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Non ce n’è altra al mondo: l’ultima bottega di commesso fiorentino

Non si cambiamo i colori delle pietre, e i clienti con troppe pretese si devono rifiutare – il lavoro non manca mai. Bruno e Iacopo Lastrucci cercano le pietre per gli intarsi di Firenze

Lampoon – una conversazione con Bruno e Iacopo Lastrucci 

Dopo due secoli e mezzo in cui era caduto nell’oblio, Bruno e Iacopo Lastrucci hanno ritrovato il luogo di estrazione del calcedonio giallo, tipico delle tavole in commesso fiorentino medicee. I due artigiani, padre e figlio, hanno seguito le mappe antiche fino ad arrivare alle colline metallifere dell’entroterra di Cecina, in un fondo privato all’interno del parco naturale. Zaino in spalla, hanno cercato per anni il punto esatto: «A volte si trovava una pietra più gialla, altre volte più viola», spiega Iacopo. «Alla fine si è individuato il luogo giusto, un’area più piccola di un campo da tennis dove affiora una venatura di roccia che esce un poco dal terreno per rientrare appena oltre. Lì, nel Cinquecento, i cercatori si rifornivano del calcedonio giallo». Bruno Lastrucci, 76 anni, è a capo dell’ultima bottega di commesso fiorentino che lavora le pietre artigianalmente, con le tecniche medicee, per realizzare oggetti d’arte. Tra l’Unità d’Italia, quando l’Opificio delle pietre dure diventò un laboratorio di restauro e molti commettitori che vi lavoravano aprirono bottega, e la fine del Novecento, in città sono state attive decine di laboratori di questo tipo. Oggi Lastrucci è l’unico che continua a realizzare pezzi d’arte per collezionisti di tutto il mondo – non souvenir di bassa lega.

Commesso Fiorentino: storia e tecnica

Ci si immagina il commettitore chiuso in bottega. Un tempo poteva essere così, quando a trovare le pietre erano i cercatori, che setacciavano il territorio e le rivendendo ai clienti. Oggi che a realizzare opere in commesso fiorentino di alto livello sono rimasti gli unici, il lavoro dei Lastrucci parte con la ricerca. I rari giorni dell’anno in cui la bottega è chiusa, Iacopo – e un tempo Bruno – è sui sentieri di montagna o nei letti di un fiume a cercare la materia prima del loro lavoro: le pietre. «Dove ci sono miniere di rame, ferro, magnesite, sappiamo che attorno si trovano pietre buone; così come nei fiumi», racconta Iacopo. «In alcuni casi ho fatto scoperte inaspettate. Un’amica restauratrice ci portò una pietra che aveva trovata al Conero in una specie di frana di blocchi più bianchi del latte che scende fino al mare. Era l’agatella sabina, di cui noi avevamo solo pochi blocchi acquistati o scambiati con l’Opificio, ma che non sapevamo dove avremmo potuto recuperare in natura. Restammo di sasso».

I cercatori di pietre

Fino agli anni Settanta ogni cercatore aveva la sua rete di contatti: contadini che quando facevano buche tenevano da parte il materiale o privati che permettevano di raccogliere ciottoli nella loro proprietà, sempre in piccole quantità e senza danneggiare l’ambiente. In Maremma qualcuno si ricorda ancora i vecchi cercatori fiorentini: «Erano tutti dei gran bevitori di vino e nelle osterie si facevano i contatti, quindi siamo tornati in alcune osterie e bettole dicendo di essere alla ricerca di pietre buone», racconta Iacopo. «Subito i più anziani ci hanno detto che un tempo da quelle parti passava un uomo alto, con i baffetti, di cui non ricordavano il nome. Era senz’altro Beppe Fallani, uno degli ultimi cercatori, da cui anch’io ho imparato molto seguendolo il sabato da ragazzo. I cercatori storici si erano creati una rete che oggi è impossibile da recuperare»

Rossino Ferdinando degli Innocenti

È stato sempre un cercatore a cambiare la storia di Bruno Lastrucci e a convincerlo del ruolo centrale di questo lavoro ancor prima dell’abilità del commettere. Si chiamava Rossino Ferdinando degli Innocenti. Rossino era il soprannome, derivato dal suo amore per il vino – a distinguerlo dal padre, detto Rosso, anch’egli bevitore. «Erano una famiglia di cercatori da generazioni», racconta Bruno. «Rossino riforniva molti laboratori tra cui il mio, era diventato una persona fidata, scomparve nel 1972. Fu trovato morto dopo una settimana di ricerche con in mano un ciottolo che gli avevo chiesto io di procurarmi». Oltre alla responsabilità e alla perdita di un amico, Bruno capì il suo ruolo insostituibile: «Da allora cominciai ad acquistare un po’ alla volta tutte le botteghe artigiane di commesso, in modo da poter avere a disposizione le migliori pietre che erano già state estratte e portate in città dai cercatori».

Bruno Lastrucci: la vita da New York a Firenze

Bruno Lastrucci, temperamento toscano, ha sempre saputo riconoscere le migliori pietre senza farsi prendere per il naso – ha iniziato a maneggiarle a otto anni. Nato nel 1943 in una proprietà dell’americano Richard Blow, facoltoso pittore e architetto appassionato di commesso fiorentino che in quegli anni stava aprendo la bottega Montici. La sua idea era quella di riportare il commesso a una dimensione artistica, allontanandosi dalle riproduzioni ripetitive e di maniera cui era ormai confinato da decenni, sulla falsariga del gusto mediceo, e adattarlo all’arte contemporanea. Blow coinvolse pittori e artigiani, aprì un negozio a New York per vendere i lavori finiti. Faceva quello che già avevano tentato i fratelli Montelatici legandosi al pittore liberty Galileo Chini e aprendo nel 1900 il laboratorio ‘Arte Musiva’: riportare il mosaico fiorentino nel campo dell’arte e perfezionare la tecnica del ritratto, che i Medici invece non avevano mai coltivato. «Sono nato in quest’ambiente, non c’è una data di inizio della mia passione», racconta Bruno. «A tre anni e mezzo morì mio babbo, che era molto amico del commettitore Nenci, il quale promise a mia madre che si sarebbe preso cura di me. Andavo sempre da lui in laboratorio. Fin da otto anni mi sono piaciute le pietre: cercarle, bagnarle per vedere che colore assumevano, e più avanti anche consigliare gli artigiani se i ciottoli proposti dai cercatori valevano o meno il prezzo richiesto. I cercatori erano abili ma non sempre esperti»

Nel 1957, a 14 anni, su consiglio di Richard Blow, Lastrucci iniziò a lavorare per lo studio Fiaschi. Nel frattempo Blow era tornato negli Stati Uniti dove aveva perso la memoria in seguito a un incidente. «Quando ritornò a Firenze, guarito in parte, si ricordava della mia abilità a individuare le pietre buone. Allora lavoravo da Fiaschi, ma cominciai a tenere i rapporti con la sua Montici. Blow si fidava del mio gusto, accettava i miei consigli. Io ero un bravo artigiano ma Blow, in qualità di artista, aveva una marcia in più. Essendo ricco, poi, poteva procurarci pietre per noi inavvicinabili. Una volta acquistò un ciottolino di lapislazzuli da Tiffany, poi oro, diamanti: con Blow come committente tutto era possibile».

Iacopo Lastrucci: il rilevamento di Arte Musiva 

Con la nascita del figlio Iacopo, nel 1968, Bruno Lastrucci lasciò Fiaschi e si mise in proprio, portandosi dietro i suoi clienti di fiducia e diventando il primo mosaicista della Montici di Richard Blow, affiancandosi così alle altre botteghe che già lavoravano per l’americano – Menegatti, Fracassini e Fiaschi. Nel 1972, dopo la morte di Rossino Ferdinando degli Innocenti, Lastrucci cominciò ad acquistare le altre botteghe, perché i cercatori mancavano ed era necessario assicurarsi la disponibilità di buone pietre per poter continuare a realizzare opere di qualità. L’ultima rilevata fu, nel 1976, l’Arte Musiva dei fratelli Montelatici, in piazza Santa Croce. Con la morte di Richard Blow, nel 1983, anche quello che rimaneva della Montici restò a Bruno Lastrucci. Per un po’ di tempo si trasferì con la sua bottega nei locali dell’ex Arte Musiva in Santa Croce, ma gli spazi non erano sufficienti e il caos dei turisti cozzava con il desiderio di riservatezza di molti clienti. Nel 2002 si trasferì quindi in via dei Macci 9, dove si trova tutt’ora, negli spazi di un ex ospedale del Trecento con annessi convento e chiesa, in seguito divenuto luogo d’asilo per le ‘malmaritate’. Oggi qui può entrare chiunque, ma la posizione appartata fa sì che ad affacciarsi non siano ignari turisti ma gli appassionati del settore. All’ingresso i visitatori trovano il laboratorio, con cinque postazioni di lavoro e altrettanti artigiani sempre all’opera, scaffalature piene di pietre affettate, commessi in diverse fasi di lavorazione, bozze, lime e trapani in legno di ogni sorta. Nella sala retrostante sono esposti i risultati di questo lavoro artistico e artigiano: non solo quelli prodotti dai Lastrucci ma anche quelli delle botteghe e aziende rilevate – un laboratorio-museo del commesso fiorentino contemporaneo.

Mosaici Lastrucci: tecniche di lavorazione

Le tecniche di lavorazione sono rimaste quelle del Quattrocento. Le uniche novità introdotte con il miglioramento tecnologico sono state scartate da Bruno Lastrucci, almeno per quanto riguarda la lavorazione delle pietre più rare e delicate e le commissioni più importanti: «Una piccola novità introdotta negli anni Cinquanta furono le lime diamantate, meno precise di quelle tradizionali, in rame con sabbia finissima. La lima diamantata tuttavia a volte rischia di creare microfratture a causa del surriscaldamento, che invece non si creano con la lima di rame e sabbia», spiega Bruno. «Anche il taglio del ciottolo con disco automatico a corrente elettrica è stata una svolta, ma non si può utilizzare per le pietre uniche, dal valore inestimabile. Quelle è meglio affettarle a mano, con la sega ideata da Leonardo da Vinci, che permette tagli più sottili e precisi».

I clienti di oggi sono i figli o i nipoti dei clienti di ieri, o ricchi imprenditori internazionali venuti a conoscenza di questa tecnica attraverso il passaparola o i regali di amici. I McDonald, in visita in Italia con il presidente Bush, scoprirono e si innamorarono del commesso fiorentino: da allora molti componenti della numerosa famiglia si sono messi in casa un ‘Lastrucci’. La famiglia di imprenditori e mecenati Semans, del North Carolina, ogni anno passa da Firenze e viene ad acquistare qualche lavoro. Anche la Presidenza della Repubblica Italiana ha commissionato qualche opera. «I nostri migliori clienti sono sempre stati americani, e negli ultimi tempi le loro richieste sono cambiate molto, hanno raffinato i gusti, si fidano di noi e si sentono un po’ dei mecenati nei nostri confronti. Se il cliente ha richieste contrarie al nostro gusto o professionalità rifiutiamo il lavoro. Alla base della nostra professione ci sono le pietre e la qualità estetica. Recentemente ho realizzato due tavoli per un’importante autorità dell’Arabia Saudita di trenta metri quadri l’uno. Le sue richieste mi hanno dato molti problemi, al punto che non ho più intenzione di lavorare per loro. Quando i lavori diventano importanti, a volte aumentano le pretese dei clienti, per esempio sui colori o i disegni. Noi vogliamo avere libertà di scelta e di tempistiche per realizzare il lavoro nel modo migliore, sulla base della nostra esperienza, considerando che la materia prima va rispettata: non possiamo cambiare i colori delle pietre. Spesso un lavoro resta aperto mesi o anni in attesa che si trovi la pietra giusta. Non accetto commissioni da chi vuole un lavoro rapido – i clienti non mancano e noi non abbiamo mai conosciuto crisi»

Tempo minimo di realizzazione di un commesso fiorentino

I prezzi vanno da qualche decina di migliaia di euro per le opere più semplici, che richiedono qualche mese di lavoro, fino a diverse centinaia di migliaia di euro per i lavori lunghi anni. Le leggi medicee disponevano che il tempo minimo di realizzazione di un commesso fiorentino non potesse essere inferiore agli otto mesi. I tempi di lavorazione non dipendono mai dalla grandezza dell’opera ma dalla sua complessità. «I lavori più difficili sono senz’altro i ritratti, perché penetrano nell’intimità di una persona, ti portano a conoscerla e scrutarla. A volte non ci dormo la notte», confessa Bruno. «Il più complesso è stato senz’altro quello per un amico e cliente storico che perse la figlia ventunenne in una vicenda tragica. Ricordo che gli mandai la fotografia degli occhi e mi scrisse ‘Bruno, hai saputo cogliere il suo carattere’». «Per ogni volto c’è bisogno di un tipo diverso di pietra», continua il figlio Iacopo, «per una persona anziana c’è bisogno di una pietra con una certa venatura, per una ragazzina serve liscia, con una tonalità più di Raffaello. Tra le pietre adatte ai visi abbiamo ritrovato la breccia medicea: partendo da Pietrasanta, a forza di chiedere a vecchi cavatori e manovali, siamo arrivati a una vecchia cava sotto un antico monastero. L’estrazione era stata interrotta perché aveva messo in pericolo la montagna, ma a noi bastava qualche piccolo sasso».

La tecnica di commettitura 

«È sempre la pietra a suggerire l’opera, a dare l’idea di quello che ci si può fare. I lavori migliori vengono quando apri la pietra e ci vedi i colori e le striature adatte per una frasca, o un cestino di vimini», spiega Bruno. «La tecnica di commettitura si impara e tramanda, ma le ricerca e la conoscenza delle pietre si fa solo sul campo, e trovare una pietra buona è sempre l’emozione più grande di tutto il lavoro. Qualche tempo fa passeggiavo con il cane sotto il campo da calcio dell’Impruneta. Vidi un sasso scuro bellissimo, accanto ad altri. Non sapevo da dove venissero, chi li avesse messi lì, li raccolsi subito. Chissà cosa ci farò. Ora preferisco realizzare commessi apparentemente più semplici, più veloci, di cui voglio vedere presto il risultato. Si tratta tuttavia sempre di lavori lenti: il quadro tu l’hai già in mente e negli occhi ma magari ci vogliono quattro o cinque anni per completarlo. Dobbiamo costantemente combattere contro questa infelicità».I Mosaici di Lastrucci

Via dei Macci, 9, 50122 Firenze
I locali dell’antico Spedale di San Francesco de’ Macci

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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