LAMPOON, Rodolfo Marma
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Linguistica democratica, inclusività, editoria: intervista a Vera Gheno

A cosa servono i giornalisti oggi? In Italia siamo molto polarizzati anche su questo tema. O c’è l’assurdità scientifica o c’è la divulgazione, o la lotta di strada o l’istanza di moda

Lampoon – Vera Gheno: intervista su linguistica e sociolinguistica

«Nella sociolinguistica il focus non è la lingua come sistema a sé stante, ma la lingua come emanazione delle persone. Quello che fa la sociolinguistica è studiare le persone attraverso le loro manifestazioni linguistiche: è una disciplina di confine, che ha a sua volta confini vaghi e frastagliati. Racchiude in sé la sociologia, la filosofia della scienza, la psicolinguistica, la semiotica, l’etnografia, la filosofia del linguaggio, la neurolinguistica: è un crossover di discipline. È stata la mia professoressa di sociolinguistica all’università – Patrizia Bellucci, allieva diretta di Tullio De Mauro – a trasmettermi la passione per questa materia».

Tullio de Mauro dal 1969 al 1973 ha presieduto la Società di Linguistica Italiana e la Società di Filosofia del Linguaggio. Sosteneva l’esigenza di un’educazione linguistica che arricchisca le capacità comuni di comprensione e intelligenza, di rapporto autentico e attivo con gli altri. «Il fatto che i cittadini siano in grado di avere una buona competenza linguistica è una delle basi della democrazia. C’è un nesso fra conoscenza e democrazia, tra capacità di comunicare e democrazia: per essere cittadini parte di una democrazia bisogna avere gli strumenti della comunicazione a portata di mano, e non è un caso che nei regimi si tenda a diminuire al minimo l’educazione di base». 

Tullio De Mauro per una linguistica democratica 

«Quando Tullio De Mauro parlava di educazione linguistica democratica – quella che in Italia non è mai stata veramente messa in atto – intendeva che occorre dotare ogni cittadino di una polis di competenze, sia di comprensione sia di produzione del testo in senso lato, tali da garantire una partecipazione attiva alla vita della polis. Nei suoi studi nota, risalendo a un pensiero aristotelico, che senza logos (cioè senza la capacità del linguaggio) non c’è la polis. Non c’è la società umana nella complessità con la quale la conosciamo. Gli animali hanno altre forme di aggregazione – branco, stormo, gregge – ma non la polis: perché per gestire la polis si ha bisogno della parola».

Ungherese e italiano: lingue a confronto sull’inclusività 

Madre ungherese e un padre italiano, Gheno spiega che «l’ungherese, ceppo ugrofinnico, è lontano da tutte le altre lingue. Ha dei tratti in comune con le altre lingue ugrofinniche – come il finnico e l’estone – ma non ha molto in comune con quelle più note, italiano compreso. L’ungherese potrebbe essere considerato più inclusivo dell’italiano per il motivo che è una lingua senza genere. I sostantivi non hanno genere, neanche i pronomi. Non c’è bisogno di marcare il femminile, è una cosa in più».

«Proprio l’ungherese però è l’esempio di come non basti agire a livello linguistico per garantire una parità. Per quanto la lingua sulla carta possa essere considerata più inclusiva del genere, l’Ungheria è uno dei paesi più retrogradi dal punto di vista LGBTQ+. Se si scardina la lingua dalla realtà, non si ottiene nulla: bisogna tenere insieme questi piani. Per quanto riguarda l’Italia e l’italiano, bisognerebbe ragionare su millenni di disparità, prima di parlare di parità».

LAMPOON, René Magritte, L’usage de la parole
René Magritte, L’usage de la parole, 1927

Cosa significa comunicare bene 

«Comunicare bene significa comunicare nella maniera più adeguata in base a ciò che si vuole dire in relazione al contesto e agli interlocutori. Quello che spesso ci manca è la capacità di adattarci ai contesti comunicativi. Tendiamo ad avere un registro limitato che va a nostro detrimento. Saper comunicare significa farlo anche in maniera scorretta. Pensiamo al personaggio di Carlo Verdone nel film Viaggi di nozze. Fa ridere perché è fuori contesto. Per la comunicazione inclusiva, o meglio, ampia, è necessario un discorso a parte: è una comunicazione che tiene conto delle diversità che percorrono la nostra società e che cerca di cambiare il punto di vista rispetto a esse. La maggior parte delle persone che rientrano per molti versi nella presunta normalità non si rende conto di quanto sia aleatorio questo concetto di normalità». 

«Per tanto tempo abbiamo dato per scontato che una persona eterosessuale fosse normale rispetto a una persona omosessuale. O che una persona senza disabilità fosse normale rispetto a una persona con disabilità. Il linguaggio ampio o di convivenza delle differenze punta a relativizzare il proprio punto di vista e a rendersi conto che quello che fino a oggi consideravamo normale non è altro che qualcosa di statistico. Una delle diversità più imponenti è quella di genere: gli uomini sono abituati a vivere in una società patriarcale e androcentrica e non si rendono conto delle dei migliaia di vantaggi che hanno e prendere consapevolezza di essere dei privilegiati».

Editoria e giornalismo italiano oggi secondo Vera Gheno

«Oggi si dovrebbe pubblicare meno, ma meglio. Nell’editoria italiana abbiamo centinaia di nuove uscite tutti i giorni che si perdono, perché la stragrande maggioranza dei libri in Italia che esce e poi finisce al macero. Per quanto riguarda le differenze di genere, nell’ambiente di cui faccio parte – quello della saggistica – non vi è un vero e proprio gap. In generale invece, uno dei difetti del mondo editoriale e letterario è quello di categorizzare le autrici donne in una nicchia, e questo è spia di come le donne non siano percepite come pari grado rispetto ai grandi autori».

«Questo tipo di discorso lo si può fare anche in altri campi: la letteratura ungherese è considerata una specie di letteratura esotica, non si riesce a concepirla come grande letteratura mondiale, e così vale per la letteratura coloniale, in cui si riproduce una visione occidente-centrica e bianco-centrica no, per cui una bravissima scrittrice come Igiaba Scego non viene considerata un’autrice italiana, ma un’autrice afrodiscendente. Queste tendenze derivano sempre dall’idea di una deviazione dalla normalità presente anche nell’ambiente editoriale». 

Per quanto riguarda il fare giornalismo oggi, aggiunge: «I giornali tradizionali sono vittime di una crisi della carta stampata, della concorrenza del digitale, degli effetti nefasti di anni e anni di dumping, e di una crisi vocazionale anche del giornalismo. Bisogna fare un discorso più ampio, ragionare su a cosa servono i giornalisti oggi».

«In Italia siamo molto polarizzati anche su questo tema. O c’è l’assurdità scientifica o c’è la divulgazione, o la lotta di strada o l’istanza di moda. Non è detto che debbano per forza esserci questi poli. Può essere che ci sia davvero un maggiore interesse nei confronti di alcune questioni, che porta con sé anche preferenze editoriali – non è per forza un male. La popolarità non va combattuta. Resta chiaro che una condizione necessaria per parlare di istanze di un certo timore è quella di avere delle competenze. Si rischia di dare troppo spazio a personaggi che sono in realtà incompetenti. Questo è un invito che io faccio sempre anche alle persone che ho attorno: per ogni istanza su cui si va a ragionare, bisogna continuare a studiare. Vetrinizzarla non basta».

Vera Gheno

Vera Gheno nasce a Gyöngyös, in Ungheria, nel 1975. Laureata in Lettere con una tesi in sociolinguistica presso l’Università di Firenze, oggi è una sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, docente, autrice e traduttrice. «Ho lavorato per vent’anni come collaboratrice all’Accademia della Crusca. Successivamente ho collaborato quattro anni con Zanichelli, e a settembre dell’anno scorso sono diventata ricercatrice a tempo determinato di tipo A all’Università di Firenze. La mia non è una carriera in senso tradizionale: ho fatto contemporaneamente più lavori e non ho mai investito particolarmente sulla carriera universitaria. Dal 2016 scrivo libri. Attualmente sto scrivendo degli interventi più brevi, in volumi collettanei e miscellanee».

Francesca Fontanesi

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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