approfondimento mutuale e speculare intessuto di affetto e curiosità. Sono fatti per intendersi, si scrivono lettere anche su argomenti intimi, come quando Nivola dal Vermont racconta a Maria della sua difficile convalescenza dopo un’operazione di cancro. Sta di fatto che le coordinate e i raggiungimenti creativi di Maria Lai cambiano dopo avere incontrato colui che l’artista sarda chiama il gigante’. Il fare di Maria diviene più relazionale. Balzano agli occhi le analogie tra lo zoccolo azzurro che con pergole di vite e intonaci bianchi raccorda le case del Pergola Village, concepito da Costantino Nivola nel 1953 quale opera d’arte ambientale intesa a rafforzare il senso di comunità dei cittadini di Orani e il filo dello stesso colore della performance Legarsi alla Montagna, che Maria Lai inscena a Ulassai nel 1981». 

Questa trama verde, fisica e relazionale, che passando per le vie del centro storico sfocia nelle piazze cuore della vita civica, è rimasta fino ad ora irrealizzata. Un sistema in anticipo sui tempi, come sottolinea ancora Giuliana Altea, utopia che mira a trasformare i rapporti tra le persone e a rinsaldare la coesione di comunità. Adesso si confronta con il presente. Il Comune di Orani nel 2020 ha deciso di approvare il progetto, elaborato sulla base della visione dell’artista, insieme alla Fondazione che ne porta il nome, affidandone l’incarico a un gruppo di professionisti composto da Stefano Boeri Architetti e dall’Ingegnere Alessio Bellu dello studio Qarchitettura di Cagliari. 

Antonella Camarda

«Vorrei ricordare – conclude Antonella Camarda – la Piazza dedicata al poeta Sebastiano Satta, incarico che gli fu conferito nel 1965 dal Comune di Nuoro e portato a compimento nel 1967, nel quale Costantino Nivola è proteso a recuperare la civiltà arcaica e pastorale autoctona. Sull’impiantito lapideo di piazza Satta, Nivola installa dei massi di granito scelti sul monte Ortobene sbozzandoli appena. Li vuole integri per ospitarvi otto statuine di bronzo che rammentano bronzetti nuragici. Una profetica anticipazione del movimento Land Art, che prenderà avvio di lì a poco, che fa comprendere il valore intrinseco e tutta la preveggenza poetica di quest’artista singolare e controcorrente».

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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