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Ceramica attiva e narrativa: l’architettura secondo Alfonso Femia

Nei progetti dell’architetto Alfonso Femia, la ceramica racconta storie e preserva spazi e territori per le future generazioni. Un materiale a basso costo e impatto, ma di valore, che opera da cerniera tra comunità e individuo

«C’è stato un periodo tra fine anni Settanta e inizio Ottanta in cui molti edifici erano fatti con rivestimenti di ceramica tutti diversi l’uno dall’altro, con tesserine piccole e disegni», racconta Alfonso Femia. «Esprimevano, al di là dell’estetica, l’idea di un momento storico italiano in cui la produzione industriale al fianco dell’architettura era quasi sempre su misura. Un fluire continuo di ricerca e di applicazione. A differenza dell’ultimo periodo storico, in cui tutto si è standardizzato verso il basso». 

Atelier(s) Alfonso Femia AF517

Ceramica. Questo materiale inorganico, ottenuto da componenti come argilla e sabbie, funge da pietra angolare per lo sviluppo dei messaggi e delle ambizioni che veicola. Uno sviluppo studiato e portato avanti da anni in Atelier(s) Alfonso Femia (AF517), terzo stadio (raggiunto nel 2017) di un’evoluzione partita nel 1995 con la fondazione dello studio 5+1 e intermezzata nel 2005 da 5+1AA. Diviso tra Milano, Genova e Parigi, l’impegno della squadra è messo al servizio di progetti in cui un prodotto secolare come la ceramica non soltanto ridà voce ad eccellenze locali e necessità sopite della comunità, ma indica con la sua presenza strategie alternative per fronteggiare l’emergenza ambientale.

Lavorare con la ceramica offre la possibilità di attenersi a standard di sostenibilità, e di riassegnare al pensiero un ruolo da protagonista. Per Alfonso Femia, classe 1966, nato a Taurianova (Reggio Calabria), «la ceramica  è una sintesi di quello che dovrebbero essere la responsabilità e la gestione di un rapporto equilibrato con l’ecologia».

Costruire con generosità: il passaggio del testimone

Nel 2020, il settore delle costruzioni è stato indicato dal World Green Building Council come responsabile del 39% delle emissioni globali di CO2. La ceramica utilizzata per rivestimenti o elementi strutturali vanta rispetto ad altri materiali una maggiore durabilità, forte di un ciclo di vita che si aggira sui cinquant’anni. «Dura nel tempo, il che significa che non c’è bisogno di immaginare di usarla oggi e di doverla rigenerare tra dieci anni», sottolinea Femia. «È anche economica, quindi accessibile». 

Sostenibilità del materiale ceramico

A livello di economia circolare, circa il 99% degli scarti di produzione e depurazione è riutilizzato nel ciclo produttivo di settore, e il 44% dell’energia richiesta per la sua produzione deriva da fonti rinnovabili o da meccanismi di cogenerazione. Gli indicatori che regolamentano la filiera non mancano. Quest’anno è stata anche pubblicata a Cersaie, il Salone Internazionale della Ceramica per l’Architettura e l’Arredobagno, la prima norma internazionale relativa alla sostenibilità del materiale ceramico, la ISO 17889-1, basata su criteri ambientali, economici e sociali divisi in trentotto indicatori. Uno standard allineato con gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’ONU per l’Agenda 2030.

Acqua riutilizzata e lastre autopulenti per la ceramica

Secondo la filosofia di AF517, l’acqua è strumento di progetto. Lo testimoniano iniziative curate da Atelier(s), come Tempodacqua. La ceramica può riaccendere il dialogo tra elemento naturale, architettura e tempo futuro. «I punti deboli di una materia sono legati al modo di produrla. Sono gli elementi a cui bisogna ripensare, che evidenziano gli aspetti critici dal punto di vista ecologico. La ceramica sta generando sempre maggiore attenzione anche sull’uso dell’acqua», suggerisce Femia. 

Un punto connesso anche all’apporto visivo conferito dal materiale ceramico alle costruzioni, in un continuo rimbalzo tra l’interazione con la luce e l’impronta dell’acqua. «Questo tipo di trattamento rende ‘liquidi’ gli edifici. Reagendo alla luce diventano più materici e volumetrici. A questo si riallaccia la nostra ricerca legata all’acqua, ponendo attenzione sul fatto che sia un elemento fondativo».

Il 97% degli stabilimenti riutilizza l’acqua impiegata nel processo produttivo. «C’è un’attenzione al modo in cui si vanno a produrre materiali e alle quantità d’acqua utilizzate. Anche qui, la filiera della ceramica potrà essere ancora più virtuosa, ma anche rappresentare un punto di riferimento. Un altro aspetto è che la ceramica è una materia trattata che si autopulisce. Ha delle superfici tali per cui l’acqua dà anche un apporto positivo rispetto ad altri materiali che con il tempo possono dare problemi».

«La ceramica, a seconda di come è declinata, può appartenere sia a edifici di social housing, a basso budget, che a edifici più rappresentativi con costi diversi, dove si possono spingere tecnologia e disegno più in là». Valori non soltanto estetici, garantiti da un materiale inerte, ignifugo che non si macchia, privo di sostanze tossiche, in grado di resistere agli shock termici, e bisognoso di un minor apporto termico rispetto ad altre possibilità.

Città come sistemi di relazione

Per Femia bisogna tornare a immaginare edifici con spazi collettivi più generosi, che prevedano di far tornare le città ad essere solidi sistemi di relazione che instaurino una dimensione empatica. «I cittadini apprezzano quando un materiale non invecchia, e quindi non perde di qualità estetica. Lo percepiscono positivamente. Quindi inserirlo negli spazi di relazione, alternando e declinando in maniera differente, ci permette di tornare a quel lavoro sulla soglia tra la dimensione collettiva e intima della città, del territorio, e dell’abitare». 

Architettura e artigianato

A permettere una declinazione variegata della ceramica non è soltanto la duttilità insita nel materiale, ma anche il pensiero che ne cura la forma. Il lavoro di squadra con l’arte è cruciale in questo senso, come evidenzia il sodalizio di Alfonso Femia con artigiani come Danilo Trogu, ceramista dal 1977, che ritroviamo in progetti come Il cielo d’Asnières-sur-Seine a Parigi o Urbagreen a Île-de-France, arricchito dalle farfalle di Romainville, parte del Bestiario Mediterraneo. Lo stesso Mediterraneo che la ceramica evoca spontaneamente, pur senza imprigionare la materia in confini fissi, poiché essa «appartiene all’uomo e alle sue diverse geografie».

Appartenenza al territorio

Il lavoro sulla ceramica cementifica la convinzione che il pragmatismo non possa rinunciare alla visione. In una filiera che mette insieme artisti, artigiani, industria, impresa, committenze e certificazioni, «può ritrovarsi a svolgere con qualità, energia e interesse la messa in atto di un dialogo che si è perso tra la filiera del fare e la filiera del pensiero». Memori delle sperimentazioni osservate da Femia a fine secolo scorso, ritroviamo la mano tesa dalla ceramica per agevolare l’applicazione dell’idea di generosità. Non soltanto rivolta al tempo futuro, ma anche ai fasti passati, che hanno costruito il presente su cui l’architetto lavora, congiungendo idea e reale. «Per noi riaffermare l’importanza della materia attraverso il suo territorio significa ritornare a un’idea di appartenenza, che vuol dire lavorare con la memoria, con la qualità e l’eccellenza di un artigianato. Vuol dire, in qualche maniera, non perdere noi stessi. La grande colpa che potremmo avere è non porre attenzione a certe materie che hanno questo valore intrinseco. Porterebbe tutto ad una uniformità planetaria del nulla».

Evry: ceramica ad altezza uomo

La ceramica appartiene all’uomo. Chi ci lavora, ricava una tensione propria della materia nell’offrirsi a tutta l’umanità, non soltanto a pochi eletti. Proprio quello che è successo nel complesso residenziale Bois Sauvage ad Evry, in Francia. Un quartiere difficile, impreziosito dall’opera Small Snake. «Abbiamo proposto di mettere la ceramica non sulle facciate degli edifici, ma sul basamento dell’isolato, come un muro continuo», illustra Femia. «Abbiamo così messo la parte più preziosa a fianco del marciapiede, che appartiene a tutti, alla città, come forma di educazione e di appartenenza, piuttosto che metterla sulle facciate alte, dove si possono percepire, ma appartengono a chi ci abita». In questo caso, la percezione è reciproca. Lo sguardo dei passanti si posa su un oggetto nuovo. Anche la facciata Small Snake si accorge dei pedoni.

Superficie attiva e narrativa

Reagendo alla luce, la ceramica si comporta infatti da superficie attiva, cangiante e camaleontica, che cambia colore a seconda di ciò che la circonda. L’interazione con lo spazio è continua. Come la montagna Saint-Victorie dipinta più volte da Cézanne, le lastre tridimensionali possono essere percepite come mai uguali a loro stesse, a seconda del punto di osservazione o del momento in cui le si osserva, di mattina o di sera, col sole o con la pioggia. Per questo motivo, il materiale ceramico ha valore non solo decorativo, ma anche narrativo. È capace, infatti, di proiettare in tempo reale le storie di vie, quartieri e città sui rivestimenti che compone. Per quanto riguarda le storie che le lastre diamantate potranno narrare in futuro, «può raccontare bene il rapporto tra la dimensione collettiva, la comunità, e la dimensione intima, del singolo individuo». 

Alfonso Femia

Nato a Taurianova, Reggio Calabria il 7 Dicembre del 1966. Laureato presso l’Università di Genova – Facoltà di Architettura nel 1992. Iscritto all’Ordine degli Architetti di Genova dal 1994, di Île-de-France dal 1995 e degli Architetti Svizzeri dal 2014. Alfonso Femia ha insegnato Progettazione Architettonica alla Kent State University di Firenze, alla Facoltà di Architettura di Ferrara e di Genova. Fondatore di 5+1 nel 1995 crea 5+1AA nel 2005 e 5+1AA Parigi nel 2007. Vince numerosi concorsi internazionali ed è pubblicato in riviste internazionali. È visiting professor nelle principali università italiane e internazionali.

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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