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Una vita spesa a salvare le barche in legno più belle del mondo

La prima guidata a sette anni e acquistata a sedici. Oggi Romano Bellini ha la collezione di Riva d’epoca più completa al mondo e un cantiere in cui restaura le Ferrari del mare

Una ragazza di Monte Isola – isola lacustre più grande d’Italia, nel mezzo del Lago di Iseo, provincia di Brescia – era stata promessa in sposa contro la sua volontà a un nobile della Franciacorta. La giovane, piangendo sulla riva del lago, cadde in acqua e fu salvata da un pescatore di Sarnico, di cui si innamorò. Il padre ordinò di annegare l’uomo nel lago, e lei lo seguì nelle acque. Si racconta che quando i due si cercano sul fondo del lago, il cielo si scaraventi con violenza in superficie per punire gli abitanti. 

Bellini Nautica lago di Iseo

Il vento che si scaglia sul lago di Iseo, provincia di Brescia, è detto la Sarneghera, perché proveniente da Sarnico: arriva al massimo una volta all’anno, dura una quindicina di minuti e può scaraventare sulla banchina le barche ormeggiate, distruggendole. La soluzione è una sola: portarle al largo senza perdere tempo. Nel 1970 Romano Bellini aveva sette anni e già aiutava il padre nel rimessaggio di barche. Quando quell’anno arrivò la Sarneghera il padre gli lanciò le chiavi di una barca Riva e gli urlò di portarla al largo. Per il bambino fu un invito a nozze: non aspettava altro. Oggi alla Bellini Nautica lavorano diciotto persone, oltre al rimessaggio l’azienda ristruttura barche Riva d’epoca, fa refitting di barche moderne in vetroresina, è concessionaria Cranchi per la vendita di barche nuove e usate, fa riparazioni e assistenza ai clienti. Nel 2000 sono stati i primi in Italia a installare forni di verniciatura per barche – che oggi sono cinque – diventando per vent’anni l’unico verniciatore ufficiale dei cantieri Riva. In un capannone a Corte Franca – a pochi chilometri dalla sede principale, a Clusane d’Iseo – c’è il laboratorio per il restauro di barche d’epoca in legno: quasi tutte Riva, le uniche con un valore commerciale tale da giustificarne il recupero. Succede che dopo aver acquistato e restaurato una barca Riva, i Bellini decidano di non venderla. L’azienda è l’unica sul mercato ad avere in magazzino doppi esemplari di tutti i modelli Riva in legno d’epoca: al mondo ne sono rimasti talmente pochi che può essere difficile ritrovare lo stesso modello dopo averlo venduto, se non a prezzi molto superiori. 

Lampoon interview: Romano Bellini

La cultura del lavoro, che nel resto della provincia rasenta l’ossessione, qui è temperato da una sprezzatura che all’ostentazione dei numeri antepone la dichiarazione di valori, alla gara del fatturato quella di soddisfazione del cliente. «A volte mi vergogno di far parte del mondo della Nautica perché ho visto cose davvero disoneste», racconta Bellini. «Al contrario che in altri settori, il cliente non è mai un esperto, quindi è facile fregarlo –  volendo. A ciò si aggiunge il fatto che il cliente usa la barca in vacanza, e pur di non litigare e rovinarsi i giorni di pausa, sottostà a quello che gli dice il cantiere. Gli addetti del settore se ne approfittano. Questo mi fa male: spesso vedo clienti nuovi che entrano in ufficio circospetti, pensando: ‘vediamo come mi frega questo’. Quello che sono riuscito a trasmettere loro è la fiducia. Quando un cliente mi affida una barca e mi dice ‘fai tutto quello che devi fare come se fosse la tua’, per me è una gratificazione superiore a qualsiasi compenso». Romano Bellini ha un eloquio preciso e ordinato, il flusso di parole non inciampa mai, né torna sul già detto. Solo quando si rivolge ai collaboratori entrano nel discorso alcune parole dialettali: «O vengono subito o si cambia cavallo: se un fabbro dice vengo e passano dieci giorni io cambio fabbro. Comunque fa negó, non fa niente, risponde al telefono. L’accento bresciano, come succede da queste parti, è mitigato dalle acque del lago. 

Romano Bellini, vita e carriera

Il padre aveva aperto l’azienda a fine anni Cinquanta: costruiva barche in legno Bellini, come molti altri cantieri allora sul lago. La produzione in legno non durò molto: con l’arrivo delle barche in vetroresina alcuni cantieri sparirono, altri – come Rio, Piantoni e la stessa Riva – si convertirono. Oggi sul lago sono rimasti due cantieri che costruiscono barche in vetroresina: Riva e Archetti di Monte Isola. Altri sono nell’entroterra. Anche il padre smise di costruire barche per dedicarsi a rimessaggio, manutenzione e a un campeggio nella zona limitrofa, gestito da moglie e figlia. Romano da piccolo lo aiutava con le barche. «Aveva un carattere irascibile, abbiamo avuto anche scontri. Ricordo che una volta, avevo 13 anni, mi rimproverò davanti a un cliente e io mi licenziai. Andai a fare un corso e per due anni feci il bagnino nel campeggio gestito da mia madre, anche se il mio cuore era qui: le barche mi piacevano proprio. Oggi non faccio mai osservazioni ai dipendenti davanti a un cliente: è una scuola che ho vissuto sulla mia pelle. Se un cliente tratta male i miei collaboratori, mi infiammo». A 16 anni Romano Bellini perse il padre dopo una lunga malattia. Prima di morire lo chiamò accanto e laconico gli disse: Che non ti venga in mente di costruire barche. Romano lo prese alla lettera: le restaura. 

Dopo la morte del padre si fecero avanti molti concorrenti per acquistare l’azienda. Romano chiese alla madre di farlo provare per tre anni. A lei, che era maestra, bastava ottenesse almeno il diploma di ragioniere. Quindi Romano si iscrisse alle serali e prese in mano l’attività del padre: di giorno lavorava, di sera andava a scuola. In tutto in azienda erano in tre, cui si aggiungevano un paio di aiutanti sabato e domenica nei mesi di punta. Più che le difficoltà ricorda l’adrenalina: «Mi piaceva questa attività, avevo dentro sempre quell’adrenalina sana e bella che ti fa tirar fuori tutto quello che puoi. Mi son divertito molto e ho avuto grandi soddisfazioni». Quell’anno acquistò la sua prima barca Riva in legno, modello Sebino, per 200mila lire, che oggi è esposta nella sua collezione e vale 100mila euro. «Allora c’era il boom della vetroresina e nessuno voleva più le barche in legno. Acquistai la prima Riva per passione, non immaginando che quarant’anni dopo avrebbe acquistato valore»

Collezione di barche Riva d’epoca di Romano Bellini 

Dall’attività di restauro di barche Riva in legno, aiutato da ex dipendenti dell’azienda andati in pensione, è nata la collezione. «Ho iniziato ad acquistare barche per restaurarle e man mano mi capitavano in mano oggetti particolari, interessanti, che non volevo vendere». Oggi la collezione di barche Riva d’epoca di Romano Bellini, esposta a Corte Franca, è la più completa al mondo, con 23 barche. La più antica, del 1929, è un Riva Racer utilizzato per correre alcune edizioni della competizione Pavia-Venezia. Poi una Riva Lancetta del 1951, unico modello al mondo ancora esistente, appartenuta alla famiglia Negroni – produttori di salumi – da cui il nome dello scafo Negronetto, costruito con il sistema Klinker, tavole in mogano sovrapposte e chiodi in rame a vista ribattuti. Una Riva Lamborghini commissionata da Ferruccio Lamborghini a Carlo Riva nel 1967, con due motori dell’azienda di Sant’Agata Bolognese: esemplare unico. Un Super Florida, di cui sono rimasti al mondo due esemplari. Un Aquarama Lungo costruito in sette esemplari: al mondo ne rimangono due. Un Riva Super Ariston e uno Aquarama scelti per il numero di serie palindromo, rispettivamente 101 e 1001.

«Le barche sono i giocattoli dei grandi: perciò i clienti vogliono essere coccolati». Come per una beffa del destino, quelli che per tutti sono un giocattolo, per Romano Bellini sono stati un lavoro fin da piccolo. Il gioco, da giovane, era andare a bagnare la gente sul lungolago con le barche del padre. Dopo aver preso in mano l’azienda anche lui riuscì ad avere la sua rivincita su un mondo che stava andando tutto al rovescio: trasformò le barche in un giocattolo, letteralmente. Sui due piani degli uffici sono infilati modellini in scala 1:20 e 1:10 di barche in legno Riva. «È stato uno dei miei capricci fin da giovane, quando iniziai a fare restauri con maestri d’ascia che avevano lavorato in Riva. A uno, particolarmente bravo, chiesi tutta la serie di 22 modellini Riva fatti a mano, realizzati con gli stessi materiali degli originali: i miei giocattoli mancati».

Laboratorio di restauro Bellini 

Lavorano nel laboratorio due maestri d’ascia: la formazione dura anni e si fa direttamente in cantiere. «Gli accorgimenti su un Riva sono infiniti – bisogna impararli tutti in anni di pratica. Servono meticolosità e maniacalità. Ho visto Riva restaurati da ottimi maestri d’ascia del Sud Italia a cui tuttavia mancava quella marcia in più che il Riva richiede». Il mogano non deve avere neanche un nodo, il cruscotto dell’Aquarama deve avere il rigatino, cioè la venatura, non il mogano fiammato. Il legno deve stagionare cinque anni: «Qualcuno fa quella che io chiamo la ‘stagionatura con la penna’: scrivono sul foglio di carta che il legno è arrivato quattro anni prima e lo fanno stagionare solo un anno. Ma già il legno si muove di suo, se non è stagionato adeguatamente succedono i danni». Tutte le viti dei bordi cromati devono avere la croce dritta. «Alcuni dettagli li vedo solo io, nessun cliente li vedrà mai, è vero: ma il problema è proprio che io li vedo».

La storia dei cantieri Riva 

La storia dei cantieri Riva inizia nel 1842, quando sul Lago d’Iseo un giovane maestro d’ascia, Pietro Riva, rimette in sesto tutte le barche dei pescatori distrutte dalle tempeste e dalla Sarneghera. Suo figlio Ernesto introduce il motore a scoppio sulle barche. Alla fine della Grande Guerra tocca a Serafino Riva, che dà il via al marchio e alla produzione motonautica. Infine, è Carlo Riva, negli anni Cinquanta, a far diventare quel cognome sinonimo internazionale di motoscafo, soprattutto grazie alla serie Aquarama, riconosciuto come uno dei più bei motoscafi al mondo e soprannominato la ‘Ferrari del mare’. La rivista inglese Motor Boat and Yachting nel 2004 l’ha classificata al primo posto tra le 100 migliori barche mai costruite. Da Brigitte Bardot a Sophia Loren, dallo Scià di Persia al Principe Ranieri, negli anni Sessanta e Settanta era difficile che negli obiettivi dei paparazzi non finisse una di queste barche costruite nei cantieri di Sarnico tutt’oggi esistenti, che occupano una superficie di 36.000 metri quadrati e sono tutelati dalla Sovrintendenza ai Beni Ambientali. Il debutto al cinema di una barca Riva è nel film Mambo, del 1954. Le comparse successive non si contano: da Il sorpasso di Dino Risi a Nikita di Luc Besson, da Men in Black a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. Nel 1969 Riva inizia la produzione in vetroresina, che inizialmente affianca e in seguito sostituisce le barche in legno. Dal 2000 l’azienda è proprietà del Gruppo Ferretti. 

Non bastano i soldi per guadagnarsi un Riva in legno restaurato, su cui sono state stese 25 mani di vernice trasparente. «Un giorno arrivò un cliente che dopo aver acquistato una barca Riva mi chiese di accompagnarlo a provarla. Metto in acqua la barca e questo sale con le scarpe di cuoio su vernice e tappezzerie, mette le marce e accelera con le scarpe. Io rimango scioccato. Appena rientrati – lui era molto soddisfatto – gli chiesi di venire nel mio ufficio e dopo avergli strappato il contratto davanti agli occhi, gli dissi che non aveva capito cosa fosse un Riva d’epoca e gli suggerii di andare a comprare un trattore, tre chilometri più avanti.  Puoi essere ricco quanto vuoi, ma se chiudi la portiera di una Ferrara con la scarpa sei un cretino: è la stessa cosa. Non meritava quella barca, che infatti mi è rimasta in collezione». Se si vendono e restaurano Riva d’epoca il cliente non ha sempre ragione, per esempio il tedesco che voleva inserire un’autoradio nel cruscotto di un Aquarama: «Gli dissi che avrei terminato il restauro ma non gli avrei mai potuto bucare la barca per una questione di principio: mi si bloccano le mani a me a fare quella roba lì. Avrebbe comunque potuto farlo fare da qualcun altro. Un anno dopo mi chiamò e mi ringraziò per averglielo impedito».

Restauro di barche Riva

Come in ogni restauro, è importante ripristinare le parti originali dove possibile o sostituire i pezzi con ricambi originali, anche nella parte meccanica. Non si può sostituire un cruscotto in formica con uno in legno, anche se il secondo è ‘più bello’. A un restauro lavorano maestri d’ascia, meccanico, elettricista e verniciatore del Cantiere. Due i professionisti esterni: un tappezziere («non basta avere un sedile bianco e turchese: la cucitura fa la differenza») e un cromatore, figlio di un cromatore dei cantieri Riva. Le carene in lamellare vengono acquistate da due aziende storiche che lavoravano per Riva. Non c’è mai un restauro uguale a altro, ogni barca è un capitolo a sé. «I legnami oggi hanno i loro anni e tante parti vanno cambiate. La più importante è la carena: alcuni clienti vorrebbero rifare solo la tappezzeria ma hanno la carena marcia. Con la tappezzeria usurata la barca va lo stesso, con la carena marcia vai a fondo». Ogni anno si restaurano circa una decina di barche, lavorando su tre o quattro contemporaneamente. Altro discorso per il refitting delle barche in vetroresina, che hanno tempi più veloci. 

Cantieri Bellini: fatturato e clientela

I clienti ricorsivi sono circa 400, il 40% stranieri, la maggior parte tra i 40 e 50 anni. L’80% delle barche nuove Cranchi acquistate va al mare, mentre la maggior parte delle barche d’epoca restano sul Lago d’Iseo. Il fatturato 2020 – anno Covid – è stato di 5 milioni, già superato a giugno 2021. Quest’anno è stato introdotto il noleggio a lungo termine (3-4 anni). Alla guida dell’azienda oggi ci sono i figli di Romano, che è rimasto a occuparsi esclusivamente del restauro: Martina, marketing e comunicazione, e Battista, 33 anni, amministratore delegato, una laurea in Bocconi con due periodi di studio all’estero (Londra e India) e un ingresso in azienda nel momento più difficile. «Tra il 2008 e il 2013 sono stati anni duri. A volte tiravo su la cornetta per vedere se il telefono funzionava. Pensavo di non essere adatto al mestiere: non riuscivo a vendere», racconta. Poi ci si è cominciati a muovere in due direzioni: digitale e comunicazione. Battista Bellini ha creato una software house con una ventina di ingegneri, indipendente dall’azienda ma a cui fornisce tutti i servizi digitali: sito – oggi il 90% dei clienti viene da lì –, analisi dei dati, blockchain per la certificazione dei passaggi del restauro. In un mercato poco trasparente fatto di tanti piccoli operatori gelosi dei propri segreti, i Bellini hanno cominciato a raccontare il prodotto. «C’è poca comunicazione attorno alle barche Riva: poche pubblicazioni, poca informazione. Noi vogliamo raccontarle»

Nel mondo sono rimaste solo 598 barche Riva Aquarama. Il pericolo è che i giovani che ricevono o riceveranno una di queste barche in eredità la accantonino e non se ne interessino: per invogliarli a restaurarle bisogna renderli consapevoli del valore di quell’oggetto. Ecco quindi i video sui social – compreso TikTok – che spiegano le barche e le loro particolarità, mostrano come funzionano, prove in acqua, prove motore. Nel 2021 lo street artist Mr. Brainwash ha firmato le tappezzerie di un Aquarama d’epoca. «Forse i giovani non saranno nostri clienti a breve, ma a restaurare le barche domani potranno essere solo loro». Anche Battista ha guidato la prima barca a sette anni, come il padre: «Ero andato con lui a recuperare un cliente in mezzo al lago e ho dovuto guidare la sua per tornare». Oggi guida un’Aquarama Super chiamata Batman, come lo chiamano gli amici, da Battista. 

Romano Bellini

Nella veranda di casa, Romano Bellini ha una tavola da falegname colma di frese, fresette, scalpellini, lime e limette, dove le sere d’inverno, fumando il sigaro, scolpisce il legno. «Lo faccio solo per rilassarmi, i risultati non sono degni di essere chiamati sculture. Solo mia madre e mia sorella, che mi vogliono bene, ne hanno voluta una. Le altre le nascondo», racconta senza prendersi troppo sul serio. «Dopo i temporali esco a cercare pezzi di legno caduti dagli alberi in cui intravedo forme animali per lavorarli. Per questo amo quando ci sono le burrasche». Ora che il Cantiere è dotato di un porto, non c’è bisogno di prendere in fretta le barche e portarle al largo, anche quando soffia la Sarneghera. 

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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