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Milano la sua rinascita: diavoli, suore e uomini pipistrello in Porta Romana

Su una via di Milano in trasformazione si affacciano ospizi ottocenteschi, case del Diavolo, bassorilievi di uomini pipistrello e un marchio che Batman l’ha vestito davvero

Marchese Ludovico Acerbi

Pare che all’inizio del Diciassettesimo secolo Lucifero abitasse al numero 3 di Corso di Porta Romana, a Milano. Per l’anagrafe era il marchese Ludovico Acerbi; per la corona spagnola era stato il rappresentante alla Corte Pontificia e poi a Napoli; per le istituzioni milanesi era senatore dal 1600; per le leggende che circolavano in città era Lucifero. Si racconta che negli anni in cui imperversava la peste manzoniana del 1630, il marchese amasse organizzare feste nel suo palazzo, senza che nessuno dei partecipanti si ammalasse. Il marchese usciva dal palazzo ogni giorno alla stessa ora con una carrozza trainata da sei cavalli neri e sedici staffieri in livrea verde dorata. In realtà, nel 1630 il marchese era già morto da otto anni, ma il ricordo della sua vita dissoluta e impunita in una città sempre più impoverita confusero le date e alimentarono le superstizioni popolari. Palazzo Acerbi diventò nella vulgata la ‘casa del diavolo’. 

Palazzo Meroni, liberty a Milano

Sul lato opposto del Corso, a un civico di distanza, oggi sorge Palazzo Meroni, monumentale edificio in stile liberty progettato dagli architetti Cesare Penca e Cesare Penati e realizzato tra il 1914 e il 1924, che occupa un intero isolato tra Corso di Porta Romana e Corso Italia. Il fulcro dell’edificio è l’angolo sormontato da una cupola a spicchi visibile fin da piazza Duomo, con una copertura a squame di rame nella quale si aprono degli oblò. Sotto, un’ampia balconata decorata con le statue di due figure maschili languide. Putti circondano gli oculi delle mansarde. Il parapetto della scala interna, realizzato da Alessandro Mazzuccottelli, è decorato con bassorilievi di animali. 

Tagliatore a Milano

Al terzo piano del palazzo ha aperto il suo primo showroom in città Tagliatore. Il direttore creativo Pino Lerario aspettava da tempo che si liberasse questo spazio di 350 metri quadri affacciato su Corso Italia con vetrate, un bovindo e una vista sulla retrostante Torre Velasca. ‘Tagliatore’ era il soprannome dell’intagliatore e cucitore di tomaie in pelle di Martina Franca Vito Lerario, ereditato dal figlio Franco, il quale decide di dedicarsi alla sartoria, nel 1984 apre Confezioni Lerario e nel 1999 il nuovo marchio: Tagliatore. 

Tagliatore: Pino Lerario

Oggi l’azienda ha 200 dipendenti, ha chiuso il 2019 con ventotto milioni di fatturato, produce 340 capispalla al giorno e 100 modelli campione a stagione – tra uomo e donna – con circa 450 varianti tessuti e colori. Nei ruoli chiave, oltre a Pino Lerario, ci sono i fratelli Vito jr e Luciano – responsabili della produzione – e la sorella Teresa per la parte amministrativo-finanziaria. A Milano Franco Lerario aveva lavorato nel laboratorio dei fratelli Carbotti, specializzandosi nella confezione di impermeabili, mentre il figlio Pino, classe 1965, a inizi anni Ottanta ha studiato da modellista all’Istituto Secoli, per poi tornare a Martina Franca nell’azienda di famiglia. «Una volta chiesero ad Albano Carrisi dove trovasse ispirazione: rispose che in Puglia basta aprire gli occhi e guardarsi attorno e hai già fatto quello che devi fare. È così anche per me: basta andare al mare o in campagna e quando torni a casa hai in mente quei colori che poi entrano nella collezione. Tutte le mattine quando lavoro sono circondato dal misticismo del panorama sulla Valle d’Itria», spiega Pino Lerario. I colori entrano nelle collezioni, meno nel suo armadio: «Preferisco vestire di nero. Il re delle cravatte napoletano Eugenio Marinella indossava sempre cravatte vecchie. Quando gliene chiesero la ragione rispose che le cravatte belle le dovevano indossare i clienti»

Poco dopo gli studi a Milano, Pino Lerario aiuta il padre a portare il marchio – allora Confezioni Lerario – a Londra, dove per un quinquennio tengono uno showroom. «Allora i produttori pugliesi guardavano solo al mercato nazionale e alla Sicilia, che sembrava l’America. Il mercato inglese mi ha insegnato a essere più preciso nelle linee dei modelli». Il gusto della giacca napoletana – «destrutturate, svuotate, con un’anima e una vestibilità sartoriale» – si unisce a quello inglese – «nel gusto dei tessuti». È a Londra che il costumista Bob Ringwood vede alcuni abiti confezionati dai Lerario per Gianni Baldo e chiede di averne trecento per il film Batman diretto da Tim Burton a cui stava lavorando. In una scena del film compare un negozio sulle cui vetrine si legge ‘Gianni Baldo & Lerario Quality Italian Suits’. Cravatta orribile, stile zero, commenta laconico il Joker di Burton alla vista del giornalista Alexander Nox: chissà cosa avrebbe risposto Eugenio Marinella.

Torre Velasca, architettura Milano

Milano non è Gotham City, ma Torre Velasca, visibile a meno di duecento metri dalla vetrata sul retro dello showroom, sembra uscita dalle penne dei fumettisti Bill Finger e Bob Kane, con il suo stile razionalista che reinterpreta l’architettura medioevale lombarda: nervature della struttura portante a vista, al posto dei contrafforti le travature oblique tra quindicesimo e diciottesimo piano che sostengono il modulo aggettante superiore. L’edificio progettato negli anni Cinquanta dallo Studio BBPR è l’unico luogo milanese in cui Batman si sentirebbe a casa, mentre il marchese Ludovico Acerbi della vicina ‘casa del diavolo’, organizzatore di feste sguaiate in tempi tremendi, sembra un Joker ante-litteram. Forse per questo Pino Lerario ha aspettato che si liberasse questo spazio per aprire a Milano. A più di trent’anni da quel film c’è ancora chi gli dice che alcuni suoi cappotti ricordano in linee e volumi quello del pipistrello di DC Comics. 

Lampoon, Torre Velasca, Ordine degli architetti Milano
Torre Velasca vista dal Duomo, Ph CEphoto, Uwe Aranas / CC-BY-SA-3.0

La nuova linea blu della metropolitana di Milano

Sotto la Torre si apre un’area che invece cerca di allontanarsi sempre di più da disordine e traffico tipici di Gotham City. Tra la stazione Missori e la fermata Sforza-Policlinico della nuova linea blu della metropolitana, non ancora aperta, è stato progettato un collegamento all’aperto che riqualificherà l’area. In via Pantano ci saranno trenta nuovi alberi, pavimentazione in granito e parziale pedonalizzazione. L’area pedonale di largo Richini e l’area verde di San Nazaro in Brolo verranno riqualificate. Tra le richieste del Municipio 1 c’è anche la pedonalizzazione di piazza Santo Stefano. Il collegamento tra le fermate delle due linee metropolitane sarà evidenziato con un percorso di segnaletica a terra. Le ipotesi di un corridoio sotterraneo sono state accantonate per i costi troppo elevati e la rilevanza archeologica dell’area.

Riqualificazione di Horti

Nella fermata successiva della linea gialla – Crocetta – sempre in Corso di Porta Romana, sarà presto completata la riqualificazione di Horti, su progetto dell’architetto Michele De Lucchi. Un ex convento di fine ottocento – con uno stile che ricorda un palazzo aristocratico dei laghi lombardi – in cui aveva sede l’ospizio ‘Casa di Riposo delle Piccole Suore per i Poveri Vecchi’ circondato da un’area verde di quasi 10mila metri quadrati: un regalo fatto da un signore benestante alla città e alle Piccole Suore. L’area si estende su 14.500 metri quadri totali, che sono stati abbandonati e dimenticati per oltre trent’anni, chiusi tra i palazzi circostanti e visibili solo dagli abitanti di quegli edifici. L’ex convento è stato ristrutturato per ospitare venticinque residenze, rispettando il disegno originale dell’ingegnere Enrico Strada e preservando un’atmosfera di vecchia residenza di villeggiatura lombarda. Sono stati recuperati gli edifici storici della lavanderia e del casello, trasformati in villette indipendenti; infine è stato realizzato un nuovo edificio di appartamenti su via Lamarmora. Il progetto degli interni è di Daniele Fiori dello studio DFA Partners. Al giardino storico – con tigli e cedri secolari, che sarà pubblico – sono stati aggiunti giardini privati condominiali. Sul retro dell’ex convento c’è anche una piccola chiesa costruita sull’asse centrale dell’edificio, intatta nella sua forma originale.

Riqualificazione Scalo di Porta Romana

Proseguendo lungo la linea gialla della metropolitana si arriva allo Scalo di Porta Romana, ultimo snodo della trasformazione urbanistica dell’omonimo Corso, acquisito attraverso gara del Gruppo FS Italiane dal fondo d’investimento immobiliare ‘Porta Romana’ gestito da COIMA SGR, Covivio e Prada Holding S.p.A. Il progetto vincitore per il rifacimento dell’area è del team Outcomist, di cui fa parte la Carlo Ratti Associati. Dei 190mila metri quadrati dell’area, 100mila saranno occupati da verde, attorno al quale sorgeranno residenze, uffici e case per studenti. Queste ultime saranno anche il villaggio olimpico degli atleti dei Giochi Invernali 2026. Il progetto prevede una serie di passerelle e piazze pubbliche a più livelli, tutte occupate dal verde, che faranno da ponte sui binari ancora attivi. In quest’area si troverà anche la stazione della Circle Line, cioè la nuova linea urbana prevista per il 2023 che connetterà le cinque metropolitane in un percorso semicircolare attorno alla città. 

L’Arco di Porta Romana

Il conte e storiografo della città di Milano Giorgio Giulini, negli anni Sessanta del Settecento pubblicava un’opera in nove tomi intitolata Memorie spettanti alla storia, al governo, ed alla descrizione della Città e della campagna di Milano nei Secoli Bassi: tutt’oggi uno dei documenti fondamentali per la conoscenza della città dell’epoca. Nel descrivere l’Arco di Porta Romana – un tempo parte integrante delle mura spagnole, che tutt’oggi si erge sul Corso – Giulini racconta di un bassorilievo nel mezzo della facciata che rappresenta un uomo distinto con baffi, barba e capelli lunghi, nella mano destra uno scettro rotto, la sinistra posata sulla gamba destra, che accavalla sull’altra. Sotto i piedi un mostro con faccia simile all’umana, se non che ha le orecchie come di pipistrello, in cui Giulini riconosce un probabile ritratto di Federico Barbarossa: chissà che invece non sia Lucifero, o Batman. A giudicare dall’abito, oggi vestirebbe Tagliatore: Sopra le spalle porta un mantelletto, che gli casca innanzi senza alcuna piega, se non che da una parte sembra rivoltato e mostra la fodera formata a piccoli pezzi, e figure triangolari, talché sembra di pelliccia. Sotto al mantelletto apparisce una veste increspata colle maniche strette.

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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