Lampoon, La Contessa di Castiglione, Pierre-Louis Pierson
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Una conversazione con Benedetta Craveri: libero flusso di pensiero su La contessa di Castiglione

Sarà anche balzachiano e prosaico questo Ottocento, ma voglio difendere un momento cruciale del Risorgimento: la scrittrice vincitrice del Premio Bagutta racconta il suo metodo di documentazione 

La contessa. Virginia Verasis di Castiglione – il libro di Benedetta Craveri per Adelphi, Premio Bagutta

Uscito per i tipi di Adelphi, nella Collana dei Casi, La contessa. Virginia Verasis di Castiglione è il libro di Benedetta Craveri dedicato alla nobildonna, avventuriera e patriota italiana (Firenze 1837- Parigi 1899). Una donna al centro della trama storica del Risorgimento e dello scenario politico europeo. Femme fatale, padrona di varie lingue, Virginia Elisabetta Carlotta Antonietta Teresa Maria dei marchesi Oldoini, per matrimonio Contessa Verasis Asinari di Castiglione è ritratta da Craveri nella sua complessa verità di donna, ostinatamente indipendente, di instancabile attivista politica e spia al servizio degli ideali risorgimentali perseguiti da Cavour e da Costantino Nigra per il Piemonte sabaudo. Craveri la restituisce anche nella portata di agit prop culturale e di icona di stile, precorritrice di mode, creatività e riflessi culturali odierni. 

Il tutto, come sempre accade nell’approccio biografico della francesista, alla luce di un’immersione tra le lettere – la contessa era una vera grafomane – e tramite la consultazione di documenti non di rado poco noti o inediti. Un libro che consente non solo di comprendere la vitalità di donna Virginia, ma che aiuta a comprendere lo stage-set politico dell’Europa intera tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta dell’Ottocento, con al centro la Francia imperiale di Napoleone III. Non mancano inattese rivelazioni, che gettano nuova luce su un delicato passaggio storico e sul ruolo di ‘Nicchia’ di Castiglione, professionista della seduzione seriale, nella società del suo tempo in vari Paesi. 

Cesare Cunaccia intervista per Lampoon Benedetta Craveri: la scrittrice racconta la genesi de La Contessa

Per il mio libro sul Settecento più recente, Gli ultimi libertini – il ritratto di sette protagonisti dell’epoca, le cui sorti si intrecciano ai destini della Rivoluzione Francese – ci sono voluti sette anni di lavoro. Sono felice di averlo fatto, ma alla fine non ne potevo più. Sollecitata dai miei editori, ho deciso di occuparmi di un argomento che fosse più agevole e circoscritto, e di passare dal Settecento all’Ottocento. Anni fa ho partecipato a un Congresso di storici all’Accademia delle Scienze di Torino, in occasione del centenario di Costantino Nigra. Ritenuta specialista delle donne, mi hanno chiesto un profilo della Castiglione. Non ne sapevo praticamente nulla, tranne vaghi ricordi tratti dalle pagine di Ottocento di Salvator Gotta e da Gozzano. 

Ne avevo sentito parlare dai miei nonni piemontesi, che raccontavano di Cavour e della Castiglione come fossero usciti di casa in quel momento. La nonna Craveri, née Giacosa, amava ripetere l’aneddoto sulla Castiglione ‘Regina di Cuori’, al ballo mascherato parigino al ministero degli esteri il 17 febbraio 1857, scollatissima e sensuale. L’Imperatrice Eugenia le dice ironica, volgendo lo sguardo al cuore più grosso appeso tra gli altri all’inguine tramite la catena che la cinge: Comtesse, votre coeur c’est bien là. Ho una madre napoletana (la scrittrice e saggista Elena Croce, figlia del filosofo Benedetto, ndr.), ma sono per tre quarti piemontese. Passavo regolarmente le estati della mia infanzia nella campagna del Canavese. Ne volevo sapere di più sulla storia del nostro Risorgimento. 

Benedetta Craveri: il percorso di documentazione per la scrittura de La Contessa 

Mi sono documentata, come sono solita fare. Ho preso atto che della Castiglione ci si occupava soprattutto per le sue fotografie, consacrate dalle due mostre al Metropolitan di New York nel 1999 e al Musée d’ Orsay nel 2000. Le biografie assicuravano che non esistevano documenti e che quasi ogni cosa era andata dispersa con la vendita all’asta all’Hôtel Drouot nel 1952 voluta dagli eredi, nel cui catalogo compaiono citazioni. Seconda causa di difficile reperibilità, il rogo voluto dall’ambasciata italiana, all’indomani della morte della contessa nell’opprimente appartamento di Rue Cambon. Lo confermava Robert de Montesquieu. Mi sono immersa nella documentazione, con l’idea di prendermi finalmente una vacanza dal Settecento. Ho iniziato il percorso consultando migliaia di manoscritti inediti a Roma, presso l’Archivio Diplomatico, specie investigando nel lascito che il padre di Nicchia, il marchese Filippo Oldoini, che era stato più volte ambasciatore, aveva legato alla Farnesina. 

Le lettere della Contessa Virginia Verasis di Castiglione

Del padre alla madre, di lei a partire dai sei anni in poi, del figlio Giorgio, Baby, del povero marito Francesco, che ostinato seguita ad adorarla anche quando separato le fa la guerra e finisce in rovina per sostenere la sua fame di lusso. Le lettere scritte in italiano sono in un toscano diretto, brutale, quasi popolaresco. Come certa aristocrazia toscana usa ancora, Virginia, fiorentina di nascita e per parte di madre, donna Isabella Lamporecchi, utilizza espressioni al limite della volgarità, ma fresche ed immediate come non mai. Parla una lingua basica e dialettale come fanno il popolo e i Signori, mentre i borghesi tendono a esprimersi tramite un’ortodossia più letteraria ed accurata.

Poco a poco ne emergeva un’immagine che non corrispondeva alla vulgata. Poi sono andata a Torino, all’Archivio di Stato. Lo stato italiano ha comprato a più riprese lotti d’asta, in particolar modo riguardanti Nigra e Vittorio Emanuele II, che Virginia arriva a chiamare sarcasticamente il ‘Porco Re’. Infine mi sono indirizzata verso Parigi. Qui ho scavato tra le righe del cavalleresco principe Henri de la Tour d’Auvergne, il temperamento più leale e probabilmente il più sinceramente innamorato di questa sarabanda di uomini. Leggendone i pensieri non si può rimanere indifferenti. Quando nel gennaio 1860, triste e disilluso esce definitivamente dall’orbita della Castiglione, de la Tour d’Auvergne le ricorda amaramente, Non avete mai desiderato che i nostri destini potessero unirsi

Amori e amanti della Contessa Virginia di Castiglione

Sfilano il banchiere ‘gabbato’ Laffitte, cui l’Italienne Beauté estorce un prestito di 150.000 franchi per salvare Poniatowski da una delle solite emergenze economiche. Le missive erotiche inviate a Estancelin, amico di una vita, traboccanti di humour e provocazioni. Le tremende testimonianze scovate nel Fondo Poniatowski – su un totale di circa duemila lettere – che Virginia indirizza al principe nel 1859, 1860 e 1861, quando, tramontata la sua aura di maîtresse imperiale, riappare furente e disperata con le pive nel sacco dall’esilio di Torino, decisa a non tornare mai più con il consorte e di affrontare il suo destino da sola. Parevano ormai irrimediabilmente lontani i giorni radiosi di Saint Cloud e Compiègne, i piccoli e grandi balli alle Tuileries, le cacce e l’opera a Fontainebleau. 

La Contessa Virginia Verasis di Castiglione e Poniatowski

Virginia e Poniatowski, già amante della madre, deus ex-machina e mentore di una vita dalla Firenze dell’infanzia alla scintillante Parigi Second Empire. formano una coppia d’assi impegnati a combattere una battaglia incessante e implacabile per restare a galla. Figure in fondo ancora settecentesche, degne di Laclos, ma che si muovono ormai in un romanzo di Balzac e in un’epoca molto realista e borghese, imperniata sul denaro.

Le parole e i concetti incarnano virulenza, ferocia, pragmatismo. Virginia si prende in giro, allora ha solo 20 anni e il suo è decisamente un approccio anti-romantico. Disillusa, cinica, sanguigna come una ragazzaccia di oggi. Non una escort, non direi questo, ma pratica durezza, concretezza e brutalità in una maniera che impressiona tuttora. 

L’imperatore dei francesi non l’ha mai amato. Il ‘Vecchio’, lo vuole riacchiappare per ottenere almeno una congrua liquidazione. Sibila livida: mi ci rimetterò su quel canapè delle Tuileries, dove Luigi Napoleone consumava fugaci rapporti sessuali. Rivela pure una formidabile natura di attrice: Il Vecchio ha avuto un incidente di carrozza, speriamo non ci crepi, chiosa sarcastica. Prima di andarsene come sopravvissuta di un’epoca a soli 62 anni, si trasforma in un’ipocondriaca, sfuma nel delirio, prigioniera di un mito decadente. Sola. Il sesso non sono certa le fosse indifferente. Lo praticava come un sortilegio e uno strumento – gli amanti ne restavano stregati. Ogni tanto si divertiva, ma non gli dava mai troppa importanza. 

Virginia Verasis di Castiglione: l’utilizzo del corpo, le fotografie

Il suo narcisismo e il senso della bellezza del proprio corpo li trasforma in prova della sua supremazia, strumento di potere e unicità. Silvayn Bellenger, Direttore Generale del Museo e Real Bosco di Capodimonte, che ha presentato il libro a Napoli, ha voluto mostrare immagini di Marina Abramović che sembrano ispirate a quelle della Castiglione. La contessa non usa più il corpo come oggetto sessuale, ma quale oggetto d’arte. Nello studio parigino Mayer et Pierson, in Boulervard des Capucines, posa per Pierre-Louis Pierson, tra il 1856 e il 1895. 

Nel corpus di centinaia di scatti Virginia è performer, regista e interprete. Dirige ogni dettaglio. Si fa immortalare in movimento, di schiena perduta in uno specchio, di profilo. Dapprima prende a modello i ritrattisti del tempo – Ingres, per esempio, con la sua Grande Odalisque. Gambe, piedi, occhi. Seziona il suo corpo, un corpo santo che lascia venerare, anticipando i surrealisti. Precorre Cindy Sherman e Marina Abramović. 

Virginia Verasis di Castiglione: il desiderio di denaro

Posseduta da un’ansia di vita febbrile, è perennemente a caccia di denaro. Lo sarà fino alla fine, ossessionata dalla povertà mentre possedeva gioielli, mobili e oggetti d’arte preziosi, stipati in quattro appartamenti presi in affitto.  Jacques Laffitte – ex Governatore della Banca di Francia – ci rimette un monte di soldi. I Rothschild la usano come informatore e consulente per speculazioni in borsa. Ospiteranno il figlio bambino durante la contesa con il marito. Bauer è pazzo di lei, che ha il talento di distruggere tutto ciò che tocca, come la Medusa. Arthur-Léon Imbert de Saint-Amand, scrittore e diplomatico di carriera, interrotti i loro rapporti dopo la guerra franco-prussiana, la immortala in versi nostalgici come la ‘Musa della Malinconia’. La relazione con il giornalista Cassagnac, passata la soglia dei quarant’anni, è priva di calcoli e menzogne. Per un poco la riconcilia con l’esistenza. 

Nella ventina di lettere misteriosamente firmate l’Esclave, che datano tra il 1874 e il 1878, l’obiettivo che si evince è il dominio dell’altro grazie all’uso della parola. Cosa che ci consente di vedere di riflesso come Virginia regnava sui suoi adoratori. Vari indizi portano a supporre che ‘L’Esclave’ fosse Xavier Eyma, giornalista, scrittore e uomo di teatro di origine martinicana, che godeva allora di una certa fama. 

Virginia Verasis di Castiglione: il decadimento a Parigi

Vive in una scatola di cristallo e lastre di specchio, Virginia, dove il suo ego risplende e si moltiplica. Odia gli uomini cui è costretta a concedersi, li tortura con la tattica del gatto con il topo. La sua è una tecnica di distanziamento. Gioca d’azzardo, vuole entrare in scena e ricomincia ogni volta. Capitalizza tanti soldi e gioielli da regina, fornisce istruzioni a Poniatowski su come fare i dividendi. Lucida, ma ha sempre paura. Anzi, è convinta di essere in miseria quando si chiude il sipario nella buia topaia di Rue Cambon. 

Il mezzanino affacciato su Place Vendôme – la ‘mia colonna’ la definisce – corrisponde a un’idea scenica mortifera, esoterica e decadente, calata nel colore nero. La morte prima della morte, dove riceveva gli ospiti composta sul letto parato a lutto. Una regia che salta in aria con il doloroso sfratto del 1893, mentre nelle stanze si insedia il gioielliere Boucheron. Fa delle sue disgrazie un vanto, la Contessa, e alla fine si diletta nell’autodenigrazione. Sfida la memoria esibendosi con gli abiti dei tempi della gloria, occhi da pazza, piedi e mani sgraziati – un tempo sublimi. 

Gode del disfacimento, si immortala nello sfascio. Pierson seguita a essere l’officiante del suo culto per immagini. La contessa diventa folle davvero, continua a ritornare sui luoghi dello splendore quasi fosse un fantasma. Vuole compiacersi dell’abbrutimento, grida ‘vedete come mi avete ridotto’. Disprezza Vittorio Emanuele II e gli tiene testa, mai subalterna agli uomini. Lo fa filare dritto, il ‘Porco Re’. Gli scrive accusandolo di ingratitudine, di essere venuto meno ai patti. Si lamenta di essere stata messa da parte, sottoposta a una damnatio memoriae tesa a rimuovere un testimone divenuto imbarazzante. L’hanno semplicemente cancellata. 

Lampoon, La Regina d’Etruria, Pierre-Louis Pierson
La Regina d’Etruria, Pierre-Louis Pierson, 1863–67, Immagine the met

Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione  

Non volevo giustificarla né darne una lettura psicoanalitica o personale, ma fornire ai lettori elementi per capire. La parabola si apre su una bella ragazza di famiglia aristocratica ligure molto introdotta. Il nonno Lamporecchi a Firenze è un giureconsulto legato al clan Bonaparte quanto alla corte granducale lorenese. Va in sposa a un timido gentiluomo piemontese il cui casato da quattro secoli è al servizio dei Savoia. Una bellezza come poche, arguta, ambiziosa e piena di spirito. Cavour, parente del marito nel 1855 decide di servirsene come réclame dell’Italia, a ridosso del congresso di pace dopo la Guerra di Crimea. Il Piemonte ha inviato truppe accanto alle grandi potenze per reclamare un pezzettino di terra. L’unico risultato del congresso è che Camillo Benso di Cavour prende la parola e denunzia lo stato della Penisola.

Virginia a Parigi è introdotta nei circoli dei Napoleonidi che frequentava fin da bambina, quando erano esiliati a Firenze e vicini alla sua famiglia. Inclusa l’influente e dispotica Princesse Mathilde. Parte all’assalto di un notorio womanizer quale è Napoleone III. Deve raccogliere notizie fresche, indiscrezioni politiche, costruire una ragnatela di rapporti e alleanze. Lo si evince dalla corrispondenza di Cavour a Cibrario, dove il conte afferma L’ora è suprema, ho arruolato nelle file della diplomazia la bellissima Contessa di Castiglione, invitando a coqueter ed a sedurre, dove d’uopo, l’Imperatore. La Castiglione si installa in un appartamento nella via che porta il suo nome. Il monarca lo seduce in tre mesi. Napoleone III è pronto a cavalcare i nazionalismi divampanti, facendo saltare l’ordine stabilito dal Congresso di Vienna.

La Contessa di Castiglione tra Bonaparte e i Piemontesi

Virginia si trasforma in spia, diventa il trait d’union tra Bonaparte e i Piemontesi, influisce sull’Empereur capendo che si sta aprendo verso l’Italia. Alexandre Colonna Walewsky ministro degli esteri tra il 1855 e il 1860, intende al contrario orientare l’imperatore verso l’Austria. I due biglietti di Nigra conservati a Torino non lasciano dubbi: Si faccia dire cosa Napoleone III proclamerà davanti al Consiglio nel discorso di domani. Luigi Napoleone agisce a vista, non chiede lumi ai suoi consiglieri, annusa l’aria e improvvisa. 

Virginia a 18-19 anni è all’apice, avvolta da un delirio di potere. Con Parigi ai suoi piedi, sovrana della moda che dapprima si inventa gli abiti da sé e poi cede, come l’imperatrice Eugenia e tutte le teste coronate d’Europa, al magistero di Worth. Deguisée da Salammbô o immaginaria Regina d’Etruria in moiré arancio e velluto nero, attira l’attenzione e l’invidia generale quando approda nei saloni delle Tulieries dalla provinciale Torino sabauda. Al debutto alle Tuileries porta una toilette fatta in casa, non certo il massimo per quanto Virginia conosca come valorizzarsi al meglio. La sua bellezza è tale che la corte al completo sale in piedi sui panchetti per osservarla meglio al suo passaggio. 

Carlo Luigi Napoleone Bonaparte cade nella rete e si espone per lei a duemila rischi, spesso la raggiunge in incognito. Per eliminarla organizzano anche un finto attentato. Cala il sipario quando ficcano nel letto imperiale la contessa Anna Maria Colonna Walewski, un’altra Walewska, mezza fiorentina anch’essa, la ‘gatta morta tisica’ che le subentra stabilmente nel 1857 e che si rivelerà una gran ‘carogna’. Il Vecchio pover’uomo pagherà assai cara la sua gloria, il suo trono; colla sua pelle e quello sarà lo sconto dei suoi peccati. profetizzava Virginia in quei giorni.

Il conte di Cavour e Costantino Nigra

Sarà anche balzachiano e prosaico questo Ottocento, ma voglio difendere un momento cruciale del Risorgimento. 1855. I piemontesi le hanno buscate nella ‘fatal’ Novara. Cavour, da Presidente del Consiglio, convince Vittorio Emanuele che il regno così frantumato tra territori piemontesi, Sardegna e Liguria rischia di saltare alla prima ventata rivoluzionaria europea. Il re è reazionario, figlio e marito di Asburgo, conosce bene la dignità del suo rango ma sa anche che è roba sua. Con lungimiranza mantiene lo statuto promulgato del padre e nel 1856-57 quello di Sardegna è l’unico regno in Italia e tra i pochi in Europa a essere dotato di una costituzione. 

Meta e rifugio di patrioti e liberali perseguitati, che qui affluiscono da Napoli, da Venezia, dalla Lombardia austriaca e dallo Stato Pontificio. Uomini come De Sanctis, Spaventa e Tommaseo. Il Piemonte è un ossimoro dell’epoca. Da una parte una Corte reazionaria e la chiusura ermetica e ci-devant dell’aristocrazia locale. Dall’altra i parlamenti, giornali che nascono grazie alla libertà di stampa, idee che circolano vorticose. Un paese vivido e incendiario. Cavour e il self made man Costantino Nigra, ambasciatore del Regno di Sardegna a Parigi, sono orditori inarrestabili di quest’onda progressista. Intelligente, bell’uomo, Nigra è un genio poliedrico. La sua raccolta delle ballate popolari è un monumento di filologia.

Nelle lettere della madre della Contessa c’è posto anche per la pietas familiare

Isabella accetta Virginia fin che può, pensa che sia preda di malattie nervose ereditarie, che sia turbata da un gioco più grande di lei. Poi sbotta. Diglielo a tua figlia che è una carogna!, scrive al marito, il marchese Filippo. Il figlio di Virginia, Giorgio, il fragile Georges che muore in giovane età e col quale Nicchia – Mina la chiama lui – intrattiene un rapporto travagliato, la Contessa lo considera una proprietà, un’appendice a strascico. Il suo modo di rapportarsi con la maternità. Tranne l’intermezzo felice di Villa Gloria a Torino, si rivela quale puro narcisismo. Poniatowski rappresenta l’elemento edipico, quella complicità paterna mai avuto. Un fiume di parole. Si dicono tutto, stipulano un patto di ferro. 

Rigorosa nel non usare linguaggio sentimentale, la Castiglione ripropone i duetti d’opera di Bellini e Verdi, la Luisa Miller, i Puritani. Opera che è materia di lui, che è anche compositore. Il melodramma è il nostro romanzo dell’Ottocento. Virginia ha un idioma irruente e trasversale. Non saprei dire chi fosse davvero – resta un enigma, magari anche per se stessa, forse travagliata da problemi d’identità. Posseduta dall’idea che si è fatta di sé e da una proiezione fantastica, vocata a destini gloriosi e smisurati. Cambia e si smentisce continuamente, con una sfacciataggine mai vista. Protesta Io sono franca, usa alla perfezione la regola retorica dell’aptum, l’armonia dell’orazione interna nella definizione del rapporto tra le parti, quanto esterna. Si relaziona al suo interlocutore secondo le modalità richieste da quel rapporto. Mente, vive il momento. Hic et nunc. 

Ho fatto un gran colpo, esclama soddisfatta riguardo i suoi traffici finanziari con i Rothschild e altri banchieri ed agenti di borsa . Spero che in futuro sapremo tante altre cose su di lei, che escano delle sorprese. Prima o poi ritorneranno a galla le lettere disperse nell’asta di settant’anni fa e all’Archivio di Stato di Torino è rimasta varia documentazione da esaminare cui non ho potuto accedere causa la chiusura per il covid. Una vicenda personale, quella della Castiglione, che si interseca anche con la grande storia. 

Benedetta Craveri: la genesi del libro

Il libro era in seconde bozze per l’edizione francese quando Flammarion mi chiese l’autorizzazione di mettere in pagina una sua lettera che, tanto per cambiare, avevo fotografato molto male. Dall’archivio torinese, dopo una settimana mi arriva un’immagine nitida di questa lunga missiva. Virginia, scaricata dal marito, è a Torino che tergiversa. Orsini, attentat, assassin… Mi rendo conto che si tratta del 1858, dell’attentato all’Imperatore e della reazione dei francesi. Mio marito, che è francese, mi ripeteva di lasciar perdere. Giorni e giorni per decifrare la calligrafia. Trovo la chiave. Nicchia scrive: è arrivata oggi notizia da Torino che Orsini è giunto a Parigi per ammazzare l’Imperatore. Tutto organizzato per mettere in piedi questa catastrofe. Peccato che gli italiani siano tutti assassini

Adriano Viarengo, storico e autore de Il Piemontese, mi conferma che questo è un punto drammatico nella storia del Risorgimento. Mazzini o altri, schegge incontrollabili con complici francesi, intendevano fare saltare gli accordi segreti in corso. Posso solo cambiare la mia nota. Perché non lo bloccano Orsini? Non potevano. Non era un criminale. Si aspettavano che facesse un attentato classico, da vicino con la pistola. Al contrario egli lancia bombe da lontano. Comunque li arrestano tutti e cinque in un secondo, prova che erano pedinati. Dalla piccola storia esce qualcosa di mai visto e affioreranno ancora elementi.

Benedetta Craveri

Sono molto impegnata in un calendario di presentazioni, per il momento non riesco nemmeno a pensare a un nuovo libro. Dal mese prossimo riprendo il mio insegnamento a Napoli, alla specialistica di Francese e alla fondazione Croce. Non posso che concludere con l’incipit del mio libro. Io son io, Moi c’est moi. Ventenne come a quarant’anni, Virginia Verasis di Castiglione rivendica nelle due lingue d’elezione il diritto a essere se stessa e di vivere una vita consona alle sue doti intellettuali. Nicchia pretende troppo per l’epoca in cui si trova a vivere. Probabilmente questa diventa la sua condanna.

Benedetta Craveri vive tra Roma, Parigi e Napoli, dove insegna all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa. Scrittrice, critica letteraria, docente e saggista, è francesista specializzata nel Diciottesimo secolo. Membro dell’istituto dell’Enciclopedia Italiana e ufficiale dell’Ordre des Arts et des Lettres. Tra i libri che ha pubblicato, Madame du Deffand e il suo mondo (1982), La civiltà della conversazione (2001), Amanti e Regine (2005), Maria Antonietta e lo scandalo della collana (2006), Gli ultimi libertini (2016).

Cesare Cunaccia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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