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L’artivismo di Eugenio Viola alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

Intervista a Eugenio Viola. «L’arte dovrebbe confrontarsi in modo dialettico – e polemica se necessario – con le contraddizioni della contemporaneità». Storia della Notte e Destino delle Comete alla Biennale d’Arte 2022

Io mi son un che penso e sempre è il mio domani 

Eugenio Viola e Gian Maria Tosatti per il Padiglione Italia alla Biennale Arte 2022

Eugenio Viola è curatore del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2022, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e dal Direttore Generale Onofrio Cutaia e realizzato anche grazie al sostegno dei main sponsor Valentino e Sanlorenzo. 

Per la prima volta nella storia dell’Esposizione Internazionale veneziana un solo artista rappresenterà il nostro Paese: Gian Maria Tosatti (Roma, 1980), che inoltre è giornalista, scrittore e direttore artistico della Quadriennale di Roma. 

«Ho conosciuto Gian Maria nel 2011 a Roma. Ero in visita a una sua mostra che si intitolava Testamento – devozioni X. L’ho ritrovato poi a Venezia, in occasione della Biennale, per caso, per strada, e lì abbiamo deciso di sviluppare insieme un progetto a Napoli che sarebbe poi diventato una lunga saga curatoriale: Sette Stagioni dello Spirito». Un progetto triennale, curato da Viola, organizzato e promosso dalla Fondazione Morra, con il sostegno della Galleria Lia Rumma e del Museo MADRE, in stretto dialogo con la città partenopea e i suoi abitanti. 

«È un ciclo espositivo sviluppatosi tra 2013 e 2016 all’interno di diversi spazi abbandonati e disseminati per la città, conclusosi al MADRE con quella che è anche stata la mia ultima esposizione da curatore presso l’istituzione napoletana. Un’esperienza che per metodologia e prassi ha esulato dal concetto tradizionale di mostra. Il progetto ripercorreva le tappe del Castello interiore, il testo scritto da Santa Teresa d’Avila che suddivide l’animo umano in sette stanze; luoghi interiori che Tosatti ha trasfigurato in monumentali installazioni ambientali trattate come capitoli di un libro in cui si intersecano riferimenti letterari, teatrali, filosofici, storici e aneddotici». 

L’arte di Gian Maria Tosatti 

La poetica di Gian Maria Tosatti è legata all’arte ambientale e ad azioni performative, di cui Viola ha potuto constatare l’evoluzione nel tempo in prima persona.  «Negli ultimi venti anni, Tosatti ha creato un corpus di opere coerente che costituisce un unicum nell’ambito del panorama artistico italiano. I lavori di Tosatti, non sono semplici installazioni ambientali ma dispositivi inter-mediali complessi che incrociano i destini dell’arte e dell’abitare (Angelo Trimarco) con una complessa rete di riferimenti storici, artistici, sociali, politici, letterari e teatrali. Osservando il suo lavoro nel suo complesso, e con uno sguardo retrospettivo, è evidente come Tosatti abbia realizzato una costellazione di opere in cui l’una è origine e causa della successiva. Elemento comune: un’ambiziosa sintesi delle arti, in cui confluiscono elementi legati all’environment e alla performance per destabilizzare, rispettivamente, le coordinate spaziali e temporali del visitatore, per stimolare meccanismi d’interazione e di partecipazione, fisica ed emotiva, e sfidare la tradizione utopico-avanguardista del Gesamtkunstwerk, dell’opera d’arte totale».

Eugenio Viola: da Napoli a Bogotá

Dopo il MADRE di Napoli e il Perth Institute of Contemporary Arts in Australia, oggi Eugenio Viola è Capo Curatore al Museo di Arte Moderna di Bogotá, in Colombia. Una carriera – sviluppata tra istituzioni museali estere e italiane, all’apparenza diverse per modus operandi e proposte culturali – in cui l’approccio scientifico all’arte è stato sempre al primo posto. «Nella mia pratica curatoriale, l’accuratezza della ricerca e il rigore metodologico sono alla base della costruzione di un discorso espositivo»

«Non parlerei tanto di differenze tra istituzioni italiane ed estere, quanto di specificità territoriali. Anche in Italia esistono peculiarità che distinguono il tipo di lavoro che un’istituzione culturale applica nella comunità di riferimento. Posso affermare di aver ritrovato nei miei spostamenti per il globo alcuni aspetti del mio contesto originale, cioè Napoli e tutta quella miscela di elementi che la rendono un posto unico al mondo».

Il curatore ha trascorso il lockdown in Bogotá. Il suo pensiero sul ruolo attuale dell’arte e come il mondo della cultura si stia realmente modificando e stia reagendo dopo due anni di pandemia e una guerra in atto. «Ho vissuto la pandemia nel contesto colombiano e va premesso che in Colombia l’emergenza sanitaria ha accresciuto di molto i problemi già esistenti, ha aumentato la povertà delle piccole economie informali, di chi vive alla giornata. Con il lockdown tutto si è fermato anche qui. La gente moriva di fame. E la fame genera rabbia, violenza, durante la terza ondata eravamo nel pieno dell’agitazione sociale. La pandemia è un problema in più fra i già tanti che affiggono il Paese. Ma siccome la gente ha bisogno di normalità, il Mambo è rimasto aperto il più possibile, ed è stato il primo museo a riaprire, a principio di settembre del 2020. Quando era chiuso mi sono inventato il primo progetto artistico nazionale che si è confrontato con la pandemia. Invitando gli artisti a proporre opere che avevano realizzato durante l’isolamento come un inserto pubblicato sul quotidiano El Tiempo, equivalente dell’italiano Corriere della Sera. Uscivano il sabato e la domenica, per un totale di sessanta pubblicazioni. Da maggio a dicembre. In un certo senso è stato anche un progetto sociale».

Il ruolo sociale dell’arte: pillole di artivismo

L’arte è anche fatta di ritorni in auge, pure sul piano della critica. Già negli anni Settanta, lo storico dell’arte inglese Francis Haskell iniziò ad approfondire il legame tra arte e impegno civile con Arte e linguaggio della politica (S.P.E.S., 1978); seguirono poi studi sull’utilizzo dell’arte come strumento per instaurare un dialogo esplicitamente critico rispetto alla globalizzazione, alla crisi umanitaria e ambientale. Riguardo quest’ultima risulta interessante ricordare il testo Difesa della natura. Discussioni 1978-1984 di Joseph Beuys, curato da Lucrezia De Domizio Durini (nuova edizione Lindau, 2019). 

A fine anni Novanta, si giunse al neologismo ‘artivismo’. Come recentemente ha evidenziato Martha Gonzalez in [email protected] Artivistas. Music, Community, and Transborder Tactics in East Los Angeles (University of Texas Press, 2020), questa crasi è nata attorno al 1997 da incontri tra artisti chicani residenti a Los Angeles e gli appartenenti al gruppo Big Frente Zapatista, che tramite eventi artistici e musicali delinearono un rapporto privilegiato tra il fare arte e l’attività politica. Una sorta di ritorno post-moderno dell’espressione nulla ethica sine aesthetica. 

In Italia, dieci anni dopo, il videoartista Giacomo Verde nella monografia autobiografica Artivismo tecnologico (Edizioni BFS, 2007) rimarcava che l’arte, in quanto azione pubblica, è sempre politica anche se non vorrebbe. L’ibridazione tra arte e attivismo dovrebbe produrre una doppia azione: nel campo attivista dare più spazio alla comunicazione creativa e nel campo artistico aumentare il senso di responsabilità politica delle proprie scelte

Oggi, Vincenzo Trione in Artivismo. Arte, politica, impegno (Einaudi, 2022), afferma che l’arte abbia il potere arditamente poetico di svelare lati del presente che noi, da soli, non avremmo né il coraggio né la forza di cogliere. È un modo per suscitare intensità affettive disturbanti: tensioni, gesti, reazioni. Nel secondo capitolo del testo, Trione eleva a emblema di coraggio di dire, qualità intrinseca dell’artivista, l’azione performativa di Fabio Mauri presso la galleria d’Arte Moderna di Bologna, datata 31 maggio 1975. Intellettuale, il titolo di quest’opera: Mauri rese l’amico e collega Pier Paolo Pasolini schermo umano su cui proiettare il suo film Il Vangelo Secondo Matteo. Una responsabilizzazione pubblica dell’autore del lungometraggio, ‘costretto’ a sperimentare su sé stesso gli effetti della sua opera di fronte al pubblico. 

Eugenio Viola, Bogotá, 2022, foto CAMO (Camilo Delgado Aguilera)

L’artivismo secondo Eugenio Viola

Artivismo come luogo ibrido dove si oltrepassano limiti, si libera criticamente l’immaginazione, dove emerge un linguaggio completamente nuovo. E le questioni socio-culturali, identitarie e politiche ritornano anche nei progetti di Viola (e di Tosatti) che abbraccia il ruolo di curatore-artivista. Non un impegno prêt-à-porter ma una dedizione che lo caratterizza sin dalle sue prime curatele anche per lo studio approfondito e ‘in prima linea’ di specifiche poetiche, come ad esempio possono dimostrare le tre personali, a distanza di pochi anni l’una dall’altra, dedicate all’arte della francese Orlan tra il Musée d’Art Moderne de Saint Etienne Métropole (2006-2007), il Tallinn Kunsthall (2008) e la Chiesa di San Matteo a Lucca (2010-2011). 

Rispetto alla nozione di artivismo e all’impegno civile insito nel progetto concepito per il Padiglione Italia, Viola afferma, «citando la mia amica Tania Bruguera (N.d.A., performance artist e attivista cubana), mi definisco un ‘artivista’ perché faccio politica con i progetti che presento. Tutto oggi è iper-estetico: la pubblicità, i videoclip, i trailer, la politica, la vita stessa. Io credo che l’arte debba confrontarsi in maniera dialettica e, se necessario, polemica, con quelle che sono le contraddizioni e le lacerazioni della contemporaneità. Non necessariamente prendendo un punto di vista. Anzi, ritengo che le opere, un progetto, una mostra, un padiglione siano riusciti solo se una volta terminata l’esperienza di visita te ne vai con più domande di quando sei arrivato. Se questo transfert funziona, vuol dire che la mostra o il progetto funzionano. Sarà sicuramente un Padiglione Italia che getterà luce su tutta una serie di criticità sociali – per l’appunto – che riguardano il nostro Paese. Criticità che per induzione partono da una fattispecie specifica per giungere al generale, che poi è quello che sa fare l’arte quando è grande».

Storia della Notte e Destino delle Comete: il progetto espositivo di Eugenio Viola per il Padiglione Italia alla Biennale d’Arte 2022

Storia della Notte e Destino delle Comete è un titolo evocativo scelto per la mostra all’interno del Padiglione Italia, che, inoltre, si lega a quello mistico e surreale assegnato da Cecilia Alemani alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte, Il latte dei sogni. Distopia, revanscismo socio-culturale e una proposta di un’altra possibile realtà: ecco che lettura sull’attualità Viola avanzerà, assieme a Tosatti, all’interno delle Tese delle Vergini. 

«L’opera funzionerà come uno grande dispositivo esperienziale. Ciascuno di noi, di voi, attraversandola dovrà fare i conti con sé stesso e proiettarsi in una visione che si presta anche a una lettura distopica. Il tema indicato da Cecilia Alemani, curatrice della 59. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Il Latte dei Sogni si ispira all’omonimo libro dell’artista surrealista Leonora Carrington e si basa sull’idea che i mezzi messi a disposizione dell’arte possano offrire dispositivi in grado di reinventare la realtà. In questo senso, l’opera parte dalla materia offerta dalla realtà presente per mischiarla con la letteratura, la performance, il teatro, le arti visive e l’architettura e conferire forma a immagini che vogliono essere una guida, una scintilla per il futuro. Una piccola lucina nella notte, come una lucciola». 

Lucciole di cui proprio Pasolini denunciava la scomparsa con l’articolo Il vuoto del potere (Corriere della Sera, 1° febbraio 1975): immagine poetica che simboleggia le tragiche conseguenze socio-politiche del nuovo capitalismo in Italia. Una presa di posizione nata dalla disincantata constatazione della sparizione di questi piccoli coleotteri bioluminescenti a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, che, secondo lo storico dell’arte e filosofo Georges Didi-Huberman, in Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze, metaforizzano l’umanità ridotta alla sua più semplice potenza di farci segno, lumicino corrusco che scompare dinnanzi agli sfolgorii dei riflettori delle torri di guardia, degli spettacoli politici, degli stadi di calcio, dei palcoscenici televisivi (Bollati Boringhieri, 2010). 

rispetto alla crisi ambientale in corso, incoraggiando un dibattito pubblico sul paesaggio urbano e le ecologie sostenibili, Storia della Notte e Destino delle Comete fa espressamente riferimento all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (sottoscritta nel settembre 2015 da centonovantatre Paesi membri dell’ONU).

«Storia della Notte è una metafora che si offre a molteplici interpretazioni, un titolo che si riferisce a uno dei potenzialmente infiniti scenari possibili e che parte dalla storia particolare dell’ascesa e del declino del cosiddetto ‘miracolo italiano’». 

Un percorso denso di tensione etico-politica, a tratti straniante, quello che attende il pubblico in vista ai circa duemila metri quadri del Padiglione Italia ma che potrebbe culminare con una possibilità di redenzione, una scintilla di umanità. 

«Il visitatore si troverà catapultato in uno scenario familiare, ma a tratti disturbante, che si conclude con una vera e propria epifania. Il percorso espositivo è strutturato con un impianto teatrale che articola la narrazione in un prologo e due atti distinti e consecutivi: la Storia della Notte e il Destino delle Comete. Lo spazio della prima Tesa costituisce una sequenza di scenari spiazzanti, un’infilata di spazi in cui si susseguono ambientazioni che evocano La Dismissione di Ermanno Rea (Feltrinelli, 2002) e che somigliano alla distesa di capannoni diffusi nel paesaggio fra Ragusa e Cremona, l’unico panorama paradossalmente omogeneo di un ipotetico viaggio nell’Italia di provincia. Questa prima parte del percorso prepara a una visione finale in cui l’immaginario si ribalta e si aprono nuove prospettive, ma soprattutto un respiro di ottimismo».

Una cometa dunque capace di irradiare il notturno, forse addirittura portatrice di vita sulla Terra come avanzano alcuni recenti studi scientifici (Università degli Studi di Napoli Parthenope, 2004). Si tratta anche di un’immagine che ricorda sul versante poetico Alla cometa di Halley, di Giovanni Pascoli, pubblicata sulla rivista Il Marzocco il 9 gennaio 1910: non v’era altro che te nel cupo cielo esangue, che tu sferzavi con la tua criniera. Visioni spesso catastrofiche quelle associate a questo corpo celeste ma che all’interno delle terzine pascoliane sono controbilanciate dalla capacità umana di pensare, auspicabilmente in grado di innalzare la dignità umana rispetto ai deliri di onnipotenza e alla violenza che albergano sulla Terra: l’aiuola che ci fa tanto feroci per Dante che la guarda dall’Empireo (Paradiso XXII, v. 151). 

Venezia per Eugenio Viola 

Viola torna alla Biennale dopo la 56. edizione che lo vide impegnato presso il Padiglione dell’Estonia, a Palazzo Malipiero: il suo rapporto con Venezia e l’immaginario storico-artistico della laguna.

«Torno dopo un’esperienza bellissima che è stata anche un’enorme responsabilità: la prima personale di Jaanus Samma fuori dal suo Paese, dal titolo Not Suitable For Work. A Chairman’s Tale, per il Padiglione dell’Estonia alla Biennale Arte 2015. Il progetto raccontava un caso di omodiscriminazione nell’Estonia sovietica, occupata da Stalin, ma guardava alla storia recente perché poco prima dell’inaugurazione, Vladimir Putin e le sue leggi omofobe avevano invaso la Crimea e aveva promulgato la famigerata legge sulla ‘propaganda omosessuale’. Un approccio archeologico al presente: appellarsi al passato per mettere in discussione l’attualità». 

«Venezia, la sua condizione così particolare ed estremamente fragile, il suo destino che la vede indissolubilmente legata all’acqua, da cui è emersa e da cui è anche costantemente minacciata, forse – e più ancora della sua storia iconografica – costituisce un ambito di riflessione interessante per comprendere certi temi affrontati dal Padiglione Italia».

Eugenio Viola 

Nato a Napoli nel 1975, vive e lavora a Bogotá, Colombia, dove è Capo Curatore del MAMBO – Museo de Arte Moderno de Bogotá. Attualmente è anche il curatore del progetto espositivo Storia della Notte e Destino delle Comete per il Padiglione Italia alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. Ha curato oltre settanta mostre in Italia e all’estero e più di cinquanta tra cataloghi e libri, collaborando inoltre a numerose pubblicazioni internazionali.

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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