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Giardini pensili: saldiamo il debito di quanto l’architettura ha tolto alla terra 

Il mito delle torri di Babilonia, l’Isola Bella, l’appartamento parigino di Beistegui di Le Corbusier, il Bosco Verticale – il tema del giardino pensile è connesso all’inconscio dell’architettura

Vers une architecture

Il verde da vivere sulla sommità di un edificio è un problema che Le Corbusier affronta già nel 1923, in uno dei saggi che compongono Vers une architecture. Egli immagina i pilastri arretrati rispetto al prospetto, per lasciare flottare il corpo di fabbrica, scorporando e conferendo rilievo, leggerezza e fluidità alla massa edilizia. Il senso di appartenenza tellurica si incarna in alto, nel toit jardin, librato verso l’arco celeste, che permette agli occupanti di rilassarsi e praticare attività fisica in un contesto di natura senza uscire dalla propria abitazione. Il tetto a terrazza restituisce all’uomo il verde, che non è solo sotto la macchina per abitare, ma anche sopra. Casa e giardino sono percepiti uno come riflesso dell’altro: l’esterno è sempre un interno. L’ambiguità di questa relazione si spinge al massimo, rovesciando prassi secolari. Tra i giunti delle lastre di copertura è messo il terreno e seminati erba e piante, con funzione coibente rispetto ai piani inferiori. 

La casa di Carlos de Beistegui a Parigi

Le Corbusier esperisce quest’idea nelle stanze a cielo aperto dell’appartamento per don Carlos de Beistegui sugli Champs-Elysèes a Parigi, nel 1929-31, ossimoro surrealista, anche se il suo ideatore proclama la propria matrice cubista. Una geometria abitata da presagi del subconscio e racchiusa da nuvole e turchini magrittiani. Se per l’architetto e teorico elvetico le tecniche sono il fondamento del lirismo, in questo spazio destinato alla festa, una machine à amuser patrizia, la narrativa diviene un atto di devozione verso Parigi, nei vari piani che intagliano i diversi livelli. Prospettive che incorniciano luoghi della Ville Lumière. Alcune vedute vengono soppresse per identificare un ulteriore fuoco centrale, fatto di pietra, siepi e cielo, mineralizzato e isolato dal turbamento emotivo causato dal panorama. Una dimensione sincronica che si esplicita nell’ultima terrazza, caratterizzata dalla presenza incongrua e simbolica di un caminetto. 

Le Corbusier: Unité d’Habitation a Marsiglia

Per l’Unité d’Habitation a Marsiglia, sintesi tra architettura e urbanistica che nasce nel 1946 – i lavori di quella poi denominata Cité Radieuse, furono ultimati tra polemiche ed encomi nel 1952 –, Le Corbusier propone spazi verdi pensili che concorrono a un modello di abitare organico e polifunzionale, inteso a coniugare armoniosamente vita individuale, familiare e collettiva. Il tetto pensile è destinato a percorso ginnico, solarium e ad attività ricreative. Ogni elemento fu concepito applicando il sistema del Modulor, ovvero, come spiega Le Corbusier stesso : una gamma di misure armoniose per soddisfare la dimensione umana, applicabile universalmente all’architettura e alle cose meccaniche. Osservava Manfredo Tafuri, che il proclamato anti-storicismo del movimento moderno possiede profonde radici nella storia. Giambattista Piranesi, costruiva nel 1765 la piazza-scenografia davanti alla Villa del Priorato di Malta a Roma, sull’Aventino, su committenza del cardinale veneziano Giovanni Battista Rezzonico, nipote di papa Clemente XIII. Un luogo di luce, dove convivono astrazione e apparati decorativi eroici, stemmi Rezzonico e inserti scultorei che ricordano i dipinti di Monsú Desiderio, alludenti alla gloria dei cavalieri.

Giardino pensile: storia ed evoluzione

Il tema del giardino pensile è sempre stato connesso all’inconscio dell’architettura. Sopraelevato e non a diretto contatto con il terreno, posto al di sopra di una struttura piana o inclinata: il mito delle torri di Babilonia, gli esempi italiani ed europei tra Rinascimento, Manierismo e Barocco – gli horti di Palazzo Piccolomini a Pienza o quelli farnesiani a Caprarola, il parco di Versailles e lo ziggurat fiabesco dell’Isola Bella, parco voluto dai Borromeo nel Seicento, nel cuore dei loro domini feudali sul lago Maggiore. Il giardino pensile ha cercato di saldare il debito di quanto l’architettura toglieva alla terra e viceversa. Paradiso artificiale frammentario ed estraniante. La vicenda ondivaga di questo senso di colpa e delle sue modalità di risarcimento è stata decretata dal potere – principi e papi, tiranni e monarchi hanno agito per fare sì che la terra non potesse chiedere ragione di questa sottrazione, sanando la ferita fisica e concettuale inferta dall’intervento umano. Quanto più in alto sta l’uomo sulla scala sociale – scrive Tolstoj in Guerra e pace –, tanto più evidenti sono la predeterminazione e la necessità di ogni suo atto. […] Il cuore del re è nella mano di Dio. Il re è schiavo della storia.  

I giardini pensili di Le Corbusier

Le Corbusier è solo uno degli architetti e urbanisti del Ventesimo secolo e del debutto del Terzo millennio si sono misurati sul tema del giardino pensile e del tetto-giardino. Henri Sauvage e Antonio Sant’Elia, Adolf Loos, Jean Renaudie, Gaetano Pesce e Jean Nouvel – assieme a Patrick Blanc – con il muro vegetale alto cinque piani del Musée du Quai Branly, inaugurato a Parigi nel 2006. Friedensreich Hundertwasser, il medico dell’architettura, ecologista, scultore e pittore austriaco, inventa facciate coperte dalle fronde degli alberi inquilini. Il verde sul grigio dell’argentino Emilio Ambasz è una simbiosi tra natura e artificio. Ambasz persegue un obbligo etico, prendendo le mosse da un patto di riconciliazione tra ambito naturale e costruito, pensato tramite sviluppi alternativi il cui fine ultimo è il raggiungimento di un’esistenza migliore. Il cammino arriva fino al progetto di riforestazione urbana dei due edifici a torre progettati da Boeri Studio (Stefano Boeri, Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra), ai margini del quartiere Isola, nel Centro direzionale di Milano, inaugurati nel 2014. Oltre duemila essenze, arbusti e alberi ad alto fusto. L’idea di base, a Stefano Boeri viene in mente un giorno dell’aprile 2007 a Dubai, quando era direttore di Domus. Visitando la capitale degli Emirati Arabi, ebbe l’impressione di aggirarsi in una città minerale, fatta di decine di nuove torri e grattacieli, tutti rivestiti di vetro, di ceramica o di metallo riflettenti la luce solare e quindi generatori di calore nell’aria e soprattutto sul suolo abitato dai pedoni. 

Henri Sauvage – 26 di rue Vavin a Parigi

Henri Sauvage, antesignano del modernismo scomparso prematuramente nel 1932, nel 1912-13 fa fiorire di arbusti e alberi i balconi in ceramica bianca del building residenziale a gradoni al 26 di rue Vavin a Parigi, eretto in collaborazione con Charles Sarazin e subito divenuto così proverbiale da richiedere un copyright. Nel 1962, nel suo articolo Platforms und Plateaus, il danese Jørn Utzon descrive la piattaforma di un tempio dello Yucatan, elevata sopra il livello oscuro della jungla, di cui intensifica il contrasto fra luce, ombra e colore. Il plateau, per Utzon magnifica la montagna in un telescopio, distacca il genere umano dagli orizzonti superni per calarlo nelle profondità dell’universo. Di colpo, la volta della jungla è stata convertire in un grande piano aperto, una cosa completamente indipendente, che galleggia nell’aria separata dalla terra- un pianeta nuovo.

Il futuro del giardino pensile

L’attuale emergenza sanitaria ha cambiato le carte in tavola, interrompendo il filo del crescente dialogo con la natura, che si dipana attraversa l’intera epoca moderna, e incrinandone la confidenza di ‘mater’. Il futuro del giardino pensile lo possiamo forse immaginare come delle grandi piattaforme che si muovono e respirano, siglate da colori differenti. Piani sospesi in attesa della scena umana. Una concezione di quinte tridimensionali, organismi parziali che potrebbero ricordare la poetica di Gordon Craig, attore teatrale, scenografo, regista e produttore britannico che ai primi del Novecento, dopo aver incontrato Isadora Duncan si stabilisce a Firenze e rivoluziona lo stage-set del teatro, influenzando figure di varie generazioni successive, come Jean-Louis Barrault, Laurence Olivier e Peter Brook. Bibliche dimore celesti e insieme luoghi di estremo peccato e perdizione. Chissà – come scriveva Hugh Ferriss negli anni Cinquanta a proposito delle sue illustrazioni architettoniche gotiche e notturne, visioni ciclopiche di forme e prospettive –, quale apocalisse sta per esserci rivelata? Quale ne sarà lo scenario? E infine, quale sarà il significato ultimo di questo moderno dramma metropolitano?

Cesare Cunaccia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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