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Cascina Sant’Ambrogio, memoria storica e laboratorio ecologico

Agricoltura rigenerativa, riqualificazione energetica e api: da Ortica al Parco della Vettabbia la periferia diventa laboratorio con CasciNet

CasciNet e Cascina Sant’Ambrogio

Nel 1162 dC un gruppo di monache del Monastero di Santa Radegonda cerca un posto dove rifugiarsi mentre Milano viene distrutta dalle truppe di Federico I Barbarossa. Lo trovano in aperta campagna, a est del centro, tra quelli che oggi sono i quartieri di Ortica e Forlanini: è Cascina Sant’Ambrogio a ospitarle. Nei secoli quel luogo e i suoi terreni cambiano più volte funzione e proprietà. Ci si nascondono i partigiani nel 1945. Da sito solo religioso diventa anche cascina agricola, rifornisce l’ortomercato con i suoi prodotti, ci abitano delle famiglie. Ci passano, tra gli altri, l’Ordine delle Stelline e la famiglia Gorlini. Diventa proprietà del Comune ed è inserita in un progetto sociale per il riuso delle cascine milanesi. Dieci giovani milanesi si uniscono e nasce l’associazione CasciNet, che vince il bando comunale per la gestione degli spazi. Nel 2016, accanto all’Associazione di Promozione Sociale CasciNet, nasce anche la Società Agricola di Impresa Sociale CasciNet, che ottiene i terreni in concessione per trent’anni. I progetti si espandono e il team di CasciNet lavora anche per la rigenerazione dei campi del Parco della Vettabbia.

Parco della Vettabbia

Oltre al restauro e al mantenimento della Cascina e degli appezzamenti di terreno nelle immediate vicinanze, il lavoro di CasciNet va dall’allevamento di api all’agroforestazione rigenerativa del Parco della Vettabbia, dalla riqualificazione energetica del complesso all’organizzazione di laboratori formativi ed eventi e la coltivazione di orti. «Si tratta di risemantizzare dei luoghi della città che non avevano più un significato», dice Giuseppe Bertolina, tecnico agronomo di Souldfood Forestfarms. «Parliamo di agroforestazione successionale e rigenerativa. Rigenerazione significa far rinascere il capitale naturale – suolo, vegetazione, animali – distrutto negli anni con pratiche agricole non più sostenibili. Nel 2019, in un ettaro di terreno, sono stati piantati 1400 alberi, 800 da frutta e 600 forestali, con in mezzo altre piccole piantagioni da frutto. In generale, agroforestazione significa mettere insieme la parte agricola con quella forestale: orticoltura, frutticoltura, cerealicoltura con alberi da bosco», spiega Bertolina. Quelli da frutto sono susini, ciliegi, peschi, meli, gelsi e fichi, i piccoli frutti sono lamponi. Le specie forestali vanno dal platano al sambuco, dai pioppi agli ontani, dai salici alla rosa canina. 

CasciNet: successione ecologica

I sistemi agroforestali successionali cercano di seguire quella che si definisce successione ecologica. Ogni specie vegetale è propria sia di un luogo che di un momento ecologico. «Su un terreno povero, non posso iniziare a piantare un castagno senza usare fertilizzanti chimici. È l’approccio dell’agricoltura sintropica: seguendo la successione ecologica, si posizionano le piante in una precisa relazione di tempo e di spazio nel campo», spiega Bertolina. Si creano relazioni nell’ecosistema, dal sottosuolo al soprasuolo. Questo sistema è anche ‘complesso’, nel senso che «gli alberi ricoprono più livelli: basso, medio, alto, emergente. Stessa cosa fanno le loro radici nel sottosuolo. Più si coprono tutti gli strati, più il sistema è resiliente. In mezzo ai filari ci sono parati e biomassa erbacea, che due-tre volte l’anno viene falciata e accumulata sul terreno, impedendo l’evaporazione dell’acqua dal sottosuolo e funzionando come pacciamatura- ammendante naturale», dice Bertolina. Pratica importante è quella della potatura. L’agricoltura sintropica non va a riproporre un sistema esattamente naturale nei tempi di evoluzione. Cerca di imitarlo, velocizzandolo tramite intervento umano. «In un ciclo naturale, i rami vecchi cadono quando invecchiano- dice Bertolina – e noi lo velocizziamo con le potature. Si introduce un disturbo controllato che viene captato dal sistema e ne velocizza i tempi».

Agroforestazione successionale: i vantaggi

I vantaggi sono di vario tipo. Economici, dice Bertolina, «perché la diversificazione colturale porta a raccolte scalate nel tempo e più resilienti alle malattie. Se coltivo solo albicocche e una malattia le colpisce, ho perso tutto. Se invece ho una diversificazione di specie, il sistema intero risponde meglio. La produzione è la stessa di quella che si otterrebbe con tecniche convenzionali. La letteratura sul tema riconosce risultati da ambo i lati e la media porta a riconoscere un’uguaglianza di raccolto». Si ottimizza anche la risorsa idrica, perché «le interazioni di diversi apparati radicali sfruttano al meglio l’utilizzo di acqua. Per ora non abbiamo mai usato irrigazioni d’emergenza, nemmeno in siccità». Aumentano le specie animali e i soggetti di ogni specie: microorganismi, insetti, animali di piccola e media taglia, volatili. Questi sistemi sono poi in grado di aumentare lo stoccaggio di carbonio organico nel suolo e ottimizzano altri elementi che servono per la crescita delle piante (azoto, fosforo, potassio e calcio). Nell’inverno 2021 sono state messe a dimora 10mila piante in un altro ettaro di terreno. In mezzo ai filari più grandi, ne sono stati inseriti altri, con talee di pioppo e salice. Durante i lavori si è scoperto un potenziale inquinamento da metalli pesanti, soprattutto di piombo. «Abbiamo pensato a questo nuovo ettaro in ottica di fitorimediazione, per immagazzinare il metallo nelle radici e, col passaggio dell’acqua alle altre parti delle coltivazioni, nel fusto delle piante. È un approccio sperimentale»

CasciNet – Riqualificazione energetica

Oltre ai frutti delle colture, dal sistema agroforestale si produce biomassa da legno -cippato- che verrà utilizzato in ottica di economia circolare nell’ambito del progetto per la realizzazione di un thermocompost. Pietro Porro, membro del direttivo di CasciNet e coordinatore del team di ristrutturazione della Cascina, racconta il progetto di riqualificazione energetica, coibentazione dei tetti (rivestimento con materiale isolante) e costruzione di un sistema di riscaldamento per Cascina Sant’Ambrogio. «Gli unici mezzi di riscaldamento fino ad ora sono stati camini e stufe, a legno o a gas. Il piano è adesso di mettere su un impianto con pompe di calore che andrà a riscaldare tutta la cascina e tutte le superfici coperte delle sue pertinenze. Il sistema sarà integrato con il thermocompost che utilizzerà cippato e materia organica per produrre calore. L’impianto sarà autonomo, ma l’integrazione del thermocompost contribuirà ad abbassare il consumo energetico delle pompe di calore». A Cascina Sant’Ambrogio non è permesso utilizzare pannelli solari, perché l’edificio ricade tra i beni protetti dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Milano. Si è scelto quindi un approccio ecologico e sperimentale attraverso il reimpiego di scarti agricoli. Il cippato, oltre a quello del Parco della Vettabbia, verrà preso in parte anche dagli scarti delle aziende agricole e di giardinaggio nei dintorni di Cascina Sant’Ambrogio, che hanno già iniziato a rifornire CasciNet del materiale. I lavori, spiega Porro, dovrebbero iniziare ad agosto e finire nei sei mesi successivi.

ApiNet

Nel 2016, l’apicoltore professionista Sergio Ronchi regala a CasciNet un’arnia e la prima famiglia di api a entrare in Cascina. A coinvolgerlo Nicolò Gazzola, architetto e oggi referente di ApiNet, laboratorio didattico per promuovere la conoscenza delle api, insieme a Marina Citterio, docente e guida naturalista. «Nel 2017 abbiamo comprato altri cinque nuclei. Il rapporto con l’apiario è diventato giornaliero. In molti hanno una curiosità ancestrale verso le api. Il progetto è diventato un avamposto di sensibilizzazione ambientale, non è pensato per vendere miele», racconta Gazzola. La specie di api di CasciNet è la ligustica, l’ape mellifera più diffusa in Italia, ogni arnia contiene dalle 30 alle 60mila api, curate sia con tecniche tradizionali che sperimentali. «L’arnia più comune in Italia è la Dadant Blatt, con il nido nella parte bassa e i melari posizionati sopra, separati dalla ‘rete escludi regina’ che non permette all’ape regina di muoversi liberamente come le altre. Si chiama anche apicoltura razionale: dentro all’arnia ci sono dieci telai che si possono spostare all’interno o tra un’arnia e l’altra. Abbiamo anche un’arnia Kenya Top Bar, che si sviluppa a favo libero. Qui le api si muovono su stecche di legno, costruendo i favi in maniera naturale. Abbiamo poi dei tronchi cavi, per studiare come si comportano le api come se si fossero insediate spontaneamente in un albero», dice Gazzola.

Api in città 

Il miele prodotto da api che vivono in ambienti cittadini inquinati, come quello di Milano, non è automaticamente contaminato. Spiega Gazzola: «In generale, se le api hanno raccolto forti dosi di veleni, non vengono più fatte entrare negli alveari dalle altre. Studi di Apilombardia effettuati sul miele prodotto a Milano mostrano una presenza di metalli pesanti in quantità inferiore alla metà di quella consentita per legge. Le api succhiano il nettare dai fiori e lo scambiano tra in una sorta di trasformazione e digestione comunitaria: la trofallasi. Gli enzimi trasformano la sostanza zuccherina e la asciugano trasformandola in miele. Nel processo viene ripulito dagli inquinanti. Discorso diverso per il polline e la cera che non vengono lavorati e dove quindi rimangono sostanze come il pm10». Gazzola racconta che è proprio nell’ambiente cittadino che le api possono trovare un buon luogo dove vivere. «Immaginiamo sempre che la campagna sia ideale per le api, ma non è così. Non ci sono più rotazioni e i campi non vengono più lasciati a maggese, l’agricoltura estensiva di massa con la monocoltura e l’uso di fertilizzanti fa sì che nei campi una fioritura non duri più di dieci giorni nei casi migliori. I diserbanti eliminano quello che potrebbe nutrire le api, senza entrare nel merito dell’ampio uso di insetticidi e fitofarmaci utilizzati nelle tecniche agricole più diffuse. I campi cittadini, che noi vediamo come abbandonati, possono invece essere bacini importantissimi per le api, come allo stesso modo i parchi o i viali alberati». 

Lampoon per CasciNet, Food Forest e altri progetti

Tra gli altri progetti attivi in Cascina Sant’Ambrogio c’è anche quello di una Food Forest progettata in permacultura. Si tratta sempre di agroforestazione, ma in questo caso non a filari. «È un concetto che si avvicina di più al disordine di un bosco. Nel retro della cascina ci sono prima gli orti condivisi e poi il terreno suddiviso in gilde dove cresce la Food Forest, ognuna coltivata da un cittadino. È nato nel 2015 sul territorio di una discarica, partendo con 40 alberi. C’è chi ci ha messo un tavolino, chi ha creato uno spazio per la figlia. La funzione dello spazio è ancora più marcatamente sociale», dice Bertolina. La valenza sociale è parte integrante di tutti i progetti di CasciNet, tutti svolti con il contributo di volontari e senza scopo di lucro. In futuro, l’associazione punta a implementare l’allevamento di specie animali, come le galline, e ricreare una filiera del pane locale in collaborazione con lo storico panificio milanese Davide Longoni.

Soulfood Forestfarms

Soulfood Forestfarms è un’associazione internazionale con sede in Svizzera, fondata da Ursula Artzmann. Il suo intento è quello di portare l’agricoltura sintropica, ideata e sperimentata per la prima volta in Brasile, in territori a clima temperato. Dall’hub centrale in Svizzera, l’idea è di creare hub locali in giro per l’Europa, dove co-progettare insieme alle aziende agricole un processo di transizione produttiva verso l’agricoltura sintropica attraverso un ‘transition package’, fornendo all’azienda piante, macchinari e in collaborazione con designer e professionisti agricoli. Il primo hub locale -che è sia impresa sociale che associazione sociale- è quello italiano, con sede a Milano, e CasciNet è l’azienda agricola pioniera del progetto. I soci fondatori sono Giuseppe Bertolina, Alessandro Di Donna, Enrico Sartori, Carlo Venegoni, Gemma Chiaffarelli, Flaminia Leuti, Gabriel Menezes.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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