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Dai gelsi alla seta: il recupero della sericoltura in Calabria

Riportare la filiera locale della seta a San Floro, riscoprendo tessitura e filatura artigianale. La storia di tre imprenditori calabresi con certificazione biologica

Miriam Pugliese, Nido di Seta

Miriam, Giovanna e Domenico hanno stabilito la loro attività in un territorio comunale recuperato dopo anni di abbandono. Nido di Seta, azienda biologica che produce filati, tessuti e prodotti finiti, nasce nel 2014 a San Floro, su una coltivazione di alberi di gelso. Miriam Pugliese, imprenditrice e co-fondatrice, spiega a ritroso la produzione della seta nella sua azienda: «Partiamo dalla pianta: abbiamo tremilacinquecento gelsi, che sono essenziali per allevare il baco da seta. Da lì iniziamo tutto il processo di allevamento fino ad arrivare al bozzolo, e poi tutti i filati. Tutto il ciclo è in regime di agricoltura biologica certificata. Vendiamo principalmente ad atelier di nicchia, e abbiamo una linea di accessori per fare vendita diretta». L’imprenditrice ha partecipato alla premiazione per il Fashion Award del Festival del cinema di Taormina 2021: «I vestiti del Festival cinematografico delle nazioni sono stati fatti con le nostre stoffe, ci hanno indicato come partner perché il tema di questo festival era l’eco-sostenibilità»

San Floro, Catanzaro: le potenzialità del territorio

«Abbiamo visto cosa ci proponeva il territorio. C’era un gelseto in stato di abbandono insieme al museo della Seta, di proprietà comunale. Catanzaro, a 10 km da noi, è stata capitale europea della seta. È una storia poco conosciuta». Un’ipotesi sul nome della città collega la tradizione della filatura della seta alla Grecia, Catanzaro deriverebbe dalla parola Katartarioi, ovvero filatori di seta. Il primo documento ufficiale che prova l’esistenza della sericoltura risale al 1050, che registra i gelseti nel territorio calabrese. Nel 1519, furono pubblicati i primi Statuti dell’Arte della seta di Catanzaro, la prima raccolta delle norme tecniche e amministrative per le aziende seriche. Catanzaro divenne ‘Città della seta’, un’attività decaduta nel sud Italia con la caduta dei Borboni e l’unità d’Italia, poi ripresa sotto forma locale e artigianale dopo la fine della Seconda guerra mondiale. «È una tradizione radicata», spiega Pugliese, «esistono mappe dove la regione è ricoperta da alberi di gelso. Nel 1700 dobbiamo immaginarci la Calabria come una regione molto ricca. I contadini allevavano i bachi, gli artigiani abbondavano di materia prima e grazie ai mercanti ebrei avevano mercato in tutta Europa. Poi si è passati all’autoproduzione: i nostri nonni allevavano il baco da seta per prodursi il corredo. Loro erano l’ultima traccia di questo passato glorioso».

Lavorazione della seta, Nido di seta

Lampoon: la crescita del baco da seta

La metamorfosi è l’ultimo stadio del processo di crescita del baco da seta, un percorso lento ma prevedibile. Dalla schiusa delle uova, larghe circa due millimetri, il baco mangia in continuazione per ventotto giorni, la durata del suo ciclo vitale. «Durante il ciclo cresce in modo esponenziale, cresce così rapidamente che la sua pelle non riesce a crescere con lui e quindi si ferma quattro volte per fare la muta, una volta ogni cinque giorni. Al ventottesimo giorno il baco smette di mangiare e libera tutti i residui. Comincia poi la creazione del bozzolo di seta della durata di tre giorni e poi c’è il processo di metamorfosi», spiega l’imprenditrice. Le quattro fasi principali della sericoltura sono la gelsicoltura, la bachicoltura, la trattura e la torcitura. Attraverso la maceratura viene ammorbidita la sericina, la sostanza gommosa che funge da collante per il bozzolo. Poi, con la spelaiatura il bozzolo viene strofinato con uno spazzolino per liberare il capofilo e infine, durante la trattura vera e propria, si dipana il filo continuo dal bozzolo. Nell’ultima parte della terza fase della trasformazione in filato, i bozzoli vengono immersi nell’acqua calda per dipanare il filamento. Per produrre un filato di seta per tessitura è necessario unire il filo di almeno sei-sette bozzoli, che grazie alla sericina rimangono coesi assieme durante la trattura.

Nido di Seta: rete artigianale in Calabria

Da Catanzaro, Nido di Seta ha creato una rete artigianale che si estende a tutta la regione, «È sviluppo rurale che parte dal basso», afferma Pugliese. L’attenzione all’imprenditoria femminile è un altro aspetto della storia dell’azienda: «Nel 2019 i nostri artigiani non bastavano più. All’inizio facevamo tutto noi, poi l’offerta è cresciuta. Abbiamo lanciato una call a livello regionale per la ricerca di artigiani per lavorare il filato. Abbiamo creato una rete di otto artigiane sul territorio regionale, tutte donne. Questo permette loro di fare una professione creando rete ma rimanendo nella loro bottega. In Calabria abbiamo molti paesini in cima alle colline, non è così facile muoversi»

Accademia della Seta 

La produzione tessile non è l’unica attività di Nido di Seta. L’agricoltura biologica permette la vendita dei prodotti derivati dalla gelsicoltura, l’idea di creare una rete turistica legata alla tradizione della seta è invece una scommessa dei tre imprenditori. Si tratta dell’Accademia della Seta, una serie di workshop della durata di un weekend, divisi per tematiche: «Abbiamo creato l’Accademia per istruire nuove persone sulle diverse fasi di lavorazione come l’allevamento dei bachi da seta, sia nelle diverse fasi di filatura e tessitura artigianale e poi tintura naturale. Ci potevamo immaginare che la risposta fosse locale, ma non internazionale. partecipanti da tutte le parti del mondo dagli Stati Uniti, alla Cina passando per la Slovenia e la Finlandia»

Nido di Seta – San FlorioPugliese e i suoi soci hanno dovuto affrontare i limiti tipici delle giovani attività imprenditoriali: «La burocrazia legata alla nostra convenzione comunale è stata un ostacolo. Dopo sette anni, non abbiamo ancora l’allaccio della corrente elettrica della rete nazionale. Ci serviamo di pannelli fotovoltaici autonomi». La gelsibachicoltura non è una pratica insegnata nei corsi universitari: «Non veniamo dal mondo tessile, quindi la prima cosa che abbiamo fatto è stata parlare con gli anziani del luogo perché era una cosa che la generazione dei nostri nonni faceva. Loro hanno sempre abbinato alle fasi di lavorazione le lezioni di vita. Prima di tutto umiltà nel lavoro e il sacrificio. Ci hanno avviato verso la strada della perseveranza».

Emanuela Colaci

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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