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Weston: fotografia, lessico familiare: il dietro le quinte della famiglia Weston

Una retrospettiva del lavoro fotografico che abbraccia un secolo di scatti dei fotografi Edward, Cole, Brett, e Cara Weston. Lampoon in conversazione con l’unica donna fotografa della famiglia

Quando abbiamo chiesto a Cara Weston se esistesse una differenza tra fotografare un corpo nudo e una montagna, dall’altra parte del telefono è arrivata una forte (ma gentile) risata: «Certo che è differente, è completamente diverso». Eppure – non abbiamo mollato la presa – le fotografie di Edward Weston annullano la percezione di cosa sia un corpo tra una donna e una foglia di cavolo, pur definendone meticolosamente i tratti: «Beh, effettivamente – risponde la fotografa – puoi fotografare un nudo e somiglia a un nudo e puoi fotografare un nudo e somiglia a una montagna. È tutta una questione di linee». Nelle foto di Cara Weston – esposte al Brescia Photo Festival 2022 insieme a una selezione dei lavori del nonno Edward, dello zio Brett e del padre Cole – la linea di una duna può ricordare la struttura di uno scheletro umano. 

Cara Weston, fotografa nata a Carmel, California

Ha lavorato per molti anni alla galleria di famiglia e ha conosciuto molti fotografi contemporanei che hanno poi influenzato il suo lavoro, come Eugene Smith. Tuttavia è l’eredità di Edward Weston – suo nonno e uno dei fotografi più importanti del primo Novecento, co-fondatore del gruppo “f/64”, che ha influenzato l’estetica della fotografia americana negli anni a venire –  l’elemento più evidente nel lavoro di Cara, per stessa ammissione della fotografa: «Vengo da una famiglia di fotografi, la fotografia mi ha influenzato sin da piccola. Ho lavorato per mio padre, aiutandolo nella ricerca fotografica. Non ho mai conosciuto mio nonno Edward, avevo un anno quando è morto. Poi ho continuato a lavorare per mio zio Brett».

Il movimento f/64 – così chiamato perché rimanda alla massima apertura del diaframma della fotocamera e dunque alla massima nitidezza –  è alla base della Straight photography, che si oppone al pittorialismo di inizio Novecento: la fotografia diventa dunque lo strumento puro di riproduzione della realtà, per allontanarla dagli artifici dell’arte. Questo movimento privilegia le rappresentazioni di oggetti e natura, nudi e forme ma non solo: appartengono a questo gruppo di fotografi americani anche i lavori di Dorothea Lange – autrice dello scatto Migrant mother –  e Walker Evans, che hanno gettato le basi per la fotografia realista e sociale. Nei principi del gruppo f/64 ritroviamo anche la poetica della fotografia di Cara Weston: no manipolazioni, semplicità della rappresentazione, la nitidezza delle linee prima di tutto.

Il lavoro di Cara Weston si ricollega all’utilizzo del bianco e nero come linguaggio, necessità, un tratto distintivo anche nella fotografia di Edward e Brett

«Mi dicono: ‘Tu vedi il mondo colorato non in bianco e nero’,  ma per me il bianco e nero semplifica le cose, quando voglio vedere il mondo voglio vederlo in bianco e nero. Il colore dà troppe informazioni, è caotico. Quando scatto a colori penso in bianco e nero. È così che il mio cervello è cablato ed è collegato al lavoro di mio nonno e di mio zio. Quando vedo il colore che mi piace, vedo le forme. È tutta una questione di contrasto e luce». L’artista non è tuttavia contraria alle forme di manipolazione in assoluto, anche se non appartengono al suo stile fotografico: «Va bene qualunque cosa piaccia all’artista, non sono contro gli artisti che manipolano una foto con acquarello, carboncino. Sono contraria, però, quando si tratta di manipolazione del lavoro fotogiornalistico».

Un nonno mai conosciuto, un padre e uno zio fotografi: «Sono cresciuta in una famiglia di uomini, sono l’unica figlia e sono rimasta sempre in the backgrounds – non sono mai stata incoraggiata a fotografare. Mio padre voleva che lavorassi per lui ma non ha mai voluto insegnarmi a fotografare. Ho quindi seguito un corso tenuto da un fotografo in una scuola locale. A volte le persone ridono per questo».

Potrebbe sembrare un paradosso familiare, ma si può lavorare nella fotografia, conoscerne le tecniche, essere gli occhi di un fotografo ma non fotografare: «Ho iniziato a prendere sul serio la fotografia solo a 30 anni, un po’ perché mi sentivo intimidita dal mio stesso nome, ma con l’età arriva la saggezza. Fotografo per me stessa e ovunque io sia, in vacanza o in una stanza di hotel con la mia famiglia. Quello che mi piace della fotografia è il momento meditativo, non è importante l’immagine ma essere presente in quel dato momento».

Lampoon, Edward Weston, Bertha Wardell, Nude, 1927 Gelatin silver print Courtesy Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents
Edward Weston, Bertha Wardell, Nude, 1927 Gelatin silver print Courtesy Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

Nella famiglia Weston, il padre di Cara – Cole Weston – è stato tra i primi fotografi a sperimentare e utilizzare le pellicole a colori, nel 1947

Per molto tempo il secondogenito di Edward Weston ha aiutato il padre nella fase di ricerca e sviluppo delle foto. Al lavoro creativo è arrivato anche lui tardivamente, come la figlia, che ne ha seguito le orme passando dal ruolo di assistente alla fotografia fino a sviluppare una vero e proprio percorso personale. «Mio padre non mi ha mai proposto di essere nella dark room con lui. Mi stavo dedicando a un altro tipo di lavoro artistico, alla fine è stata davvero una mia scelta, quella di scegliere di fotografare. Mio padre non mi vedeva davvero fiorire nella fotografia», racconta Weston.

Negli anni, la fotografa ha abbandonato l’utilizzo della pellicola in favore del digitale: «Sono passata dalla pellicola al digitale soprattutto perché le sostanze chimiche mi provocano una forte emicrania e questo ha aiutato i miei mal di testa. Cosa che preferisco al momento. Della pellicola mi piace il fatto che sia un processo lento, quando la utilizzo tutto rallenta, sei più attento quando scatti con la pellicola, mi concentro di più».

La domanda sorge allora spontanea, in un mondo in cui la produzione di immagini spesso non è soggetta ad alcuna regola estetica o stilistica: l’accessibilità e la velocità del medium digitale sta privando la fotografia del suo senso? «Sì e no», risponde Weston. «Ho sperimentato molto ultimamente con l’Iphone. Ho deciso di farlo perché il corpo delle fotocamere sta iniziando a diventare molto pesante per me che ho 65 anni, sto iniziando ad avere problemi al collo (ride). Penso però che il problema portato dal digitale è che le persone non si fermano più a pensare. Mi guardo intorno e vedo persone che fotografano o fanno selfie, nessuno si siede e ha piacere a guardare. Vivo in un’area molto turistica e avrei voglia di dire: andate in spiaggia, oggi non facciamo più esperienza».

Dal 31 marzo al 24 luglio, il Museo di Santa Giulia a Brescia ospita la mostra WESTON. Edward, Brett, Cole, Cara. Una dinastia di fotografi

Programma della quinta edizione del Brescia Photo Festival, iniziativa promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana che quest’anno verterà sul tema Le forme del ritratto.

Emanuela Colaci

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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