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Paolo Sorrentino – Napoli, Maradona, la famiglia e lo spirito del tempo

«I miei film nascono da sentimenti che mi appassionano. Dopo averli realizzati, quella passione è svanita – così ho fatto un film sui miei problemi, forse sarei riuscito a dimenticarli»

Paolo Sorrentino – Leone d’Argento Gran Premio della Giuria a Venezia

Un drone, un piano sequenza a stringere che dal Golfo di Napoli, all’alba, tra luci e silenzio, ci porta in una dimensione onirica dove il buio è evidenziato dalla musica, tra candele e un lampadario gettato a terra, al centro di una stanza di un palazzo signorile. Inizia così È stata la mano di Dio, il film con cui Paolo Sorrentino ha vinto il Leone d’Argento Gran Premio della Giuria alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un insieme di devastazione e di liberazione – la sua – dove finzione e realtà vanno a intrecciarsi e dove anche gli elementi fantastici sembrano far parte del mondo controllato di (e da) Fabietto (è Filippo Scotti), l’alter ego del regista Premio Oscar per La Grande Bellezza

È stata la mano di Dio: plot

Ha 17 anni e come tutti i ragazzi della sua età sta attraversando una fase della vita in cui tutto è sogno. Fabietto non ha ancora combinato nulla, non ha neppure una ragazza e gran parte di quello che sa, sesso escluso, lo ha appreso dai libri o dalle conversazioni in famiglia sullo sport, la politica e i vari intrighi e speranze degli uni e degli altri. «Nonostante questo – ci racconta il regista napoletano quando lo incontriamo nel giardino dell’Hotel Excelsior, prima e dopo la premiazione (commentata tra le lacrime) – «è un osservatore naturale, una dote che può accendere una scintilla che ti porta a fare un lavoro di tipo artistico: le donne che lo circondano, ma anche suo fratello, suo padre e i parenti diventano il territorio che inizierà ad alimentare le sue riflessioni personali». Sorrentino ricorda e descrive così l’adolescenza, «un limbo, in quel territorio di mezzo tra il bambino che non sei più e l’adulto che non sei ancora. Il tuo rapporto con la realtà è già di per sé complicato e per uno come Fabietto, diventa ancora peggio perché perde il punto di riferimento dei suoi genitori e non sa come fare per rialzarsi in piedi»

Lampoon – intervista a Paolo Sorrentino

Il film è prodotto da Sorrentino con Fremantle e già va per la sua strada, direzione Oscar. Il giorno dopo la presentazione veneziana un aereo privato ha portato Sorrentino e gli altri membri del cast al Festival di Telluride, in Colorado, un’apertura assicurata alla statuetta. Nei cinema uscirà il 24 novembre prossimo e poi su Netflix il 15 dicembre. Quella di Sorrentino è una ricostruzione analitica di Napoli, la città in cui è nato e in cui ha vissuto fino all’università per poi trasferirsi a Roma. Un mondo imperfetto che non sarebbe potuto durare. «È il mio film più intimo, un romanzo di formazione allegro e doloroso costruito su di me, che parla della mia storia con l’intento di far capire ai miei figli perché sono sempre così schivo e silenzioso». Guai a definirlo autobiografico. «Non ci sono riferimenti alla mia persona, ma è un insieme di racconti di esperienze personali, di racconti inventati assieme ad altri che mi sono stati riferiti»

Toni Servillo e Filippo Scotti sul set di ‘E’ stata la mano di Dio’, ultimo film di Paolo Sorrentino

Napoli negli anni Ottanta

Le difficoltà momentanee o improvvise sono accompagnate da un impulso ad andare avanti, a creare, a cogliere qualunque occasione si presenti, anche in mezzo a un dolore – in questo film ancor più che nei precedenti, da L’uomo in più, presentato proprio a Venezia venti anni fa, ma anche ne L’amico di famiglia e in This must be the place. È il suo impeto: quello di un uomo oggi adulto, allora sconvolto dall’improvvisa morte dei genitori per una fuga di monossido di carbonio nella casa di villeggiatura a Roccaraso, appena restaurata. Riuscì a salvarsi perché rimase a Napoli a vedere Maradona, «un salvatore», per lui e per quella città «contraddittoria e complessa», protagonista di un film che «parla di quel periodo, gli anni Ottanta, in cui Maradona apparve, non arrivò – tiene a precisare – come fenomeno mistico». Napoli aveva vissuto anni complicati: c’erano state le guerre di camorra, il terremoto, aveva bisogno di un rinnovamento, di una scossa sociale ed esistenziale. 

«Da spettatore – precisa – trovo che i film d’epoca si perdano nell’eccessiva cura del dettaglio storico. Non volevo che il mio fosse un film anni Ottanta con i pullover rosa e gli zaini Invicta. Volevo che fossero gli anni Ottanta come un periodo qualsiasi. Sensazioni, gioie e dolori di personaggi che incidentalmente capitano in quel periodo – ma non è determinante. C’è invece un modo di divertirsi e di stare insieme proprio di quell’epoca – almeno per come era la mia famiglia: prendersi in giro, fare gli scherzi, forme antiche di trascorre il tempo quando non c’era la tecnologia». «Tutti i miei film – continua Sorrentino – sono nati da sentimenti che mi appassionavano, ma dopo averli realizzati quella passione è svanita. Così, ho pensato che se avessi fatto un film sui miei problemi, forse sarei anche riuscito a dimenticarli, almeno in parte». Ad aiutarlo, lì sulla scena, ci sono i suoi attori: da Luisa Ranieri a Teresa Saponangelo, da Marlon Joubert a Renato Carpentieri, da Massimiliano Gallo, a Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano, Lino Musella, Sofya Gershevich e altri, alcuni dei quali provenienti dal teatro. Su tutti, Toni Servillo, qui al Lido con altri due film: Qui rido io di Mario Martone e Ariaferma di Leonardo Di Costanzo.  

Maradona, Napoli e la famiglia sono al centro di questa storia su cui si sofferma la cinepresa in diversi momenti: la famiglia tradizionale, ma scomposta, inseguita e spiata tra pranzi a Procida, interni di appartamenti che più o meno si assomigliano tutti, gite in barca, partite a calcio, vere o alla tv, scherzi telefonici, tradimenti, amori e tentazioni tra canzoni e tante parole. Uno spaccato in cui il riso alleggerisce il dolore, diventando una forma di ribellione contro di esso. Come nell’auto fiction in letteratura, fa saltare le linee che separano il vero e l’immaginario, trasformando uno stesso elemento in evento reale e fabbricazione – «Alcuni eventi sono accaduti, in altri c’è autenticità nel riflettere su quello che ho provato in quel periodo del passato». La differenza tra questo film e i precedenti, sta nel rapporto tra verità e bugie. Se gli altri suoi film si alimentano di falsità nella speranza di individuare un barlume di verità, questo parte da sentimenti reali che sono poi stati adattati alla forma cinematografica. «Il cinema non serve a niente, ma ti distrae» – una quote dal film, e Sorrentino è d’accordo. «Non solo il cinema, ma quasi nulla serve a nulla – non c’è un’utilità tranne che nel vaccino. È una forma di distrazione come il calcio: li considero allo stesso modo».

È stata la mano di Dio

Data di uscita: 2 settembre 2021
Regista: Paolo Sorrentino
Casa di produzione: The Apartment, Fremantle
Costumi: Mariano Tufano
Distribuzione in italiano: Netflix 

Giuseppe Fantasia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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