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Chiara Dynys. Melancholia al MA*GA di Gallarate: smarrimento e sradicamento

«Stanze dentro stanze, specchi, labirinti e installazioni luminose: ogni elemento delinea sospensione – alla radice di tutto il mio lavoro». Intervista a Chiara Dynys – Melancholia al MA*GA di Gallarate

Chiara Dynys è grata alla madre per averla accompagnata nella scoperta della settima arte. A lei è dedicata la prossima mostra, Melancholia, al Muse MA*GA di Gallarate: «Gli scienziati dicono che le immagini viste nei primi cinque anni di vita siano quelle che condizioneranno tutto il nostro percorso. Mia mamma mi ha accudito, ha dedicato molto tempo a me. Appassionata di critica cinematografica, mi dette la possibilità di vedere film che hanno lasciato in me il segno – penso a Il posto delle fragole o Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Capitava avessi paura. Credo che i miei interessi per la metafisica, la psicanalisi e i linguaggi surrealisti arrivino anche da questi ‘micro-shock’».

Chiara Dynys le forme, il cinema, l’immagine in movimento

André Breton, nel Manifesto del 1924, parlava già di un confine elusivo tra sogno e realtà. Un pensiero legato alle concezioni di spazio e tempo che albergano nell’opera di Chiara Dynys. «Ho amato l’arte di Max Ernst per la sua capacità di parlarci attraverso immagini incisive. Ricordo l’opera Il Giardino acchiappa aeroplani nella Collezione di Peggy Guggenheim. Lo spazio del quadro è sia surreale che suddiviso in geometrie precise. La mia opera Vasi comunicanti, esposta attualmente al Museo Pecci di Milano, è ispirata a questo dipinto. Come nota il curatore Alessandro Castiglioni nel catalogo che sarà pubblicato in occasione della mostra, la mia arte si colloca a metà tra sensualità e alchimia, con una matrice surrealista e psicanalitica».

Una ricerca artistica permeata dall’interesse per l’immagine in movimento, quella di Chiara Dynys. «Considero un riferimento artisti appartenuti alle avanguardie storiche, e soprattutto quelli che hanno lavorato relazionandosi col cinema, come Salvador Dalí con Luis Buñuel. All’interno del territorio sperimentale in cui le arti visive dialogano con l’immagine in movimento, apprezzo le realizzazioni di film per le sale a cura di alcuni artisti contemporanei – penso a Le scaphandre et le papillon di Julian Schnabel o ai lungometraggi di Steve McQueen. Rispetto al medium del video, Bill Viola con i suoi lavori installativi. Il mio linguaggio risente di una volontà di sintesi tra l’ossessione per la forma e il desiderio di narrare storie. Ho realizzato alcune docu-fiction e anche un corto per le sale».

Chiara Dynys – Melancholia al MA*GA di Gallarate

Nell’ideazione della nuova mostra, che inaugurerà il prossimo 26 Febbraio, spiccano i riferimenti alla filmografia di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Jane Campion o Paolo Sorrentino. Il titolo della personale sembra omaggiare in particolare Lars Von Trier e il suo lungometraggio del 2011. «Questo titolo lo ritrovai per la prima volta in un’incisione di Albrecht Dürer. Il percorso espositivo – ideato con Castiglioni – è pensato in rapporto al mio amore per il cinema che ha influenzato sin dall’inizio la genesi del mio lavoro in maniera globale, non dettagliata. L’immaginario della mostra è legato al concetto di attesa: l’attesa di una catastrofe con Von Trier, l’attesa per la distruzione di una sala in Prova d’orchestra. L’attesa di un ritorno a una dimensione di purezza nel lungo di Jane Campion. In È stata la mano di Dio di Sorrentino si attende un miracolo, la realizzazione di un sogno».

Lampoon, Chiara Dynys, Merry Liseberg Parade
Chiara Dynys, Merry Liseberg Parade, 2021, Museo Ma*Ga, Courtesy l’Artista, fotografia Simone Faccioli

La μελαγχολία è uno stato emotivo che caratterizza la poetica artistica di Dynys. «La propensione alla malinconia torna in molte mie opere e metaforicamente si realizza nel coniugare opposti. Nasce sempre da una dimensione di contraddizione tra termini, materiali e luci. Una dualità scissa fra gioia e solitudine, come si evince nel lavoro in mostra a Gallarate, Merry Liseberg Parade (2021). Il parco divertimenti di Göteborg diventa un ambiente nel quale aggregazione, turismo, stereotipi consumistici e desolazione si sovrappongono. Ad ampliare il senso di straniamento, la scelta delle cornici: strutture che richiamano il circo e il fittizio mondo dei giochi. Queste cornici rendono i soggetti fotografati ancora più enigmatici e malinconici. Malinconia e umorismo si toccano tra le giostre di Liseberg».

Melancholia al MA*GA di Gallarate. Il percorso espositivo

«Nella collezione permanente sarà esposto un mio lavoro storico del 2004, Tutto/Niente, e negli spazi della biblioteca sarà installata l’opera permanente Enlighting Books, donata da WEM, Empowering Art Platform. Visitando il museo, lo spettatore troverà varie opere del mio percorso artistico fino ad entrare nella mostra Melancholia. Qui una serie di temi ricorrenti della mia poetica si intrecciano in modo inedito. Stanze dentro altre stanze, specchi, labirinti e installazioni luminose: ogni elemento concorre a delineare una condizione di sospensione e attesa, smarrimento e sradicamento che sono alla radice di tutto il mio lavoro».

Tra il mito e un altrove luminescente

Le geometrie artistiche e gli spazi di fuga caleidoscopici sono un contraltare luminoso al sentimento di ‘non appartenenza’: «non mi sono mai sentita nel posto giusto e sogno sempre un altrove – per quanto giornalmente mi confronti con la realtà. Nei coni ottici che creo si ritrova il fattore dell’attraversamento e del camminamento che caratterizza anche i percorsi disorientanti all’interno dei non–luoghi da me ideati. L’immagine frammentata apre a un interrogativo sulla propria identità, sulla capacità di guardarsi e riconoscersi. Per le lo specchio è una sorta di trappola visiva».

L’arte di Chiara Dynys

Si muove tra temi come dualità, spazio/luce, fabula ma anche nord/sud. Rispetto alla fascinazione per lo Zenit, in Melancholia spicca l’opera video Aurora Boreale che riflette sulle rarefatte atmosfere lapponi. «È un lavoro autobiografico, esposto per la prima volta alla Biennale di Mosca nel 2017. Si tratta di riprese che ho realizzato ad Abisko mentre si stava verificando il fenomeno naturale dell’aurora boreale. Anticamente si credeva che queste luci nordiche fossero i fantasmi dei caduti in guerra. È stata un’esperienza di quaranta giorni. Servono due anni di preparazione per andare ad Abisko: sono necessari permessi per visitarlo e anche solo raggiungerlo non è facile, senza contare il clima. Per me è stato un viaggio terrestre nel cosmo».

C’è anche spazio per il recupero del mito, che si unisce al gusto per ambienti geometrici, attraversabili e misteriosi: l’installazione Antro della Sibilla. «Un cono ottico trapezoidale percorribile che in tempi remoti culminava con la visione di una sacerdotessa: la Sibilla Cumana. Ho visitato spesso l’Antro della Sibilla a Pozzuoli che ha ispirato il mio lavoro dal 1989. In quell’anno costruii un Senza Titolo con tela e zolfo: una grande struttura dipinta attraverso la quale già cercavo di riprodurre la sensazione nell’accedere a questo ambiente mistico. Nel 2021 ho realizzato Antro della Sibilla, un’installazione in lacca molto complessa che ho realizzato manualmente. La reiterazione di spazi trapezoidali dai colori sgargianti, anche fluorescenti, si alterna a specchi e questo ambiente si conclude con un video che gioca con la successione visiva del passaggio da una stanza a infinte altre dalle medesime cromie».

Oltre a Melancholia al MA*GA di Gallarate, l’artista prossimamente presenterà «un’installazione permanente al terzo piano del Museo Fortuny di Venezia, a cura di Gabriella Belli, in concomitanza alla prossima Biennale d’Arte e una mostra alla Galleria Cortesi a maggio di quest’anno».

Chiara Dynys

Chiara Dynys è nata a Mantova, vive e lavora a Milano. Attraverso svariati media, tra cui la pittura, il video, il cinema e la fotografia, indaga il reale e le “anomalie” riscontrabili al suo interno. La sua carriera conta numerose mostre personali e collettive in musei e istituzioni culturali pubbliche e private, sia in Italia che all’estero.

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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