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Sanremo – la struttura delle canzoni, i troppi aggettivi e la bellezza di Mahmood

Negli ultimi mesi, tra gli addetti ai lavori si parlava già di una nuova energia per Sanremo – non più lo spettacolo generalista, ma un dinamismo sia discografico sia televisivo

Sanremo – il Festival della canzone Italiana

Fuori luogo i commenti e i ragionamenti sull’assenza di artisti internazionali – un rapido chissenefrega. Sanremo è un evento locale, propriamente italiano, lo specchio dei nostri costumi e dei nostri tempi nel Bel Paese. È il Festival della Musica Italiana – come tale si deve supporre. In cinque giorni abbiamo visto Jovanotti, Cremonini e la Pausini, Morandi, i Maneskin, la Rettore e la Mannoia. Quanti altri. Ha vinto la canzone che meritava – questa è forse una delle poche edizioni in cui il primo posto del podio abbia messo d’accordo quasi tutti.

Brividi – la canzone vincitrice di Sanremo, non il tipico brano sanremese

Un inciso senza rinforzo d’orchestra, i falsetti che rendono difficili il canticchio sotto la doccia – le strofe una diversa dall’altra, senza ripetizione. Nessun ponte. Sull’amore fluido ne hanno già parlato in troppi – vado oltre: perché non era solo musica ma era anche bellezza. Si tratta di spettacolo – e per chi ne è convinto da sempre come me, l’immagine lavora quanto la melodia. Blanco e Mahmood sono entrambi sicuri della loro estetica, della loro fluidità e sensualità maschile, dell’attrazione che producono. Si sono toccati, si sono sorrisi. Mancava che si baciassero – ma intanto sapevano quello che indossavano.

Anche se capisce già bene, Blanco è ancora inesperto nel gioco della moda: i mantelli di Valentino non funzionavano e non se li è tenuti addosso – se li è tolti quasi con fastidio. La scelta di un brand di seconda qualità come The Attico ha reso evidente come qualcosa non abbia funzionato come previsto. Mahmood compensava ogni incertezza: Mahmood sa scegliere Prada per la prima sera – ed è stata la visione migliore. Andava bene la Demeulemeester (da poco comprata da Antonioli, a Milano, un giro vicino a Mahmood). La giarrettiera di Fendi per ripeterci quanto sia consapevole di cosa stia facendo. Burberry di Riccardo Tisci per la finale, rimane il brand più vicino al cantante – per Burberry Mahmood aveva partecipato a un video in Inghilterra. Mahmood piace a tutti – uomini e anche alle donne. Ne è orgoglioso, quando rilascia fotografie del suo fondo schiena in mutande da una piscina delle Maldive.

Amadeus, Drusilla, Sabrina Ferilli – e una retorica maschile da aggiornare

Amadeus usa troppi aggettivi – se ne usasse solo qualcuno in meno, non molti ma qualcuno meno, probabilmente il Festival sarebbe finito un’ora prima ogni sera. È un continuo ripetersi di fantastico, meraviglioso, straordinario – ogni vaghezza è degna di un superlativo. Riconosciamogli il mestiere che certo, lo sa fare – ma ricordiamo anche che per entrambe le ultime due edizioni, l’Auditel è stato aiutato da una vaga contingenza che si chiama pandemia. Eravamo tutti a casa. I locali chiusi, il Plastic chiuso. Non so immaginare come Amadeus abbia saputo decodificare il Fantasanremo (non mi stupirei se ci fosse riuscito, ma in tal caso, non credo avrebbe dato così tanto pregio a Zia Mara). Rimane che il Fantasanremo è stato il decoder che ha decodificato i ragazzini su Raiuno.

Drusilla Foer ha vinto su Fiorello, in termini di intrattenimento – era facile, bastava sminuire Amadeus anche solo di un poco, e l’empatia era garantita. La Ferilli ha avuto ragione a infastidirsi – se quel microfono fosse rimasto aperto una frazione di secondo in più sul suo vaffanculo, ci sarebbe stata una standing ovation per ammirazione sincera e non per sollecito dal palco. La Ferilli ha detto una frase: la leggerezza non è superficialità – e così, insieme a Drusilla che spiegava come preferisse la parola unicità alla parola diversità, ha composto un poco di buona letteratura popolare – in mezzo, mi ripeto, all’assurda retorica di aggettivi del conduttore.

Elisa e la tunica clericale di Valentino, per O forse sei tu

Partecipando alla gara, Elisa ha minato la ritrosia di chi si considera discograficamente troppo forte per finire in una graduatoria popolare (la promozione di Marco Mengoni per gli stadi, in scena all’una di notte, aveva il sapore di una trattativa poco riuscita). Credo che Elisa non abbia vinto per due ragioni – la prima: troppo calcolo. La canzone pensata per Sanremo, la struttura classica con un crescendo studiato per un primo ascolto. Il primo ascolto a Sanremo non esiste più – una volta, i dischi uscivano la settimana successiva e per sentire le canzoni che ti erano piaciute avevi solo la radio – oggi, le canzoni le sai a memoria la mattina dopo e c’è piuttosto il rischio che al quinto giorno, la canzone abbia stufato.

Il brano di Elisa appare troppo schematico nella costruzione del crescendo e del pathos armonico, scritto per strategia. La seconda ragione: l’immagine. La veste clericale di Valentino sottolineava come la musica ricordasse a tratti una melodia in chiesa. I mantelli di Valentino non hanno mai convinto noi giornalisti e critici (tranne la signora agitata e in débâcle sul suo giornale di destra): sono stralci e riprese di couture francese per mimare un Cristobal Balenciaga senza spessore né culturale né sartoriale. Torniamo a Blanco che – chiamalo istinto, talento o freschezza – quel mantello se l’è tolto senza capire perché, ma capendo che non funzionava.

Emma e i brani di Davide Petrella

Elisa è artista con più esperienza e con più arte, a mio parere, rispetto a Emma – con Emma la replica dello stesso schema si rileva con più evidenza, ogni volta. Il brano di Emma è scritto da Davide Petrella, come quello di Elisa – e anche qui stesso discorso: la scrittura troppo matematica. Strofa, ponte e ritornello. Sempre la stessa cosa. Le due canzoni non erano distanti da un punto di vista autoriale, anzi, forse troppo simili. Emma dà troppa attenzione allo spettacolo, al suo personaggio, alla sua biografia, alla sua esistenza umana e mediatica – piuttosto che pensare alla musica.

Bomber per il Fantasanremo, Emma è la cantante che più ha sostenuto le sue squadre, vestita da Gucci. Francesca Michielin come Maestro d’Orchestra senza diploma. Tante idee per spingere lo show, troppo rumore per avere clamore – che se quel rumore fosse dentro le sue canzoni, il rumore porrebbe un poco in bilico la sua voce, per nuove armonie. Emma ha forza sul palco – ma i vestiti la stringono: solo per la seconda apparizione, l’abito dava agio al disegno naturale del suo corpo, e permetteva i suoi movimenti più spontanei. La sua camminata verso la platea era più sicura, il pubblico in teatro ma anche io a casa, l’ha sentita.

Chiara Ferragni e Fedez non hanno il potere che vorrebbero avere

Chiara Ferragni e Fedez hanno utilizzato il loro seguito mediatico per aiutare Dargen d’Amico – non so perché, non mi interessa al punto di indagare, che tanto non ci sono riusciti. Lo scrivo per ricordare che neanche l’anno scorso lo sforzo della moglie per governare il televoto aveva aiutato il rapper. Si avvalora la tesi che vedono la forza mediatica della coppia monetizzabile solo sulla vendita di reggicalze economiche o di libri il cui titolo porti una parolaccia (la stessa che vorrei dire io, ma l’educazione mi trattiene). Le scorciatoie, le furberie ci hanno stufato – che certa gente rimanga dispersa nel marketing digitale. Noi siamo contenti con le nostre canzoni, italiane e oneste. Questo anno a Sanremo, i mazzi di fiori erano un regalo gentile anche per i maschi – e come ogni anno, dopo Sanremo, in Italia arriva la primavera.

Carlo Mazzoni

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