Lampoon Magazine, Canapa Sardegna
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
Twitter

Il rilancio della canapa in Sardegna

La legge regionale approvata dalla Sardegna vuole limitare i rischi di investimento per gli agricoltori, esposti a sequestri e all’incertezza di un vuoto normativo

Canapa in Sardegna, la nuova legge regionale

Pane carasau con farina di canapa, formaggio con semi aromatizzato alla canapa, malloreddos, seadas. La Sardegna apre alla filiera agroindustriale e agroalimentare della canapa sativa con una nuova legge approvata all’unanimità dal Consiglio regionale. L’obiettivo: la tutela e la promozione dello sviluppo delle coltivazioni di canapa sul territorio dell’isola. Lo scopo ultimo e specifico è arrivare a processi di coltivazione e trasformazione interni al territorio regionale.

«La Sardegna si candida per essere regione capo filiera nella produzione di cannabis terapeutica, un punto che è stato inserito all’interno della legge. Puntiamo principalmente sui prodotti tipici regionali e sull’alimentare», spiega Piero Manzanares, presidente dell’associazione Sardinia cannabis. L’associazione raggruppa agricoltori che coltivano canapa e che la vorrebbero commercializzare a partire dalla spesa alimentare. Dai semi alle farine, dalle farine all’olio. «Faccio parte di un tavolo tecnico nazionale sulla canapa che ha la funzione consultiva e di ricerca sulla creazione di un settore e di tutte le filiere della canapa, ma i lavori procedono a rilento. Il mercato che dà più reddito è l’infiorescenza quindi si dovrebbe normarla. Si ha ancora paura a investire».

La varietà sativa della canapa legale è detta anche «canapa industriale» perché viene utilizzata in diversi settori della produzione, dai semi lavorati ai prodotti finiti. Alimentare (nella produzione di semi, olio, farina, biscotti, condimenti) i tessuti, le carte, i cosmetici. I materiali edili, sportivi, accessori di moda ma anche aromaterapici come l’impiego dell’olio essenziale.

Canapa, settori industriali

Secondo uno studio dell’Università di Urbino, in Italia la quasi totalità delle coltivazioni di canapa (92,7%) è iniziata negli ultimi cinque anni. Più della metà negli ultimi due (24,4% nel 2015). Solamente tre aziende sono state pioniere del ritorno della canapa in Italia, tra la fine degli anni Novanta e primi anni 2000. Nel settore di vendita dei prodotti finali è interessante segnalare come quello alimentare rappresenti quello più diffuso (80%). Il 38% di prodotto è poi indirizzato ai settori nutraceutici, cosmetici, fitofarmaceutici o destinati ai settori della bio-edilizia e delle bio-plastiche.

Un altro settore è quello della bioedilizia, alla quale il 43,9% dei produttori indirizza il proprio raccolto. Poco rappresentati sono, invece, i due settori “storici” della canapa (cartario e tessile) e quelli più innovativi (bioplastiche e biocarburanti). È il segno che in Italia risultano indispensabili interventi differenziati per lo sviluppo di queste particolari articolazioni della filiera. Alcuni produttori hanno segnalato come settori di vendita anche quelli della cosmetica, della fitofarmacia, della produzione di pellet e della zootecnia.

La coltivazione della canapa in Sardegna non ha solo un obiettivo di re-industrializzazione. Il suo ruolo strategico investe la promozione dell’economia sostenibile, il recupero dei campi incolti e la bonifica di quelli inquinati. E ancora, il contrasto al dissesto idrogeologico, l’impiego nella bioedilizia e nella bioenergia. 

Cosa cambia con la nuova legge regionale

A livello nazionale, è la legge n.242 del 2 dicembre 2016 a regolare la libera coltivazione di canapa con contenuti di THC inferiori allo 0,2%. Con la nuova legge regionale, in Sardegna ci sarà l’obbligo di segnalare la semina. «Servirà per avere sotto controllo le coltivazioni che ci saranno, anche per agevolare i controlli delle forze dell’ordine», spiega Manzanares. La prima legge sulla coltivazione della canapa aveva liberalizzato il settore canapicolo, ma ha portato con sé anche alcuni problemi. Primi su tutti i sequestri preventivi delle aziende e dei campi di canapa. La legge vuole rispondere alla necessità di un quadro normativo chiaro per permettere la stabilità degli investimenti. Così si potrà arrivare alla creazione di una vera e propria filiera produttiva. 

Sardinia Cannabis è un’associazione culturale open source no profit per lo sviluppo umano sostenibile della coltivazione della cannabis

Manzanares spiega il quadro che ha portato a questo cambiamento. «Dopo l’entrata in vigore della prima legge del 2017, molti agricoltori e imprenditori hanno voluto investire nel comparto canapicolo. Per una interpretazione dei Carabinieri, in alcune zone di Oristano sono iniziati i sequestri ai coltivatori di canapa. Fino alla fase di essicazione non ci sarebbero stati procedimenti, ma dal momento in cui la pianta veniva lavorata l’agricoltore rientrava a tutti gli effetti nella legge 309/90 (il Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope)». Nel 2020 i sequestri in Sardegna hanno riguardato diversi quintali di cannabis sativa. Sono stati disposti perché la procura di Oristano ha ritenuto che la legge consenta esclusivamente la coltivazione. Il valore del THC da non superare resta, il problema riguardava la mancata esplicita autorizzazione per farne un prodotto finito e poi commercializzarla.

Un’agenzia per formare sulla canapa

Nonostante le numerose aziende sotto sequestro, non ci sono mai state condanne. Alcuni casi sono stati archiviati, per altri c’è stata l’assoluzione. «Si è sempre valutato l’ effetto drogante’ del prodotto sequestrato. Se il prodotto non supera lo 0,2 di concentrazione di THC non è più sostanza stupefacente ma prodotto agricolo. Abbiamo chiesto quali potevano essere gli strumenti utili alle forze dell’ordine per fare i controlli. L’unico strumento era fare la denuncia, cui seguiva il sequestro e poi le analisi». Sardinia Cannabis ha messo a disposizione dei test veloci per i controlli sul campo, fornendoli prima ai carabinieri forestali per evitare i sequestri preventivi. 

Con la nuova legge regionale, c’è una nuova proposta sul tavolo della Regione. «La Sardegna ha un’agenzia regionale che si occupa di ricerca e formazione, per formare gli agricoltori. Stiamo chiedendo che l’agenzia diventi il punto di riferimento per gli agricoltori che vogliano coltivare.  Ma anche che diventi al contempo l’ente controllore per l’inserimento dell’albo regionale. Si spera che verranno coinvolte le forze dell’ordine per far sì che ora ci si possa occupare dei controlli ma rilasciando un attestato di conformità della coltivazione. In questo modo, quando arrivino i controlli, si saprebbe già della liceità della coltivazione». 

Sardinia Cannabis

Sardinia Cannabis è un’associazione culturale open source no profit per lo sviluppo umano sostenibile della coltivazione della cannabis. Promuove iniziative culturali e di facilitazione per la produzione della canapa sull’isola. Parte a monte della filiera, dalla coltivazione, per cui punta sulla permacultura. L’approccio, si legge sul sito dell’associazione, si basa su tre principali direttive etiche. Si inizia dal rispetto della terra e dalla cura dell’umanità, per arrivare a un’equa distribuzione del surplus prodotto che crei ‘comunità solidali’. Focali nell’attività di Sardinia Cannabis sono i principi della Blue Economy e dell’economia circolare. Così anche il mettere insieme imprese, organizzazioni e cittadini. L’associazione va poi a fornire semi certificati a coltivatori professionisti o aspiranti tali. Si pone quindi l’obiettivo di sperimentare protocolli di coltivazione per chi intende entrare nel mondo della canapa sostenibile e collaborare con la rete già esistente. 

Oltre alla parte operativa, Sardinia Cannabis punta a sensibilizzare sui benefici della coltivazione di canapa. La lista è lunga e va dalla messa in produzione di terreni abbandonati alla loro bonifica da agenti inquinanti e la rigenerazione di suoli inutilizzati. Senza tralasciare il discorso occupazione, ad esempio attraverso la costituzione di fattorie sociali cooperative e connessioni operative con l’artigianato e l’ecodesign.

Emanuela Colaci

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
Twitter