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Elisabetta Sgarbi: la libertà di sbagliare

Il progresso, Milano, l’Italia, l’editoria, il dolore: intervista a Elisabetta Sgarbi e al suo alter ego Betty Wrong – uno spazio di libertà – le scommesse di un’imprenditrice culturale

Lampoon intervista Elisabetta Sgarbi

Ci sono nomi che tornano sempre. Per chi lavora o si interessa di cultura – libri, musica, film, festival – Elisabetta Sgarbi è un leit motiv. Soprattutto a Milano. Qui è nata nel 2000 la Milanesiana, rassegna culturale di cui è ideatrice e direttrice artistica. Qui è la sede della casa editrice La Nave di Teseo, fondata nel 2015 da Sgarbi insieme a Umberto Eco, Eugenio Lio, Mario Andreose e altri scrittori italiani. Qui anche il quartier generale di Bompiani, di cui Sgarbi è stata direttrice editoriale prima della Nave, in seguito al passaggio di proprietà da RCS a Mondadori nel 2015. Sgarbi non è nata a Milano, ma a Ro Ferrarese, in Emilia-Romagna, dove è tornata durante le prime chiusure per la pandemia nel 2020. Con Milano ha molto in comune. «L’operosità, la curiosità, la voglia di sperimentare me la hanno sempre resa vicina», racconta. Anche qualche differenza: «Non ho mai frequentato granché la sua mondanità. Non snobismo, ma perché non mi fa sentire a mio agio. È un mio limite». Lo si capisce, quando racconta dei suoi posti preferiti in città: «La casa di Gigiotti Zanini, che cita Savinio nei suoi scritti dispersi, che curai alla Bompiani. Piazza Duse, Sant’Ambrogio e dove abito io. Alla Pinacoteca di Brera ci sono almeno due opere del mio cuore: la Pala di Brera di Piero della Francesca, e la Pala Portuense di Ercole de’ Roberti, pittore ferrarese. La tensione e la purezza di Piero e la ricchezza lussureggiante, generosa di Ercole de Roberti sono due fari della mia vita». 

Betty Wrong

Come tutte le città contemporanee, secondo Sgarbi, Milano «non ha una sola funzione. È stratificata, sia verticalmente, come accumulo di identità storiche, sia orizzontalmente, come convivenza di diverse identità culturali contemporanee». Di nuovo, elementi in comune con Sgarbi, che negli ultimi anni si è sdoppiata nell’alter ego Betty Wrong – Betty Sbagliata, da cui il nome della sua casa discografica nata nel 2020. Ha iniziato a produrre il gruppo Extraliscio, per loro ha inventato una società. Li ha portati al Festival di Sanremo, dopo avergli dedicato il film Extraliscio – Punk da balera. Insieme sono tornati, quest’anno, alla Mostra del Cinema di Venezia con La nave sul monte. «Un percorso anomalo nel mondo della discografia. Molto Wrong», riflette Sgarbi. Infatti ‘sbagliata’, per Sgarbi, significa «una strada diversa da quella maestra, che può riservare belle sorprese». Lo spiega con un esempio: «C’è l’autostrada che da Roma ti porta a Milano. Poi capita che il tratto appenninico è chiuso, come è capitato a me tornando a Ferrara la notte dopo lo Strega. Allora esci ad Arezzo, passi per Monterchi, arrivi a San Sepolcro, e prendi la E45. Ho pensato che se fosse stato giorno, avrei visto i capolavori di Piero della Francesca. Ecco la strada diversa». Elisabetta è responsabile, guida e azionista di una casa editrice. Betty Wrong è «uno spazio di libertà. Betty Wrong sono solo io, posso sbagliare senza grosse complicazioni».

La Milanesiana e Milano

Percorso meno anomalo ma in continuo mutamento è quello della Milanesiana. Al battesimo della rassegna, ventidue anni fa, epicentro culturale d’Italia era Roma. «Milano era la città operosa, da lasciare il prima possibile e da non abitare nei weekend, soprattutto estivi», ricorda Sgarbi. Negli anni, la metamorfosi di cui Sgarbi è stata «spettatrice e attrice. Milano è diventata consapevole di essere una capitale culturale. Lo è dal punto di vista editoriale, musicale, artistico in genere. Lo è sempre stata, ma ha preferito disconoscerlo per tanti anni». Nel frattempo, la Milanesiana diventava manifestazione itinerante, da Milano a tutta Italia: nel 2021 ha toccato venticinque città. L’ultima edizione, finita lo scorso nove agosto, ha cercato di indagare il concetto di ‘progresso’. Un tema, spiega Sgarbi, proposto da Claudio Magris ispirandosi a Progresso, libro di Aldo Schiavone. «Il punto di partenza è il passo delle Tesi di Filosofia della Storia di Benjamin, che commenta l’Angelo di Paul Klee. Benjamin conclude così: ‘Questa tempesta è ciò che chiamiamo progresso’».
Ambiente, diritti, digitalizzazione, pandemia. Negli ultimi due anni si è fatta strada una percezione diffusa di vivere un periodo di transizione verso una società nuova, dove serpeggia il bisogno di progredire e abbandonare lo stato attuale delle cose. «Il progresso per me sta sempre dalla parte della parità dei diritti, delle pari opportunità, anzitutto di studio, cultura, crescita professionale. Perché questi diritti tendono a diminuire con il progresso tecnologico, che quindi è un progresso solo da un punto di vista. Da un altro può essere un regresso», dice Sgarbi. Per la sua ideatrice, l’estensione orizzontale del viaggio in Italia della Milanesiana è per la stessa rassegna il suo progredire: «Andare in oltre 25 città significa farsi trasformare almeno un po’ dalle realtà che si incontrano. E questo è bello. Alla fine di questo lungo viaggio si compone un mosaico di riflessioni su uno stesso tema».

La Milanesiana estiva: i quadri di Mario Cavaglieri in mostra a Ca’ Sagredo Hotel di Venezia

Elisabetta Sgarbi: l’editoria

Un ambito in cui il concetto di progresso è di per sé parte integrante è quello dell’editoria. Così la pensa Sgarbi: «L’editoria è per definizione votata in avanti, anche quando si occupa di recuperare autori del passato. L’editore legge e decide di dare vita a libri prima che i libri siano libri. Ogni editore ha la pretesa, la speranza, l’illusione che quel libro possa creare un cambiamento epocale». Già curatrice, dal 1990, della rivista letteraria Panta, fondata con Piervittorio Tondelli, nei 25 anni a Bompiani Sgarbi ha pubblicato, tra gli altri, Tolkien, Oz, Saramago, Coelho, Veronesi, Eco, Scurati. Con La Nave di Teseo riflette sui cambiamenti che il mondo dell’editoria ha attraversato da quando ha iniziato a farne parte: «Non esistevano le concentrazioni editoriali. Le catene non avevano soppiantato le librerie diffuse su tutto il territorio. Non esisteva Amazon». Nel frattempo, la scommessa della Nave di Teseo. Un successo nato da una situazione in cui Sgarbi non si trovava più, fatto a sua volta di continue scommesse, come la decisione di pubblicare Il pane perduto di Edith Bruck, che dalle prime 1900 copie stampate vince il Premio Strega Giovani. Un’avventura che non sarebbe nata se Mondadori non avesse acquistato Bompiani. 

Elisabetta Sgarbi

Se il cognome Sgarbi suona familiare anche a chi non conosce il suo lavoro, è perché è lo stesso del critico d’arte Vittorio, fratello di Elisabetta. Un legame sempre riconosciuto da entrambi, nonostante le differenze. Elisabetta è riservata, sta lontana – lavoro permettendo – da apparizioni in pubblico e usa i profili social solo a scopo professionale. «Deriva dal mio carattere. Amo rimanere fuori dai riflettori, tornare a Ro, passeggiare al mare, o lungo il fiume. Non ho un’immagine da costruire, perché non saprei da dove cominciare per costruirla», dice di sé. Della sua persona si sa poco: quello che da sola decide di voler raccontare. Due parole che accompagnano spesso la descrizione degli anni prima dell’editoria, quando era studentessa di farmacia, sono fatica e rigore. Sentimenti che ancora oggi la segnano: «Mi sono rimasti dentro, nel bene e nel male. Mi hanno lasciato insicurezze ma anche tanta determinazione – e appunto, rigore: le formule della chimica e i teoremi della matematica non li puoi inventare». Poi il dolore, mai nascosto. A novembre 2015 muore la madre di Sgarbi. Poco dopo, a febbraio 2016, muore Umberto Eco. Punti di riferimento che vengono a mancare a pochi mesi di distanza dalla nascita della Nave di Teseo. Nel 2018, la morte del padre. Sgarbi non si è mai fermata: «Il dolore, a volte, può aprire gli occhi. A volte può chiuderli. In quei momenti sapevo cosa stavo facendo». Dice che dorme poco e che la notte lavora molto.

In passato Sgarbi ha detto di avere «l’idea, se si vuole tragica, di non avere tempo», che spiega con i versi di Andrew Marvell: ‘Così sebbene non si possa obbligare il nostro sole a fermarsi, possiamo tuttavia obbligarlo a correre’. Imprenditrice, padrona di sé stessa. Un simbolo per le donne e il femminismo, qualcuno direbbe. Tema delicato per Sgarbi che, in passato, ha detto di non definirsi femminista in senso moderno, di non amare le distinzioni di genere. Precisa: «In realtà io sono iperfemmista, se questo vuol dire affermare la necessità di pari diritti, fermare gli intollerabili fenomeni ancora troppi diffusi di femminicidi o violenza sulle donne. Temo forme caricaturali del femminismo, che ci sono sempre state nella storia di questo movimento, fino a fenomeni parossistici come la questione Woody Allen o la biografia di Roth. Mi rendo conto che non è semplice trovare la misura nella lotta per affermare dei diritti, che gli eccessi fanno parte della partita. Però dovremmo sforzarci di trovarla, questa misura».

L’aquisizione di Baldini&Castoldi

Sgarbi è anche presidente di un’altra casa editrice, Baldini&Castoldi – acquistata nel 2017 – per cui è anche direttore responsabile della storica rivista di fumetti Linus. Ha la presidenza di una terza casa editrice, la Oblamov, e della sua omonima Fondazione di promozione culturale nata nel 2009.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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