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Piantagioni policicliche: benefici per l’ambiente

Boschi artificiali per la produzione di legname e biomassa – meno concimi e consumo idrico, piantagioni più resilienti. Le sperimentazioni in Italia di piantagioni policicliche

Legno – stoccaggio di CO2

Il legno, durante la sua crescita, accumula CO2 presente nell’aria. Il carbonio è utilizzato per la costruzione di sostanze organiche, mentre l’ossigeno è rilasciato nell’ambiente. Più un albero invecchia, più lentamente cresce e meno CO2 assorbe. Se un albero non viene abbattuto, marcisce, rilasciando nell’atmosfera la stessa quantità di C02 che ha immagazzinato durante il suo ciclo vitale. Abbattendolo e utilizzandolo per produrre oggetti in legno, il carbonio rimane immagazzinato nel serbatoio che ogni prodotto costituisce. Quando elementi in legno escono da un ciclo di utilizzo, possono essere riutilizzati per la produzione di biomasse. Si può concludere, quasi come assioma, che gli alberi stabilizzano la quantità di CO2 che respiriamo e che il legno debba essere un materiale preferibile.

Piantagioni policicliche

Negli ultimi decenni – a partire dagli anni Ottanta – la progettazione di piantagioni da legno si è evoluta verso la consociazione di più specie. Sono stati sperimentati schemi che prevedono la messa a dimora di piante principali – di solito specie a legname di pregio – e piante accessorie, spesso scelte tra quelle con capacità azotofissatrici. In un secondo momento si è iniziato a parlare di piantagioni policicliche, un tipo di impianto caratterizzato dalla piantumazione, sulla stessa superficie, di piante diverse per specie, velocità di crescita, cicli colturali e capacità produttiva, come definite da Paolo Mori – fondatore di Compagnia delle Foreste – e Enrico Buresti Lattes di AALSEA, Associazione Arboricoltura da Legno Sostenibile per l’Economia e per l’Ambiente. Queste sono state poi distinte in piantagioni 3P, policicliche potenzialmente permanenti, e piantagioni a termine. Guardando all’esperienza sviluppata finora, si utilizzano tre tipi di piante. Quelle a ciclo brevissimo, che si esaurisce dai 3 ai 7 anni, usate per la produzione di biomassa; quelle a ciclo breve (8-12 anni) e quelle a ciclo medio-lungo (30-40 anni), di solito alberi di latifoglie utili per la produzione di segati e tranciati di legno. 

Piante a ciclo brevissimo, breve e medio-lungo

Nelle piantagioni policicliche a termine le piante principali, a rotazione più lunga, a fine ciclo ricoprono tutta la superficie coltivata con la loro chioma. Al momento dell’utilizzazione, la piantagione viene tagliata. Discorso diverso per le 3P, dove gli alberi principali a rotazione più lunga non coprono tutta la superficie. Sugli appezzamenti scoperti sono piantati altri alberi con ciclo colturale diverso. Specie a ciclo brevissimo sono, ad esempio: pioppi, platani, olmi, carpini, frassini, noccioli, salici e robinie. A ciclo breve possono essere cloni di poppo e di pioppo bianco, mentre per il ciclo medio-lungo si coltivano noci, farnie, noci ibridi, tigli, ciliegi e peri. Il legno delle piante a ciclo brevissimo è impiegato generalmente per la produzione di legna da ardere, quello delle piante a ciclo breve per la produzione di imballaggi e di carta e quello degli alberi a ciclo lungo come prodotto per costruzioni. 

Il progetto delle piantagioni policicliche promosso da Cartiere Carrara

Piantagioni policicliche, benefici

Le diverse specie di alberi nelle piantagioni policicliche sono prelevate in tempi diversi, diminuendo l’impatto degli interventi di taglio sia sull’equilibrio degli habitat naturali che vengono a crearsi che sul paesaggio. Progettabili sia in pieno campo che su filari alternati, secondo chi ne promuove l’uso, le policicliche permettono di raggiungere una capacità produttiva di legno paragonabile a quella delle piantagioni pure, tutelando allo stesso tempo la tenuta del suolo e la biodiversità dell’ecosistema. Dal lato produttivo, non hanno bisogno di frequenti diradamenti e, se progettate in modo corretto, l’utilizzazione delle diverse piante è progressiva. Venendo prelevate in momenti diversi, permettono di differenziare la produzione e quindi garantiscono ricavi potenzialmente continui, differenziando i rischi per l’imprenditore. Ad esempio: se una piantagione è tutta composta da noci e questi si ammalano, la perdita economica sarà notevole. Se invece, oltre ai noci, sono presenti più specie differenti, non tutto il raccolto va perduto a causa di una malattia. Inoltre, la densità degli alberi – molti dei progetti avviati si assestano intorno alle 600-700 piante per ettaro – richiede minori lavorazioni rispetto alle piantagioni tradizionali e la stratificazione di chiome e radici riduce la quantità di acqua necessaria per irrigare il campo. L’uso di specie azotofissatrici come piante accessorie permette di ridurre l’utilizzo di fertilizzanti, concimi e trattamenti fitosanitari. Secondo uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista di SISEF – Società Italiana di Sevicoltura ed Ecologia Forestale – le spaziature richieste per gli impianti di tipo misto migliorano le condizioni vegetative, aumentando la resistenza della piantagione e abbassando fino al 40% la necessità di interventi colturali. Le limitate pratiche agricole richieste dalla gestione del terreno permettono una maggiore conservazione di carbonio nel suolo, abbassando l’impatto della piantagione sul riscaldamento climatico, che subisce l’influenza anche del ripetersi continuo di interventi di prelievo e di ripiantumazione degli alberi. Ci sono poi benefici per la biodiversità: l’alternarsi di differenti specie, anche di diverse altezze, pone le basi per la creazione di un habitat adatto a ospitare diversi animali, dagli uccelli ai mammiferi di piccola e media taglia, a tutela della biodiversità locale. 

Piantagioni policicliche: progetti in Italia

Diversi progetti in Italia scommettono sulle piantagioni policicliche. Tra questi l’iniziativa promossa da Cartiere Carrara, nell’ambito del Protocollo Forestazione Italiana di Rete Clima, che prevede la realizzazione di una serie di piantagioni nella zona di Badia Pozzeveri, provincia di Lucca. A Dosolo, nel mantovano, la Fondazione AlberItalia -nata da Slow Food Italia, SISEF e Romagna Acque-Società delle Fonti- ha in progetto di piantare 10.400 alberi in piantagioni 3P entro il 2022. C’è poi chi si è già mosso. Così il Consorzio di Bonifica Veronese che, nelle Valli grandi della provincia, ha lavorato su 25 ettari di terreno, mettendo a dimora principalmente noci e pioppi nel 2018. L’idea è partita da Life+InBioWood, con la progettazione degli schemi d’impianti a opera di Enrico Buresti di AALSEA e di Paolo Mori di Compagnia delle Foreste, che da anni studiano e realizzano piantagioni policicliche. Il Consorzio di Bonifica Veronese ha curato la realizzazione pratica dell’impianto e i risultati del progetto saranno utilizzati per esaminare gli effetti di questo tipo di impianto su produttività industriale ed ecosistema. Altre piantagioni policicliche sono state messe a dimora in Piemonte, nelle aree boschive dei comuni di Valenza e Piovera, in provincia di Alessandria, e in quello di Azzano d’Asti, provincia di Asti.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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