VALSECCHI MARMI
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Marmo, dalla gloria del passato ai nuovi impieghi: non è imitabile

Le tecniche per tagliarlo e trasportarlo, i surrogati, il riciclo degli scarti, il recupero dell’acqua. Andrea Valsecchi racconta la lavorazione del marmo

I colori del marmo

Il marmo arriva da tutto il mondo, e ogni zona ha il suo colore: dalla Russia se rosso, dal Brasile se azzurro. C’è anche l’onice, una pietra più friabile e fragile, ma dai colori più vividi – verde e arancione. Proviene in prevalenza dall’Iran. Anche granito, quarzite. Le pietre semipreziose come malachite, agata. A fare la differenza è la composizione, decisa dalla terra e dal passare degli anni. Sono materiali e cromatismi che Andrea Valsecchi conosce. «Alcune colorazioni cambiano nome in zone diverse del mondo. Il marmo primavera si chiama così da noi perché riunisce il bianco, il verde e il rosa e sembra un prato fiorito. Altrove cambia nomenclatura. Stessa cosa per un misto di bianco e nero: noi lo chiamiamo marmo panda»

Valsecchi Marmi, Locarno

Da cinque generazioni Valsecchi Marmi Graniti & Parquet lavora questi materiali. Fondata nel 1920, ha compiuto i 100 anni di attività. Base in Svizzera, a Locarno, produce in parte in Italia e ha clienti esteri: «Anni fa il marmo godeva di maggiore popolarità, poi si è iniziato a pensare fosse pesante e che andasse bene solo per le chiese. Negli anni Duemila c’è stata una ripresa, ma con un tipo di pietra diverso, più leggero. È impiegato in ambiti che non sono più solo bagno e cucina», spiega Valsecchi. «Abbiamo realizzato diffusori, sottopiatti, candele, anche poltrone. Li accompagniamo ai metalli dorati – ogni pezzo è su misura». Un tavolino da caffè con la superficie increspata dalle onde, per ricordare il mare. Ciotole con forme e curve diverse. Pouf squadrati, vasche da bagno scavate a mano. «Cerchiamo di rendere leggere anche le strutture che non lo sono. Una vasca pesa circa 900 chili, necessita di essere snellita». 

La lavorazione del marmo

Ogni generazione ha vissuto un cambiamento. «Abbiamo iniziato nel 1920 usando il marmo della zona, ricavato dalla nostra cava. Si estraeva il gneiss, una pietra rustica e grigia impiegata per fare le tegole delle case. Il mio prozio Nino Valsecchi (seconda generazione) ha ampliato la lavorazione al granito». Negli anni Settanta sono iniziati i viaggi, «e l’acquisto di nuove tipologie di marmo». Nel 1987, il padre di Andrea rileva l’azienda e introduce una novità tecnologica: «I macchinari a controllo numerico. Servono per tagliare le lastre. All’epoca si faceva tutto a mano. Rompono la pietra con un getto di acqua e sabbia ad alta pressione. Agiscono con precisione e servono per tagliare i pezzi destinati ai pavimenti. In altri casi si rifinisce a mano». A volte si procede anche alla tintura delle lastre di pietra, ricorrendo a bagni di colore. Un esempio: la colorazione in rosa acceso simile a quella dell’ascensore di Fondazione Prada.

Le alternative al marmo

Andrea guida l’attività insieme a suo padre da due anni. Ha applicato l’uso delle pietre ad alcuni oggetti di design come i cubi in onice, retroilluminati. Valsecchi ha inserito un nuovo materiale, in diffusione crescente: il grès. «Una ceramica che replica il marmo, imitandone la texture e la struttura. Lo consigliamo soprattutto per i bagni e le cucine, data la facilità di manutenzione. È meno pregiato della pietra reale, ma più comodo e più facile da pulire con i detersivi. Le lastre in grès sono spesse circa sei millimetri, mentre quelle in marmo sono circa di due centimetri. Il marmo ha venature e sfumature naturali che sono imprevedibili e non replicabili. Nessun materiale potrà restituirle uguali. Il grès è suddiviso in piastrelle, perciò adatto a pareti o pavimentazione, ma non per realizzare altri oggetti per i quali serve una forma iniziale differente, per esempio cubica». Per i cento anni dall’inizio dell’attività hanno pensato una collezione di oggetti quotidiani in due versioni, marmo e grès. Nel metterla a punto Andrea Valsecchi è stato influenzato dai suoi studi, svolti all’Istituto Marangoni di Milano. Le tecniche di lavorazione restano in mano agli artigiani dell’azienda. Circa una trentina, ognuno specializzato in un settore. Il prodotto finale richiede rifiniture: «Non c’è solo il marmo lucido. È anche opaco, o effetto leather»

Gli scarti di lavorazione del marmo

Negli ultimi anni l’azienda ha applicato pratiche a basso impatto ambientale. «Dal 2013 abbiamo inserito pannelli solari sui tetti. Con questi produciamo circa il 60% dell’energia», spiega Valsecchi, che ha anche avviato il riutilizzo degli scarti di produzione. «Il materiale che ricaviamo deve spesso essere un po’ in eccedenza, per prevenire rischi. Una lastra si può rompere, o può avere delle venature che non piacciono al cliente. Per questo motivo alcuni pezzi restano in magazzino. Sono impiegati per realizzare vassoi, vasi, sottopiatti, top dei tavoli e cubi colorati». In alcuni casi gli scarti sono antichi, risalenti alle precedenti generazioni Valsecchi. «Avevamo in casa una lastra di onice di almeno cinquant’anni. L’abbiamo usata per fare un cubo-tavolino. Tempo fa abbiamo realizzato una spa privata in agata blu. È stata riutilizzata per la superficie dei tavoli». Siamo così in grado di produrre oggetti con costi contenuti – il prezzo si basa infatti solo sulla lavorazione, dato che non è impiegato materiale nuovo. «La cava non fornisce pietra all’infinito», chiude Valsecchi. «Quello che si ottiene non va mai sprecato». 

L’azienda Valsecchi si occupa di interni, esterni, SPA & Hotel. Sul sito c’è una timeline che racconta l’evoluzione e la storia. Nel 2010 c’è il primo showroom, nel 2013 la delocalizzazione della produzione. 

Elisa Cornegliani

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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