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Capim Dourado: le distese d’oro che ingannarono i conquistadores

Gioielli e accessori nascono dall’intreccio della fibra dorata protetta dal governo del Brasile, che permette alle comunità rurali di sopravvivere. Interviene Martina Levis di Capimdoro

I campi di Capim Dourado in Brasile

Quando i conquistadores portoghesi, il 22 aprile 1500, raggiunsero il Brasile, si misero subito alla ricerca di oro. Sbarcati nell’odierna Porto Seguro, spingendosi nell’entroterra, pensarono di esserci riusciti, ingannati dalla vista di distese dorate. Trovarono in realtà campi di Capim Dourado: nessun minerale, ma una pianta con il suo stesso colore e brillantezza. Ancora oggi cresce spontanea in un’unica area del mondo, la microregione di Jalapão, nello stato di Tocantins, nord-est del Brasile. Nei secoli è stata utilizzata dalle popolazioni indigene come fibra per creare tessuti e utensili domestici: stuoie, ceste e cappelli. Oggi la fibra vegetale, impiegata nella creazione artigianale di gioielli e altri accessori, è protetta dal governo brasiliano come simbolo di un’antica tradizione rurale e come primaria fonte di reddito per gli Indios che continuano a lavorarla nei luoghi in cui cresce.

Le caratteristiche del Capim Dourado

«Il colore dorato è dovuto alle caratteristiche minerarie del terreno, rosso, e al clima, umidissimo, della regione del Jalapão: nella stagione calda si raggiungono anche i cinquanta gradi centigradi, si seccano le strade», racconta Martina Levis, designer e fondatrice del brand italiano di artigianato Capimdoro, che ruota tutto intorno alla creazione di oggetti e accessori in Capim Dourado. «Sono stati fatti esperimenti di coltivazione in serra o in altre parti del Brasile: tutti falliti. Ancora oggi l’unico posto in cui la pianta cresce spontanea è e rimane solo il Jalapão. Una volta un abitante della zona mi disse che per loro è come se la terra gli avesse fatto un regalo». Le piantagioni di Capim Dourado sono protette dalla legislazione brasiliana. La Naturatins- Agenzia per l’Ambiente dello Stato del Tocantins- ha istituito nel 2007 una legge regionale che ne permette la raccolta solo dal 20 settembre al 20 novembre di ogni anno e vieta di portare la pianta fuori dai confini regionali. «Il Capim Dourado ha bisogno di dodici mesi per maturare. Fiorisce intorno a luglio e va raccolto nel momento giusto. Se non è ancora maturo tende al verde e non mantiene il colore. Se rimane troppo tempo al sole, brucia e diventa rossastro. Crescita spontanea e naturale vuol dire anche che ogni anno il raccolto subisce l’influenza del clima e di altri agenti atmosferici. Cambia il colore, cambia lo stelo: a volte è più fino, a volte è più spesso. Per questo è importante selezionare di volta in volta il materiale disponibile prima di importarlo. A Capimdoro stiamo ancora lavorando con l’approvvigionamento del 2018. Nel 2019 non l’abbiamo preso. Diverse varianti possono compromettere il lavoro di un’annata. Nel 2020 un incendio partito da un pezzo di vetro ha fatto bruciare il campo», racconta Levis.

Gioielli in oro vegetale

La tutela del Capim Dourado in Brasile

La legge protegge il meccanismo di raccolta della pianta. O meglio, il taglio del fiore, precisa Levis: «Il Capim Dourado è un arbustino. Una spiga con un fiorellino bianco all’estremità del gambo, dove si trovano le spore. Per la lavorazione si utilizza lo stelo, come fosse una paglia. La regolamentarizzazione punta a non interrompere il ciclo di risemina spontanea. Va tagliato il fiore e lasciato cadere a terra. Cadono così anche i semi e riinizia il ciclo di crescita. La pianta in passato ha rischiato di estinguersi perché non era protetta. Chiunque poteva liberamente tagliarne i fiori, con ricadute sulla disponibilità di risorse». Per le autorità brasiliane proteggere questo sistema naturale vuol dire garantire immediati riscontri sociali ed economici agli abitanti di zone poco conosciute e dove la povertà è forte. Incentiva la creazione di un’economia interna al Paese, promuovendo e incoraggiando la lavorazione in loco delle fibre raccolte. È predisposto anche un sistema di controllo sul campo. «In alcune aree ci sono guardie governative che controllano cosa succede ai raccolti. Lo sforzo politico va al di là della tutela dell’ecosistema. Per le popolazioni indigene del luogo il Capim Dourado è sostentamento. Il Jalapão è nell’entroterra, lontano da spiagge e zone battute dai turisti. È una realtà povera, a livello economico e culturale, segnata dalla descolarizzazione e dall’analfabetismo. Tutelare il Capim Dourado -continua Levis- Significa tutelare lo stesso luogo in cui nasce. Pochi anni fa è stata prodotta una telenovela dove la protagonista è una ragazza che va a raccogliere questa pianta. C’è il tentativo di promuovere l’area dal punto di vista turistico e paesaggistico, diffondendo la conoscenza dell’artigianato locale e di un materiale unico al mondo. In Brasile, dove l’attenzione ai prodotti naturali e alla biodiversità è meno sviluppata che in altre parti del mondo -come in Europa- non si è ancora consapevoli della valenza di questo prodotto autoctono. Le creazioni in Capim Dourado sono ancora considerate semplici bijoux, gioielli da spiaggia». Dal punto di vista di un importatore, spiega Levis, «La materia prima non costa tantissimo. A far salire il prezzo sono passaggi intermedi tra l’importazione e la spedizione. Ora è comunque più alto che un tempo, per la modifica di alcune regole burocratiche. Un tempo era concesso raccogliere un’unica fattura anche acquistando materia da diversi artigiani, adesso servono singole fatture per ogni fornitura».

Nella tradizione brasiliana, racconta Levis, si dice che fu Guardina – una schiava fuggita dallo Stato di Bahia – a scoprire per prima le potenzialità del Capim Dourado. Intrecciava gli steli creando cestini e oggetti di arredamento nella città di Mumbuca in Materios. Fu lei a tramandare la conoscenza di queste tecniche alle generazioni successive che le perfezionarono, anche grazie al contatto fra la cultura indios e gli afroamericani delle quilombas – comunità di schiavi fuggiti dalle piantagioni brasiliane in cui erano prigionieri. Levis racconta di aver scoperto la fibra grazie a un regalo di amici brasiliani: «Ho deciso di portarla in Italia, dove non era conosciuta. Sono andata in Brasile per capirne di più e per imparare le tecniche di lavorazione. La prima creazione è stata un accessorio per capelli. All’inizio importavo prodotti finiti già lavorati dalle comunità brasiliane. Poi ho deciso di muovermi verso la produzione di oggetti con un design più specifico, più europei e simili al Made in Italy. Così nel 2016 è nato il laboratorio artigianale, che ancora oggi è una realtà piccola. Siamo io e qualche collaboratore, lavoriamo su commissioni esterne». Nel 2018 vince il premio Mittelmoda The Fashion Award in collaborazione con il designer Fabio Amore ed entra nel catalogo di Artigianato e Palazzo, fiera dedicata all’alto artigianato nazionale e al valore del fatto a mano.

Artigianato e Capim Dourado

Prima della pandemia, Levis è andata per anni in Brasile a selezionare i semilavorati da importare. La lavorazione della fibra inizia tra le mani degli Indios. Una volta raccolta, è lavata, poi tenuta a riposo per l’asciugatura. Seccata, gli steli sono catalogati per tipologie. Quelli più fini sono usati per i gioielli, quelli più spessi per vasi e borse. Simile al tatto al vimine o alla sarcina, sono due i metodi con cui viene lavorata. «La tecnica del cucito è la più antica. Riprende tradizioni antiche di intreccio di fibre vegetali. La pianta viene immersa nell’acqua per aumentarne l’elasticità. Poi si cuciono insieme gli steli. La seconda, sviluppata in tempi più recenti, è ‘il metodo delle bacchette’ o ‘tecnica del wire’. Si prende una bacchetta di metallo e si va a ricoprirla con 10 o 15 steli di Capim Dourado per evitare che si deformi. Prima si faceva tutto a mano, adesso tramite un macchinario -una sorta di trapano- che cuce gli steli. Compro il semilavorato, studio la progettazione dell’oggetto da realizzare e la termino nel mio laboratorio. Sulla base della commissione, i semilavorati a volte vanno modificati perché la pianta non si presta ad angoli acuti o altre geometrie specifiche, ma piuttosto a forme tondeggianti», spiega Levis. 

Il Capim Dourado, avvolgendola, rende la bacchetta di metallo anallergica. Per cucire gli steli si utilizzano altri materiali, come nylon o fili di seta d’oro che creano un effetto filigrana, accentuando la luminosità della fibra. Tra gli Indios vengono ancora utilizzati filamenti secchi, resistenti e dal colore biancastri, ricavati dal cuore di un albero locale, la palma burití. Nonostante gli sforzi del governo brasiliano di bloccare questa pratica per prevenire disboscamento e deforestazione, l’accostamento Capim Dourado e burití è difficile da cancellare dalla tradizione, anche perché, come sottolinea Levis, «Il Capim cresce in prossimità di questi alberi, oltre che di corsi d’acqua».

Artigianato e Palazzo 2021

La prossima edizione – la XXVII – di Artigianato e Palazzo si terrà da giovedì 16 a domenica 19 settembre 2021 e riunirà nel Giardino Corsini di Firenze una nuova selezione di testimoni della tradizione artigiana con un focus sulle generazioni emergenti. Per questa edizione sarà per la prima volta aperto il piano terra del Palazzo​.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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