Laurent Garnier all’Hacienda nel 1988
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La techno è politica – trent’anni di elettronica attraverso la vita di Laurent Garnier

Il documentario Laurent Garnier: Off The Record è il racconto di una sub-cultura che dai bassifondi è diventata istituzione. La guerra ai rave di Margaret Thatcher, Berlino riunita, i raid al Bassiani di Tbilisi

Laurent Garnier: il documentario

Nel 1987 un ragazzo francese di 21 anni, Laurent Garnier, sta suonando a una festa di compleanno a Manchester. Nella stessa stanza c’è Dani Jacobs, vj di un piccolo locale spesso a rischio fallimento che senza accorgersene sta diventando un monumento per il clubbing inglese, l’Haçienda. Chiede a Garnier un nastro della sua musica e lo porta poi a Paul Cons, promoter dell’Haçienda. Due settimane dopo Garnier è resident fisso nel club. Le notti dentro quell’ex magazzino occupato stanno cambiando la storia. Non si tratta solo di musica. Frequentato più che altro da neri, all’Haçienda stanno arrivando anche i bianchi, ossessionati da una nuova musica che viene dai bassifondi d’Oltreoceano. Di lì a breve l’avrebbero battezzata acid house. 

Arriva l’MDMA e l’ossessione per questi ritmi cresce ancora un po’. Alcune sere, lì dentro – ricorda Garnier – dal soffitto pioveva condensa per il calore emanato dai corpi umani. Qualche ora al club non basta più e le serate di dj e ballerini insonni si spostano nei campi e nei capannoni in periferia, dove possono andare avanti finché non si crolla. È il 1988, la Second Summer of Love inglese. All’Haçienda -che nel 1990, secondo Newsweek, è il club più famoso del mondo – una ragazza muore dopo aver assunto una pastiglia di ecstasy. Al primo ministro britannico Margaret Thatcher la situazione non piace. Quell’esercito di ragazzi che danzano, ballano e spesso si drogano insieme va contro la sua filosofia, secondo cui -dice lei stessa- «non esiste alcuna società. Ci sono individui, uomini e donne, e ci sono le famiglie». Nel Regno Unito inizia una guerra spietata a rave e club-culture, che però non hanno più confini e, trasformandosi un po’ ogni volta che da una consolle passa un nuovo dj, cambiano forma, città e continenti. 

Laurent Garnier: Off The Record

Le storie della musica techno e di quella house, da quel compleanno che lo ha portato all’Haçienda in poi, coincidono in larga parte con la vita di Laurent Garnier, per la prima volta raccontata da lui stesso nel documentario ‘Laurent Garnier. Off the record’, in Italia dal 10 al 12 gennaio 2022, diretto da Gabin Rivoire e distribuito da Wanted Films. Il film finisce inevitabilmente per essere molto più di una biografia. A parlare di Garnier c’è buona parte della famiglia reale dell’elettronica: Carl Cox, Jeff Mills, The Blessed Madonna, Peggy Gou, i Modeselektor, agenti e promoter. Ripercorre la sua storia è come rivivere Manchester, Londra, Parigi, Berlino, Barcellona, Detroit, Chicago e la loro vita notturna. Il film mostra quanto di politico c’era in una cultura sotterranea che per molti è stata spazio di accettazione verso sé stessi, spinta e creata per primi da neri e omosessuali, e quanto di tutto questo è rimasto oggi. È anche lo spaccato della figura del dj. Come sono le persone che mettono i dischi, quando la pista è vuota? 

Laurent Garnier: le origini e Manchester

Il documentario si apre con Garnier nella sua casa nelle campagne francesi. Sta risistemando la sua collezione di musica. Sono 55mila tra dischi e vinili, catalogati per genere e organizzati in metratura. I metri di ep funk, ad esempio, sono 1,70. Ecco chi è un dj. Uno studioso, un appassionato al limite dell’ossessivo. Il chiodo fisso inizia a entrare in Garnier molto presto. I nonni sono giostrai e passa l’infanzia «da una fiera all’altra». Tra gli anni Sessanta e Settanta, racconta nel film, «se volevi ascoltare della buona musica, dovevi andare alle fiere. I giostrai compravano i dischi e li mettevano ad alto volume. Io andavo là per ascoltare le canzoni». Presto Garnier porta a casa questa passione, compra una luce strobo e la sua cameretta «diventa un club»

Gabin Rivoire ‘Off the record’ Lampoon
‘Laurent Garnier Live’, un frame dal film di Gabin Rivoire ‘Off the record’

C’è un momento preciso in cui la musica per lui «diventa tutto». È quando accompagna il fratello a ballare alla Baia Imperiale, dove sta suonando ‘I Feel Love’ di Donna Summer. Appena compiuti 18 anni, Garnier si sposta dall’altra parte della Manica. Entra nella scuola alberghiera dell’ambasciata francese a Londra. È da solo, nella città più cool d’Europa, «un parco giochi dove niente è più proibito. È stato come portare il cane in spiaggia e dirgli: ‘Adesso puoi correre’». Alla fine dei turni nei ristoranti più costosi della città insieme agli amici rubava le «bottiglie di vino al maggiordomo Fernando» e si intrufolava prima in una festa e poi in un’altra. Sono gli anni dei party di Philip Sallon, il promoter che scoprì Boy George, e delle performance in drag di Leigh Bowery, che negli anni avrebbe ispirato Vivienne Westwood, Alexander McQueen, John Galliano e David LaChapelle.

Laurent Garnier: Off The Record – Parigi e Detroit

Poco dopo essere arrivato all’Haçienda e aver scoperto quella nuova musica, «quella che stavo aspettando -reggae, punk, soul e new wave messe insieme», Garnier viene richiamato all’ordine. La madre lo chiama dalla Francia: deve entrare nell’esercito. Poi inizia il periodo da cameriere a Versailles, ma Garnier non riesce a star lontano dai club. «Non ho dormito per un anno, finivo di lavorare e andavo a suonare a Parigi, al Palace con Mark Moore o al Rex», ricorda nel film. Si apre un’altra fase per la musica elettronica, con Garnier inconsapevole protagonista. Suona alle serate gay Wake Up! al Rex, dove l’Europa si apre agli americani in arrivo da New York, Chicago e Detroit. Ascolta Carl Craig, Jeff Mills, Dj Pierre, Kevin Saunderson, Derrick May e li invita alle sue serate.

La loro musica così diversa dall’elettronica europea gli apre un mondo: «La prima volta che ho sentito ‘Strings of Life’ di Saunderson mi sono messo a piangere». Soprattutto quella che viene da Detroit – «così meccanica che ricorda gli incastri meccanici per costruire un’auto» – è difficile da capire per chi non è cresciuto lì. È una città dove il declino delle ‘Big 3’ automobilistiche – General Motors, Ford e Chrysler – apre a una nuova sofferenza, dove i neri sono vittime del Ku Klux Klan e della violenza che dilaga. «Ma erano anche gli anni della grandezza che nasce dall’oppressione», dice Garnier.

Quella musica nella vicina Germania diventa la colonna sonora della liberazione. Prima che crollasse il muro di Berlino, il 1° luglio 1989, 150 persone marciano nella prima Love Parade della storia. Riunificato il Paese, la capitale diventa un laboratorio per la scena techno. Gli edifici lasciati abbandonati a Berlino Est e l’incertezza su quali responsabilità avessero le forze dell’ordine danno carta bianca a un movimento culturale che si organizza e conquista gli spazi urbani. Nei dieci anni successivi la marcia della Love Parade arriva a ospitare oltre un milione di berlinesi: gli slogan sono ‘Il futuro è nostro’, ‘Siamo un’unica famiglia’, ‘Un unico mondo, un unico futuro’. Ci vuole ancora un po’ prima che Francia e Regno Unito depongano le armi contro i club e feste illegali. «Continuavano a chiudere posti, le serate venivano annullate», ricorda Garnier nel documentario. Fino a quando la prima Techno Parade di Parigi, nel 1998, arriva simbolicamente a prendersi Place de la Bastille. La guerra è finita.

Laurent Garnier: la techno negli anni 2000

Gli anni 2000 a Garnier non sono piaciuti. «Forse la gente non era interessata alla musica. Molte persone avide sono entrate nel business. Dal 2010 ci siamo un po’ rimessi in strada, sono nate nuove label», ha detto in collegamento Skype all’anteprima milanese del film, intervistato da Alberto Scotti di Dj Mag Italia. Prima dello stop per la pandemia da Covid-19, Garnier non si è mai fermato: il documentario lo segue dai set davanti a 15mila persone al Sonar di Barcellona al club Womb di Tokyo. È diventato un’istituzione, anche tra le istituzioni. Nel 2010 ha suonato alla Salle Playel di Parigi, «la sala più spaventosa di tutta la Francia», nel 2019 la sua musica ha accompagnato la retrospettiva sulla storia dell’elettronica alla Philarmonie di Parigi. Nel 2017 ha ricevuto la medaglia come Cavaliere della Legion d’Onore dall’ex ministro della Cultura francese Jack Lang. 

Laurent Garnier: La techno è politica

Cosa è rimasto delle battaglie degli anni Ottanta e Novanta? «Non sono un nostalgico – dice Garnier -, la scena non era meglio prima, era solo diversa. La nostra musica guarda sempre al futuro. Per questo l’inizio del Covid è stato così difficile, non riuscivo nemmeno ad ascoltare musica techno. Ma non ho mai creduto che il passato fosse meglio. Penso sempre a come fare a portare la musica alle persone, a come farla capire». Nemmeno la dimensione politica del clubbing è tramontata, secondo Garnier. «Vent’anni fa le persone che ascoltavano techno non avrebbero mai votato la destra. Quando, durante le presidenziali del 2017, ho suonato un brano contro la destra, la gente si è lamentata. Ora si dice che si può votare a destra e ascoltare musica house o techno. Io dico di no. C’è più razzismo di qualche anno fa, più persone lottano per i diritti lgbtq ma più persone sono omofobe. Le battaglie di oggi sono più importanti che quelle di qualche anno fa. Entrare in un club, dove se sei bianco, nero, gay o eterosessuale fa lo stesso, è un gesto molto politico»

 Il Bassiani di Tbilisi

Lo dimostra, lo si vede nel documentario, l’esperienza della Georgia. Nel 2018 il nuovo altare del clubbing internazionale, il Bassiani di Tbilisi, è teatro di un raid delle forze armate georgiane, mitraglia in mano. Il motivo è la lotta agli stupefacenti nel Paese. Sessanta arresti tra cui quelli dei cofondatori, che da sempre dichiarano di avere tolleranza zero per lo spaccio di droga nel locale.  Un giorno dopo, migliaia di giovani scendono in piazza a protestare davanti al Parlamento della Georgia contro il raid. Lo slogan: ‘Balliamo insieme, lottiamo insieme’.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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