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Ciao Gio – perché devo fermarmi e convincermi che non ci sei più

Una vertigine di lei: il suo profumo lo sentiremo tra le dita, negli angoli del cervello e del cuore – senza malinconia, solo l’energia con cui non accetteremo mai di non averla ancora

Erano gli anni del liceo. Si diceva fosse la più bella della città, o della scuola – a quell’età la stessa cosa. I lineamenti marcati, un tocco mediorientale, gli occhi disegnati a china nera. Oggi abbiamo 40 anni. Sfogliamo un libro di fotografie di Romy Schneider, un poco di imbarazzo. Alla fine sì, ci dà ragione: una vaga somiglianza, quanto basta. La bellezza dagli occhi trasparenti, la fronte aperta, la sorpresa nello sguardo per ogni cosa buona tu avessi voglia di dirle. Quella sera andammo a mangiare a Vigevano. Dopo cena, camminavamo in giro per la città – Giorgia portava un giubbotto e un cappellino da baseball, quelli con la visiera. Ci allontanammo dal centro senza accorgercene, trovandoci in via scure. Alcuni ragazzi, tra motorini e birra, imprecavano – Gio non era a suo agio. Io e Ale ci mettemmo a difesa camminandole affianco, Gio si rigirò il cappellino da baseball, la visiera all’indietro e disse «guardate che se c’è bisogno, io meno». Ale le diede un bacio in testa.

A Gio piace guidare cantando la Bertè – quelle notti, con la radio in macchina e tutte le sere che pioveva, a Milano. La Vanoni e Rossetto e Ciccolato. Tornando dal Plastic, ci dice che mica se ne va casa – ci avrebbe lasciato da qualche parte e proseguiva, di notte. Gio ha molta più energia di un maschio. Gio ha un modo di camminare roteando i fianchi, gli addominali, le braccia e i muscoli – quando sale sui tacchi con il portamento di un’amazzone. Non voglio usare aggettivi – sono capace a scrivere di lei senza aggettivi. Allo stesso tempo, per quanto possa esser abile, non riesco a usare il passato. Al telefono mi dice «ciao Carlo» cantilenando, salendo di tono verso l’ultima vocale, giocando con quella erre che sa arroccare come io mai potrei – non riesco a togliermi la sua voce dalla testa, come un repeat nelle mie orecchie. Ci conoscevamo da sempre, ma ci siamo ritrovati uniti – e di certo, non ho alcuna intenzione a lasciarmela portare via adesso. Gio ha ancora troppe cose da fare, troppi profumi da inventare, per mettersi a dormire. Gio vuole giocare ancora, parlare ancora, ridere, e ridere ancora.

Gli anni del liceo, quei nostri anni Novanta. Le sue amiche – il gruppo di ragazze inarrivabili, che guardano soltanto quelli più grandi come in tutti quei film che abbiamo voglia di rivedere. Negli ultimi mesi, raccontando, tornavamo a quei pomeriggi tra le piazze– da Sant’Agnese a Sant’Alessandro, Piazza Giulio Cesare, fino alla Passione. Gio, Anna e Ambra – la Sgara – Anto, Sippi, Gaia. Se la menavano, sapevano di essere belle – ma a differenza di tante altre, facevano gruppo. Una piccola corte, una bomba di energia – chi ne era parte, diventava bella per contatto magnetico – più erano vicine, più erano belle. Ridevano tra loro, giravano per la città in motorino. Si abbracciavano come ancora oggi continuano ad abbracciarsi – in tutte le foto che ritornano fuori ogni giorno. Oggi, tutte loro intorno a queste due sorelle – Gio e Ambra – il centro e il fulcro perché sembrava un bel miracolo fossero in due. È rimasto tutto identico: Gio organizza la vita di noi che le giriamo intorno. Durante il lockdown, andavamo a dormire in albergo così la domenica mattina avremmo fatto breakfast con lei – senza dirglielo, arrivavamo in anticipo e andavamo a comprare i suoi profumi – robinia, cipriolo, opoponax. La sua educazione e la generosità, l’understament nobile e quell’attenzione costante che definisce una gentilezza. Il cervello acceso. Giorgia è il romanzo della buona borghesia di Milano, il nostro migliore valore comune: una donna che lavora, cresciuta nella cultura della lettura, delle opinioni e delle idee. Una ragazza che nel tempo libero scrive un manuale di essenze, che per amore apre un negozio a Roma, che va a cavallo nelle colline sopra il Ticino. Il suo puledro si chiama Bel Fio, ha un vantaggio su di lei che nessuno dei suoi spasimanti riuscirà mai ad avere. Giorgia rappresenta l’immagine bella di ogni donna di questa città di Milano: lavorare, studiare, inventare – continuare a sorridere, mettersi al volante e andare, muoversi – una delle sue più tipiche frasi era «salgo in macchina e ti richiamo»

Gio non si annoiava mai. Non aveva l’abbonamento a Netflix e non guardava serie tv – Giorgia leggeva libri. Inventava profumi a leggeva romanzi e poesie. Quell’ultimo venerdì a gennaio, a casa sua: Gio aveva la pancia gonfia, era un poco agitata perché la segretaria dell’ospedale le aveva inviato una mail di prassi: l’operazione non era confermata fino a bonifico effettuato – e così negli ultimi dieci minuti, Gio aveva già parlato al telefono direttamente con il medico, processato e inviato quella maldetta distinta. Come quasi ogni venerdì sera, sedevamo intorno ai fuochi della sua cucina: Gio faceva mantecare un risotto – mentre io mi divoravo il prosciutto e Ale mi guardava con rimprovero. Prendeva il rosmarino, la salvia e le erbe dalle piante sul terrazzo – ce n’è una, vicino alla finestra della cucina, un profumo di terra d’argento che piace ad Ale, non mi ricordo il nome. I giornali hanno scritto di Gio – giornalisti pressapochisti, brutta stirpe. Gio era circondata, accerchiata, controllata, protetta, da una schiera di uomini – noi, che avremmo reso la vita infernale a qualsiasi presuntuoso avesse tentato di portarcela via. Nico, Razzi, – Giovanni – Ale e io – quanti altri a difesa di lei, ai quattro angoli del globo, quanti altri che io non ho conosciuto, così fortunati da aver avuto lei nella loro vita. Eravamo tutti innamorati. Tutti agitati dalla voglia di vita a cui Gio ci costringeva, anche alle due di notte. Una partita a Machiavelli ancora, una canzone ancora. Quell’ultimo venerdì le chiedevamo chi avrebbe voluto scegliere come padre dei suoi figli – un’imperatrice tra i suoi generali – in una famiglia di Özpetek allargata come piace a me. Provavamo a convincerla, tra le ironie e qualche tentativo di cinismo – ma Gio era romantica e alzava il volume su Viola Valentino.

All’Argentaia, l’ultima estate – la fantasia che Paolo ha trasformato in realtà. La mattina lenta e lunga di un ferragosto in campagna, in casa. Gio portava un ciondolo al collo: un ovale di smalto con dipinta una farfalla. Scattai una foto al ciondolo sopra una maglia sulla sua pelle abbronzata. A piedi, andammo a fare una passeggiata per le colline – era mezzogiorno, il sole verticale della Maremma, i chicchi acerbi, fili di erba arsa, il sudore e la luce: parlavamo di tutto e di niente, tra una domanda su una radice di vetiver, sulla differenza tra la lavanda e il lavandino, o su come si essiccassero le rose capovolte, a petali in giù. Avevamo così tante cose da dirci, che non facemmo fatica camminando per salite e discese, scarpe piene di polvere, frusci di serpi e orme di lupo. Il mare blu oltre la pianura e i campi di girasoli con la corolla bassa.

Vorrei che per ogni suo profumo ci fosse un albero in più su questa terra. Vorrei che i bambini crescessero sapendo riconoscere i profumi come Gio li sapeva raccontare. Sul Corriere hanno pubblicato una foto di Gio in un giardino con un abito rosso. Sul retro il prato aperto sui campi e un tavolo apparecchiato sull’erba. Eravamo a casa mia, il giorno del mio compleanno – nell’immagine, in secondo piano si intravede un tiglio: Giorgia e Ambra mi avevano regalato un tiglio. In casa mia, ovunque, anche adesso che scrivo, ovunque mi giro oggi, ovunque nell’aria e nelle mie lacrime: c’è un regalo di Gio. Un albero, un profumo, un libro, una candela, un fiore. Un mappamondo – Gio era arrivata con una scatola enorme, dentro c’era un mappamondo. Ve li ricordate, li avevamo da bambini: si illuminavano nel buio per farci addormentare – Gio mi ha regalato un universo intero: adesso, quel mappamondo rimane acceso tutte le notti.

Profile, Jean Cocteau, 1961

Carlo Mazzoni

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