Collezione Henraux 1960-1970. Veduta dell’installazione, Henraux, 2022. Foto Nicola Gnesi. Courtesy Fondazione Henraux e collezione Intesa Sanpaolo
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Marmo e sperimentazione artistica: primato versiliese

La Fondazione Henraux, a Querceta, in Versilia, esiste da più di duecento anni – con Collezione Henraux 1960 – 1970 un corpus di opere è riunito per la prima volta negli spazi in cui furono realizzate

Fondazione Henraux: duecento anni di storia

In Versilia Via de’ Marmi è una strada che collega le cave di marmo al mare. Ha origini cinquecentesche e attorno alla sua realizzazione aleggia il genio michelangiolesco e la visionarietà di papa Leone X che scelsero l’ancora non estratta nivea roccia del Monte Altissimo per la facciata della Chiesa di San Lorenzo a Firenze. A metà di questo tragitto sorge Querceta, frazione di Seravezza, vertice di un triangolo ideale con Forte dei Marmi e Pietrasanta. Le strade provinciali di questo Borgo sono costeggiate dagli impianti produttivi dove sono posati blocchi monolitici di marmo bianco. Qui da più di duecento anni è presente la realtà di Henraux. 

1821 l’anno di fondazione per volontà di Jean Baptiste Alexandre Henraux, ex ufficiale napoleonico d’origine belga, e l’imprenditore Marco Borrini. La vocazione di quest’azienda nel partecipare a opere architettoniche e artistiche è presente sin da fine Ottocento; fanno fede le commissioni per la costruzione della cattedrale di Sant’Isacco a San Pietroburgo (1845), la ricostruzione dell’abbazia di Montecassino (1945-62) o i marmi policromi che adorano il sagrato della basilica di San Pietro in Vaticano (1962). 

Erminio Cidonio alla guida di Henraux

La propensione industriale di Henraux per l’arte contemporanea, la novità che in essa soggiace e che può ridefinire l’approccio a uno specifico materiale si potenzia negli anni del secondo dopoguerra, con la guida di Erminio Cidonio, consapevole di come l’artistico dinamismo sperimentale di quegli anni potesse contribuire a rinnovare la produzione aziendale. 

Cidonio è amministratore delegato dal 1957 e in quell’anno Henry Moore visita la Versilia per la sua opera site specific UNESCO Reclining Figure 1957–58, realizzata con i marmi Henraux e ancora oggi presso il World Heritage Centre di Place de Fontenoy. A partire da questo sodalizio, la ricerca artistica attorno al marmo moltiplica: Jeans (Hans) Arp, Nino Cassani, Émile Gilioli, Joan Miró, Isamu Noguchi, Maria Papa Rostkowska, Antoine Poncet, Georges Vantongerloo, Giò Pomodoro sono alcuni tra coloro che si avvalsero dei marmi e della maestranze specializzate Henraux per la realizzare le le loro opere. Opere donate dagli stessi artisti o acquistate che iniziano a costituire la Collezione dell’azienda, a cui si affianca la creazione di un centro internazionale di scultura, animato da seminari e dalla pubblicazione di Marmo, rivista depositaria di autorevoli contributi da parte dei nomi della critica d’arte e del design. 

La mostra Collezione Henraux 1960 – 1970

Dopo l’esposizione nel Cortile d’Onore di Palazzo dei Diamanti, la Collezione Henraux nel 1973 è smembrata in almeno due nuclei. Venticinque opere vengono acquisite dalla Banca Commerciale Italiana, al tempo azionista Henraux, per poi confluire nell’attuale raccolta d’arte moderna e contemporanea di Intesa Sanpaolo. 

Con Collezione Henraux 1960 – 1970, a cura di Edoardo Bonaspetti, dopo mezzo secolo un corpus di opere viene riunito per la prima volta negli spazi in cui furono realizzate; prima ancora, sono state in mostra nel Cortile Ottagono e nel Giardino d’Alessandro delle Gallerie d’Italia di Milano. Il percorso espositivo si snoda in due ambienti attigui. Lo show-room Luce di Carrara, restaurato da Archea Associati, è costellato da lettere, documenti, foto d’archivio, modelli, riproduzioni il cui allestimento è caratterizzato da elementi in marmo; frastagliati in nuclei tematici, questa prima sezione esplora il vitale contesto in cui le sculture sono state create, la nascita della Collezione Henraux e l’esempio di cultura d’impresa. 

Carmelo Cappello, Giorgio Zennaro, Nino Cassani, Antoine Poncet, Fumio Otani, Alicia Penalba, Émile Gilioli, Bruno Raspanti, Jan Dries, Aldo Dezza, Branko Ružić, Carlo Sergio Signori, Pablo Serrano, François Stahly, Jeans (Hans) Arp, Maria Papa Rostkowska, Giò Pomodoro, Joan Miró, Rosalda Gilardi-Bernocco, Alina Szapocznikow, Giannetto Salotti e James (Jim) Ritchie – questi i ventidue artisti in mostra nell’ottocentesca segheria Henraux, che ospita le opere in ordine cronologico, organizzate in un allestimento razionale a cura di studio 2050+. Il perimetro attorno al basamento di ogni scultura è incrociato da strisce bianche tipiche della segnaletica stradale, un omaggio all’estetica industriale, da cui si differenziano tre “atolli” blu. 

Premio Internazionale di Scultura Henraux 2022

Entro questi contorni oltremare sono presentate le opere dei tre vincitori del Premio Internazionale di Scultura Henraux 2022 che condividono gli spazi con quelle dei maestri del Novecento. Il premio a cadenza biennale, rivolto ad artisti under quaranta e istituito dal presidente di Henraux Paolo Carli nel 2012, era presieduto da Philippe Daverio e oggi è coordinato da Edoardo Bonaspetti, che ne ha curato anche la quinta edizione. La giuria, composta da Vincenzo de Bellis, Letizia Ragaglia, Eike Schmidt e Roberta Tenconi, ha premiato Nikita Gale, Lorenza Longhi, e Himali Singh Son. I progetti di queste artiste sono stati realizzati all’interno dei laboratori Henraux cercando così di fondere la loro ricerca sul marmo alle peculiarità che ne tratteggiano il processo produttivo. 

Nikita Gale

Se già nel 1959 John Cage si era dilettato a registrare i suoni lagunari con Sounds of Venice, l’americana Gale con MARMI crea un ponte tra il materico, l’omaggio al Fluxus e alla sound art, cristallizzando in due musicassette di polvere di marmo la ricerca sonora portata avanti nelle cave del Monte Altissimo grazie alle registrazioni dei suoni emanati dai processi di estrazione e lavorazione del marmo. Questa roccia si fa fluida nell’accezione per cui la sua sonorità scorre a mo’ di traccia audio tramite un supporto che la storia del design battezzerebbe come vintage: un Sony Stereo Zilba’p metà anni Settanta. Gale sembra recuperare l’assunto mcluhaniano e lo metamorfizza: qui il medium sonoro si fa (corazza di) marmo e messaggio. 

Lorenza Longhi 

Lorenza Longhi recupera l’inutilizzato, lo scartato, il “soverchio” dai reparti produttivi Henraux. Crea una sorta di ready-made rettificato disponendo quindici pannelli di marmo in un’unica fila che visivamente ricorda le campionature tipiche del design d’interni. Tutto questo a prima vista. La tipica distanza “museale” tra l’osservatore e l’opera non interessa all’artista. Più ci si avvicina, più si notano cortocircuiti materici dati da contaminazioni tessili, provenienti dal vestiario femminile di matrice industriale. Pizzo rosa antico, ganci per corsetti, piccole fibbie, passamanerie, paillettes violacee si depositano sui marmi, li “uniscono”, mescolando una tacita fascinazione di Longhi per l’universo pop e camp a una meditata critica al consumo, lontana dalla malinconia insita negli objet trouvé e capace di instaurare una riflessione a partire dalla sovrabbondante presenza di persistenti tracce passate. Con “Business Card(s)” la riproducibilità tecnica si fa percezione tattile del tempo, rilocando tracce estetizzanti in contesti inattesi. 

Himali Singh Son

Too Much and Not Enough è la performance di Himali Singh Son, artista che vive tra Londra e Dheli, accompagnata dal batterista, compositore e performer David Soin Tappeser, esecutore di un esercizio volto ad indagare l’assenza di sonorità del marmo: ricreando una batteria i cui tamburi sono sostituiti da lastre marmoree, sembra voler testare il suo limite (e quello del pubblico) di sopportabilità sensoriale, ed energetica,  rispetto al ritmato susseguirsi cacofonico di impulsi impressi sulle superfici. 

Singh Son traduce la sua ricerca sui ghiacci polari in una riproduzione dell’isola artica post-colonaiale Blomstrandhalvøya attraverso la polvere di marmo e l’uso di piccole scope e rastrelli che, a primo impatto, ricordano più che altro le pratiche rituali dei giardini zen. Dinnanzi a una ripetitività del gesto così puntale, lenta e riflessiva ci si domanda, dato che dal cosiddetto punto di vista estetico non scatta niente di nuovo, quanto quella di Himali Singh Son sia una maniera di tradurre corporalmente le eredità del colonialismo in un esercizio decorativo. 

Collezione Henraux 1960 – 1970

Premio Internazionale di Scultura Henraux 2022
Dal 27 luglio al 15 settembre 2022

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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