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Creme solari tossiche: quali alternative per noi e per i coralli

Ossibenzone ed octinoxate, ingredienti comuni delle creme solari sul mercato, provocano lo sbiancamento dei coralli. Le protezioni reef safe a base di zinco e titanio sono un’alternativa

Inquinamento da creme solari: i rischi 

Nel maggio 2018 Hawaii è diventato il primo stato degli Stati Uniti a vietare la vendita e l’utilizzo di creme solari contenenti due sostanze chimiche, l’ossibenzone e l’octinoxate. Nel 2021 anche la città di Key West, in Florida, ha fatto lo stesso. Le Isole Vergini americane e lo stato di Palau, nelle Isole Marshall, hanno bandito anche l’ottocrilene, che sarà vietato dalle Hawaii entro il 2023. In Messico alcune aree adibite alla pratica dello snorkeling, come lo Xel-Há Park di Tulum e il Chankanaab Beach Adventure Park di Cozumel vietano l’uso di creme solari non biodegradabili. Ossibenzone e octinoxate sono due composti organici per la protezione solare, che impediscono ai raggi UV di penetrare nella pelle. Entrambi gli elementi si trovano, oltre che nelle creme solari, anche in alcune fragranze per il corpo, prodotti per le acconciature, balsami labbra, sapone per stoviglie e olii da bagno. Questi componenti hanno un effetto inquinante per l’ecosistema marino, soprattutto per le barriere coralline. Nel 2016 Craig A. Downs, direttore dell’organizzazione no-profit Haereticus Environmental Laboratory (HEL) ha svolto uno studio insieme ad altri ricercatori della ‘National Oceanic and Atmospheric Administration’, agenzia federale statunitense che si interessa di oceanografia. Downs ed i suoi colleghi hanno evidenziato come il corallo, se esposto a ossibenzone e octinoxate, mostrasse segni di sofferenza, inclusi danni al DNA; anomalie nella crescita e nello scheletro e sbiancamento. 

Le cause dello sbiancamento dei coralli

Lo sbiancamento si verifica quando le zooxantelle, alghe fotosintetiche che vivono all’interno dei coralli, vengono espulse per via di temperature dell’acqua più alte della media e altri fattori inquinanti. I coralli vivono in simbiosi con le zooxantelle, che assorbono la luce solare e svolgono la fotosintesi per nutrire il corallo. L’espulsione delle alghe zooxantelle rende il corallo vulnerabile alle infezioni e gli impedisce di ottenere i nutrienti di cui ha bisogno per sopravvivere. Lo sbiancamento è talvolta reversibile: se lo stress è solo temporaneo le alghe potrebbero ritornare al corallo. Se, invece, lo stress è prolungato o troppo grave, lo sbiancamento continua e il corallo muore.  Downs e gli altri ricercatori hanno raccolto campioni di planula corallina – larve di corallo – e li hanno esposti alle tossine. Così facendo, hanno evidenziato come l’ossibenzone e l’octinoxate risultino tossiche anche a concentrazioni molto basse. «I baby coralli sono mille volte più sensibili alla sostanza chimica rispetto agli adulti – spiega Downs – dopo circa un’ora di esposizione all’ossibenzone, i baby coralli hanno iniziato a cambiare forma. Le loro bocche non si sono sviluppate normalmente e hanno iniziato a trasformarsi in scheletri rigidi, per poi morire»

I ricercatori hanno notato concentrazioni di ossibenzone diverse volte al di sopra della soglia in diverse aree protette: la concentrazione più alta era di 1.400.000 parti per trilione a Trunk Bay, una zona nel Parco Nazionale delle Isole Vergini americane. Le concentrazioni alle Hawaii variavano da ottocento parti per trilione a diciannovemila parti per trilione. I dati attestano che più del novanta percento della Grande Barriera Corallina si è sbiancato. Gli scienziati stimano che oltre il novanta percento delle barriere coralline in tutto il mondo saranno in pericolo entro il 2030 e le Nazioni Unite hanno previsto che tutte le barriere coralline Patrimonio dell’Umanità rischiano di morire entro il 2100. «L’utilizzo di prodotti contenenti ossibenzone deve essere vietato nelle aree in cui la conservazione della barriera corallina è un problema critico. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo perso circa l’ottanta percento del corallo presente nelle barriere coralline caraibiche», dice Downs. 

Barriera corallina nel Mar Rosso minacciata da ossibenzone ed octinoxate

Solari: la minaccia per l’ecosistema marino

Lo studio del 2016 ha rafforzato i risultati di uno studio del 2008 condotto da alcuni scienziati italiani, tra cui Roberto Danovaro, biologo oggi presidente del Consiglio Scientifico del WWF Italia. Lo studio italiano è stato pubblicato sulla rivista Environmental Health Perspectives ed ha scoperto che gli ingredienti per la protezione solare comunemente usati, tra cui l’ossibenzone, hanno causato lo sbiancamento dei coralli nelle barriere coralline di tutto il mondo, incluso l’Oceano Atlantico, l’Oceano Indiano, e l’Oceano Pacifico, anche a basse concentrazioni. Utilizzando campioni di barriera corallina prelevati da Indonesia, Messico, Thailandia ed Egitto, lo studio ha dimostrato come l’aggiunta di crema solare anche in quantità molto basse ha provocato il rilascio di grandi quantità di muco di corallo – composto da zooxantelle e tessuto di corallo – entro quarantotto ore e il completo sbiancamento dei coralli duri entro novantasei ore. Lo studio ha stimato che il dieci percento delle barriere coralline del mondo è minacciato dall’inquinamento da creme solari. 

Nel 2015, inoltre, Philippe Lebaron, professore di microbiologia ed ecologia marina dell’Osservatorio Oceanologico di Banyuls-sur-Mer, in Francia, ha avviato un programma di ricerca per analizzare l’impatto dei filtri solari sull’ambiente marino. «Abbiamo visto subito che, per via della loro natura idrofoba, i filtri solari rimanevano poco concentrati nell’acqua e si depositavano rapidamente sulle superfici in fondo al mare sulla sabbia e su altri sedimenti», ha spiegato. Dopodiché è stato avviato uno studio ecotossicologico, osservando in che modo i filtri solari potessero essere tossici per diversi organismi fitoplanctonici e zooplanctonici e per i coralli. Non sono solo ossibenzone e octinoxate ad avere effetti inquinanti. Tra gli altri composti chimici dannosi: benzofenone-1, benzofenone-8, OD-PABA, canfora 4-metilbenzilidene, canfora 3-benzilidene, biossido di nano-titanio, ossido di nano-zinco. I dati attestano che ogni anno quattordicimila tonnellate di crema solare contenenti queste sostanze vengono immesse nell’oceano. I composti avvelenano il corallo e risalgono la catena alimentare fino ai pesci ed ai frutti di mare commestibili. Alcune ricerche dell’HEL hanno evidenziato la presenza dell’ossibenzone in ostriche, gamberi, aragoste e granchi blu. Anche platelminti, alghe e anemoni, altre specie di invertebrati marini, sono suscettibili all’inquinamento causato da questi composti organici.

Alternativa alle creme solari 

Le creme solari in Europa ed Australia solitamente non contengono ossibenzone. È quanto emerge dalle osservazioni di Markus Schwind, chimico della BASF, azienda chimica tedesca che sviluppa e produce filtri UV. «Le aziende europee hanno sviluppato filtri UV innovativi e migliori. Rispetto agli anni Settanta, oggi viene prestata molta più attenzione al fatto che le nuove sostanze non solo riducano il rischio di cancro alla pelle, ma siano anche sicure per l’ambiente». Gli fa eco Diana Slijkerman, ecologista presso la Wageningen University and Research nei Paesi Bassi. «L’ossibenzone è ancora utilizzato nei prodotti americani. Le creme solari contengono molti ingredienti antiquati, poco usati nel resto del mondo. Questo accade perché la Food and Drug Administration statunitense non ha approvato i moderni filtri UV, nonostante siano impiegati da anni in altri Paesi». Già da qualche anno l’alternativa alle creme solari inquinanti c’è ed è costituita dai cosiddetti prodotti ‘reef safe’, letteralmente ‘sicuri per i coralli’. Solitamente questi prodotti sono a base di ossido di zinco o biossido di titanio non nanotizzati – ovvero contenenti ingredienti con un diametro di cento nanometri o più.  Le nanoparticelle non rivestite di ossido di zinco e biossido di titanio possono essere tossiche per coralli, pesci e altri organismi della barriera corallina. La loro tossicità deriva sia dalle loro minuscole dimensioni e dalla loro interazione con le cellule, sia dal fatto che causano stress ossidativo alla luce del sole.

Solari ‘reef safe’ come soluzione per le barriere coralline

«Il termine ‘reef safe’ purtroppo non ha una definizione unica. Ciò significa che i produttori di creme solari non sono tenuti a testare e dimostrare che i loro prodotti non danneggeranno la vita acquatica – dice Craig Downs – e anche se lo facessero, con più di cinquemila persone che entrano in acqua in una singola spiaggia, i componenti della maggior parte dei prodotti, anche dei più sicuri, potrebbero indurre tossicità se rilasciati in quantità eccessive». 

Una certificazione biologica non garantisce che una crema solare sia sicura per l’ambiente. Un certo numero di oli a base vegetale può essere tossico per gli organismi della barriera corallina, in particolare gli artropodi. «Gli oli di neem, eucalipto e lavanda, che vengono utilizzati in alcuni filtri solari organici, hanno applicazioni come repellenti per insetti o insetticidi. Questo suggerisce che potrebbero avere una maggiore tossicità relativa per gli invertebrati. Altri ingredienti come la cera d’api possono essere contaminati da una varietà di fungicidi e insetticidi industriali. Gli ingredienti biologici, o qualsiasi ingrediente di un prodotto, dovrebbero essere sottoposti a test tossicologici», spiega Downs.  

I polimeri di silicone, i silossani ciclici e altre alternative agli oli suscitano qualche preoccupazione. Questi composti di organosilicio non sono biodegradabili e possono bioaccumularsi negli organismi acquatici e marini, inclusi i pesci commestibili. Molte lozioni per la protezione solare contengono conservanti, che sono una minaccia ambientale. «I parabeni sono conservanti che inibiscono la crescita di funghi e batteri. A concentrazioni più basse possono agire come feromoni e interferenti endocrini, mentre a concentrazioni più elevate possono essere acutamente tossici per gli invertebrati. Un altro conservante, il fenossietanolo, era originariamente usato come insetticida e può essere tossico a basse concentrazioni per gli invertebrati, dai gamberetti ai ricci di mare», illustra Downs.

Cartelli di sensibilizzazione alle Hawaii contro l’uso di creme solari

Sostanze nocive per il mare

Molti ingredienti dannosi per la vita marina, come l’octocrilene, l’omosalato e l’ottisalato, sono targati come ‘reef safe’, pur non essendolo. Uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista ‘Science of the Total Environment’, ad esempio, ha scoperto che l’octocrilene potrebbe influenzare negativamente lo sviluppo del cervello e del fegato nel pesce zebra. Joseph Cannillo, biologo membro del ‘Comitato dei benemeriti della Fondazione italiana biologi’, dice: «Ci sono molte piante che possono aiutare nel creare una barriera contro gli ultravioletti. L’olio di canapa potrebbe essere uno, ma anche l’erba medica o l’alloro. Ci sono principi attivi che si trovano nelle piante con cui si possono produrre cosmetici e creme solari totalmente bio. Certo il prezzo aumenta, sono prodotti che richiedono ricerca e impiego di ingredienti costosi». ‘HEL’ ha stilato una lista di ingredienti nocivi per l’ambiente marino e ha progettato una certificazione, chiamata ‘Protect Land + Sea’. I prodotti etichettati con il sigillo ‘Protect Land + Sea’ sono stati testati in laboratorio utilizzando tecniche analitiche-forensi per verificare che siano privi di sostanze chimiche. Per essere certificati i prodotti seguono una rigida combinazione di test chimici e vengono continuamente controllati. Tra i solari considerati ‘reef safe’ e certificati da ‘HEL’: la crema solare per bambini ‘Sunblocz Baby & Kids’, contenente ossido di zinco non nanotizzato; la crema SPF 30 di ‘Stream2Sea’, a base di biossido di titanio non nanotizzato e contenente una miscela antiossidante di tè verde, tulsi, wakame e foglie di olivo; i solari ‘Badger’ allo zinco; i solari ‘Tropic’ con acido ialuronico e altri ingredienti naturali.

Come tutelare le barriere coralline

A prescindere dall’utilizzo di solari ‘reef safe’ ci sono altre strategie attuabili per evitare gli effetti che hanno i prodotti con ossibenzone ed octinoxate. Un approccio consiste nel vietare l’uso di prodotti che contengono ingredienti pericolosi nelle aree in cui le barriere coralline sono più suscettibili all’esposizione. «Questo tipo di politica potrebbe essere l’approccio più semplice ed economico, almeno in aree cruciali per la conservazione e il ripristino attivi della barriera corallina, come i vivai della barriera corallina», dice a tal proposito Craig Downs. Un secondo approccio prevede una campagna di pubbliche relazioni, da attuare nelle aree come parchi marini, che informa i visitatori ed i residenti sull’impatto ambientale dell’inquinamento da creme solari e chiede loro di utilizzare prodotti solari senza ingredienti pericolosi. «Un esempio attuale di questa strategia è la campagna del ‘National Park Service’ degli Stati Uniti intitolata ‘Proteggi te stesso, proteggi la barriera corallina’. Ho parlato con alcuni proprietari di negozi di immersione e operatori di resort a proposito della progettazione e l’implementazione di campagne di pubbliche relazioni simili. Molte di queste aziende offrono una selezione di prodotti solari privi degli ingredienti tossici elencati dagli eco parchi messicani o dal sito web MarineSafe.org. Alcuni resort e negozi di immersione offrono gratuitamente ai propri ospiti creme solari sicure per i coralli», continua Downs. Una terza strategia è convincere le persone a ridurre la quantità di crema solare che usano. L’applicazione della lozione solo su collo, viso, piedi e dorso delle mani può ridurre del novanta percento il carico di crema solare nell’acqua. Una quarta opzione prevede che i consumatori richiedano innovazione ai produttori per quanto riguarda la formulazione dei loro prodotti. Commenta Craig Dawns: «Ci troviamo in un momento storico in cui l’industria può dimostrare la propria leadership sviluppando nuovi prodotti sostenibili dal punto di vista ambientale, che sono apprezzati dai consumatori, o rifiutare di adattarsi e subire conseguenze economiche e di reputazione. L’ascesa di successo di diverse aziende attente all’ambiente dimostra l’influenza dei consumatori che richiedono prodotti più sostenibili».

La situazione in Italia, il corallo rosso

In Italia il corallo rosso è diffuso soprattutto nella riserva marina di Portofino, in Liguria, e in diverse zone costiere della Sardegna, tra cui il tratto di costa di Alghero, noto come Riviera del corallo. Nel 2019, inoltre, ricercatori dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro hanno scoperto la prima barriera corallina del Mar Mediterraneo, che si trova a Monopoli, in Puglia. Questa barriera corallina supera i due kilometri di estensione ed è stata definita una biostruttura, ovvero una struttura vivente fatta da un insieme di blocchi di coralli, legati tra loro, con grotte e anfratti ricchi di vita e biodiversità. La peculiarità di questa barriera corallina è la sua posizione in profondità, che rende impossibile la presenza delle alghe.

Helan Genova 

Tra i marchi italiani produttori di solari ‘reef safe’ c’è Helan Genova, azienda specializzata nella formulazione e produzione di cosmetici naturali. Il solare ‘Monoï de Tahiti’ è una protezione 50+ antirughe, con filtro fisico non nanotizzato, che associa un sistema filtrante innovativo, efficiente e fotostabile ad un riparatore cellulare. ‘Vivaiodays’, con sede a Milano, è un brand di prodotti biologici per bambini fondato da una coppia di genitori. Certificato ‘Cosmos Organic’, il loro solare di punta è privo di nanomateriali ed è a base di curcuma. C’è poi ‘Insìum’, brand di cosmetica ‘pharma-natural’ nato in Friuli Venezia Giulia, che annovera tra i suoi prodotti diversi solari, privi di composti organici tossici e a base di estratto di alchechengi, ricco di beta-carotene, vitamina C e antiossidanti; oleo-tirosina, olio di luffa e acido oleico; palmitoyl hexapeptide-19, un peptide biomimetico; due forme di vitamina E; HSH, zucchero dalle proprietà idratanti.

Acqualaï 

Acqualaï, brand cruelty-free, ‘reef safe’ e sostenibile con sede a Castelvetro Piacentino, in Emilia Romagna. «Quando facciamo il bagno in zone molto affollate, i prodotti chimici che mettiamo sulla pelle impattano sulla superficie corallina», dice Giuditta, founder del brand. La linea Acqualaï comprende due solari e un doposole, con ossido di zinco non nanotizzato come unico ingrediente attivo. Grazie alla presenza del filtro fisico, la crema riflette i raggi UVA/UVB creando uno schermo protettivo in superficie, che evita le irritazioni e non penetra nell’epidermide. 

Anna Quirino

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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