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Biomassa di canapa e le sue possibilità nel mercato

I derivati delle infiorescenze di canapa, tra opacità normativa e necessità di un sistema tracciabile. Una Cannabis Clinic tra le colline di Gubbio 

Biomassa di canapa 

L’estratto da biomassa di canapa, ricco di cannabinoidi e non di sostanze psicotrope come il thc, è un alleato per la cosmetica, la farmaceutica, la nutraceutica e l’alimentare. Uno dei problemi sta proprio nella sua classificazione merceologica. A causa dell’incerta e frammentata disorganizzazione normativa in questo settore, l’Italia non ha ancora individuato le possibilità affinché il settore dei derivati delle infiorescenze possa crescere e generare vantaggio sia per la filiera agricola e per quella dei fitoestratti. 

I prodotti ottenuti da coltivazioni che utilizzano sementi certificate e approvate dall’Unione e inserite nel Catalogo europeo delle varietà delle specie di piante agricole, come richiesto dalla Legge 242/2016 – non rientrano nell’ambito di applicazione delle leggi in materia di stupefacenti e per questo non richiedono autorizzazione. Non ci sono limitazioni espresse nella Legge in riferimento alla liceità della fabbricazione e commercio di infiorescenze ma allo stesso tempo la normativa non prevede tutti gli usi specifici richiesti dal consumatore. Sui prodotti realizzati con derivati dalla canapa si trova quindi la generica dicitura ‘ad uso tecnico’ o simile. 

Infiorescenze di canapa, come usarle

Le infiorescenze di canapa, secondo il tentativo di chiarimento della Circolare del Ministero delle Politiche Agricole (MiPAAF) del 22 maggio del 2018 n.70 sono riconosciute per destinazioni florovivaistiche (sempre nel rispetto delle sessantotto varietà ammesse e il cui contenuto di thc complessivo non superi il livello stabilito dello 0,2% con una tolleranza fino allo 0,6%). Poco dopo questa circolare aumentò l’interesse per il settore e ci fu un boom di nuove realtà imprenditoriali (agricole e commerciali) dedite alla realizzazione di manufatti di canapa. Il Ministero dell’interno decise di reprimere il commercio di Cannabis light come prodotto da inalazione anche in seguito al parere del Consiglio Superiore di Sanità, che il 10 aprile 2018 raccomandò circa la potenziale pericolosità dei prodotti ad uso umano ricavati da canapa industriale. Il successivo 2019 è stato un annus horribilis per i rivenditori al dettaglio delle infiorescenze e per le aziende agricole coinvolte, le quali affrontarono un’ondata di sequestri – per la maggior parte risolti nella restituzione della merce in seguito ai controlli. Allo stesso tempo la diminuzione della domanda ha frenato le possibilità di nuovi sviluppi e possibili investitori. 

Studio delle infiorescenze di canapa sativa

Sempre nel 2018 è stato realizzato anche un disciplinare tecnico (elaborato dal Tavolo tecnico di Confagricoltura Cia – Agricoltori Italiani e Federcanapa) per aiutare i coltivatori con delle linee guida pratiche per la produzione di infiorescenze di canapa: dal rispetto dei criteri di sostenibilità nella coltura all’igiene e la conservazione delle infiorescenze per la produzione. L’obiettivo quello di dare una tracciabilità completa della filiera ma tutt’ora, anche se non risultano operativi un marchio o un logo che dovrebbero garantire questo sistema di controllo ci si può rifare alle normative GACP valide per le varietà officinali, così come non ci sono delle direttive precise riguardo ai componenti naturali che è possibile estrarre dalla biomassa di canapa.

Il cbd è legale?

Al momento, l’unico modo per commercializzare un prodotto a base di cbd puro, senza inquadramento come medicinale o nuovo alimento è l’uso come ingrediente per prodotti cosmetici. Le parti della pianta coinvolte – secondo la direttiva dell’UE, sono gli estratti di semi e foglie, l’olio ottenuto dai semi, gli stessi semi, gli steli polverizzati. L’uso di cbd naturalmente contenuto nelle foglie contiene terpeni e altri cannabinoidi (come il cannabigerolo – CBG e il cannabinolo – CBN) non presenta – se estratto in maniera corretta, tetraidrocannabinolo – THC. Quello che manca, per evitare che sia obbligatorio il solo ripiego sintetico ai fitoderivati da una materia prima virtuosa come la canapa, è – oltre all’armonizzazione della normativa di settore ad opera di EFSA – un target per i laboratori – affinché le analisi abbiano un unico e condiviso standard di riferimento che renda le indagini analitiche sempre a tutti comprensibili. 

Coltivazione della canapa in Umbria

In Umbria, c’è chi ha iniziato a interessarsi di canapa nel 2012 e nel corso degli ultimi anni ha visto nascere e terminare possibilità imprenditoriali – di riflesso alla confusione normativa in merito e alle possibilità del mercato. Dopo fallimenti e dispiaceri, oggi prova a rispondere a queste necessità del settore con la stessa forza resiliente che proviene dalla canapa. «Dal secondo Dopoguerra fino a qualche anno fa nel nostro territorio umbro molto è stato costruito grazie al cemento e quindi l’edilizia», racconta Alessio Gaggiotti, imprenditore agricolo: «nel 2012, insieme a dei ragazzi con cui condividevo dei progetti in agricoltura, è nato un consorzio che inizialmente non si occupava di canapa. Poi, conosciute le possibilità e i tanti usi della pianta ci siamo avvicinati ad una associazione di settore e abbiamo coinvolto alcuni agricoltori per circa trenta ettari». All’epoca non esisteva la Cannabis light, le coltivazioni coinvolte nel contratto avrebbero considerato la parte inferiore della pianta (quindi non le infiorescenze). 

Canapa, le paglie per ettaro

Il contratto di ritiro delle paglie sembrava una novità interessante da considerare ma una volta viste le effettive rese dei campi – con l’impegno a ritiro di quindici euro al quintale per sessanta quintali per ettaro in campo – e dovendo considerare anche i costi per l’acquisto di semi e i costi di spedizione solo tre degli ettari coltivati a canapa utilizzarono le paglie. Il resto delle coltivazioni deviò sulla raccolta dei semi per usi alimentari. «Riuscimmo a ottenere circa ottanta quintali di semi, una volta puliti diventarono quaranta. Con quelli iniziammo a fare farina da olio e semi lavorati alimentari a base di farina di canapa come biscotti e pasta». In quel periodo iniziava l’interesse verso il settore della nutraceutica, dei super food e del veganesimo: questo consentì un tentativo di sviluppo del consorzio che malgrado gli sforzi corali, non riuscì a proseguire, e che nel 2015 smise di operare. Nessuno riprese o continuò il progetto legato alla canapa, i ritorni economici non erano sufficienti per giustificare l’impegno della coltivazione per le sole paglie e di tutti i suoi possibili sviluppi senza una filiera strutturata. «Io mi appassionai della pianta e di tutti le opportunità che racchiude, l’errore fu proprio questo. Quando muovi i primi passi a contatto con questa realtà resti abbagliato e non consideri che ogni sviluppo: tessile, biomateriali, bioedilizia e alimentare – contempla investimenti, sforzi e tempo», spiega Gaggiotti. «Per questo decisi di focalizzarmi su quello che mi sembrava più promettente anche perché l’impianto di lavorazione delle paglie richiede un investimento importante che pure grandi aziende in anni precedenti non sono state in grado di portare a termine in modo efficace»

Le infiorescenze sono ricche di terpeni

L’infrastruttura in Emilia Romagna

Nel 2015 Gaggiotti inizia in un’Azienda Agricola la piantumazione di piccole aree di canapa per concentrarsi sulla ricerca e sviluppo di estratti, all’epoca non c’era ancora un quadro normativo chiaro – la commercializzazione di prodotti a base di cbd inziò solo nel 2017, dopo la pubblicazione della nuova normativa in materia. Nel giro di un anno, grazie all’intervento di altri soci, prende avvio un’altra iniziativa imprenditoriale. Questo progetto comprendeva la piantumazione di cento ettari diffusi nelle regioni del centro Italia. «Creammo un’infrastruttura in Emilia-Romagna in cui avevamo verticalizzato la produzione: dalla coltivazione alla pulizia fino alla produzione di cbd. Per favorire la raccolta erano stati realizzati degli accessori per trattori con barra falciante, avevamo un essiccatoio grande e una linea di separazione (tipica del settore erboristico) comprata in Croazia, dove sono specializzati nella produzione di impianti di piccola taglia». Il fatturato a fine 2018 si avvicinava al milione di euro per dieci addetti, la diffusione dei prodotti era indirizzata a negozi specializzati, erboristerie, farmacie e mercato estero. «Nel 2019 la lettura avversa da parte dei media di una sentenza della Corte di Cassazione che sembrava vietare la commercializzazione dei derivati della cannabis, ma che invece prevedeva tale divieto solo se il principio attivo psicotropo superava il limite drogante», racconta Gaggiotti, «e l’avvallo della politica, causarono il crollo del mercato nei mesi successivi: gli scenari ingestibili portarono alla chiusura dello stabilimento». I macchinari creati ad hoc furono divisi tra i soci. 

Cannabis Clinic & Restaurant

Ripartire in piccolo puntando sulla qualità degli estratti e con un diverso approccio l’idea di Gaggiotti, che dalla stessa sede dell’Azienda Agricola del 2015, immersa nelle colline umbre vicino a Gubbio – precisamente nella frazione di Padule, ha sviluppato Cannabis Clinic & Restaurant. In parallelo a questa hospitality a tema, Gaggiotti ha realizzato un piccolo laboratorio di trasformazione specializzato, il Microbioma Endocannabinoids Center for Health (MECH). Presso la country house è attiva una produzione di piante officinali biologiche tra cui rosmarino, lavanda, finocchio, alloro e canapa. Insieme alla parte dedicata all’accoglienza degli ospiti – i quali possono acquistare prodotti alimentari e cosmetici a base di canapa provenienti dal territorio italiano e che in ogni stanza hanno a disposizione una macchina per infusione e una per la vaporizzazione delle matrici vegetali – lo spazio si utilizza per attività divulgative e come centro per l’approfondimento alla conoscenza della pianta. «Abbiamo un pubblico molto eterogeneo, sia dal punto di vista anagrafico che professionale. Tutti gli ospiti che arrivano conoscono la canapa e le sue proprietà grazie ai prodotti che possono trovare e alla visita in campo. L’approccio non rimanda a Woodstock ma piuttosto a un’azienda agricola che ha diverse varietà di piante officinali», sottolinea Gaggiotti. La canapa è coltivata su sei dei venticinque ettari della Azienda Agricola di Gubbio e nelle varietà Carmagnola, Eletta Campana, Jubileum, Finola e Santica.

Il MECH

Il MECH è pecializzato nella «realizzazione di estratti industriali provenienti da matrici vegetali, con forte attenzione rivolta alla canapa. L’attività di produzione si affianca a quella di studio e sperimentazione sulle correlazioni tra sistema endocannabinoide, fitocannabinoide e altri oligoelementi-fitoderivati e microbioma». Le attività del laboratorio, da poco dotatosi di tecnologie innovative come flash cromotografia preparativa e distillazione molecolare sono aperte alla condivisione di progetti di sviluppo nel settore alimentare ed erboristico. Il laboratorio svolge analisi interne ma allo stesso tempo conduce verifiche attraverso enti terzi e imparziali, come il Centro di Ricerche e Analisi Biochimico Specialistiche Crabion in Umbria o i Laboratori Best in Toscana. «Condividendo i parametri di analisi si sviluppano temi che non sono tipici dell’alimentare ma appartengono al fitoterapico. Usare gli stessi macchinari, dare indicazioni su tipologia di campione e basarsi su dati noti è l’unico modo per cercare una standardizzazione accreditabile agli estratti e poter anche verificare in modo unitario l’esatto contenuto di cbd organico creando dei marker di riconoscibilità in confronto a quello sintetico», spiega Gaggiotti. 

Canapa Made in Italy

Creare un Made in Italy degli estratti della canapa, tracciando ogni passaggio della filiera, può essere una carta responsabile da utilizzare per favorire un mercato controllato nel Paese e rispondere, con il potere della ricerca scientifica, alla sempre crescente presenza di prodotti contenenti cbd a basso prezzo e frutto di analisi non verificabili. Per questo, Alessio Gaggiotti insieme alla consulenza con Dario Dongo, esperto in Diritto alimentare, ha deciso di dotarsi di un sistema di blockchain (sviluppato da Dario Dongo e Gian Luca Mascellino) per il controllo di tutta la produzione, dal campo al prodotto in commercio. «Serve un notaio digitale che consenta a tutti di vedere ogni passo della produzione e che i dati rilevati possano essere consultati in tempo reale», conclude Gaggiotti. 

Cannabis Clinic & Restaurant

si trova nella frazione di Padule, Gubbio (PG)
Microbioma Endocannabinoids Center for Health

Mariavittoria Zaglio

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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